Nell'infermeria di un convento di Lisieux, una carmelitana di ventiquattro anni, malata di tubercolosi, prende una rosa e la sfoglia sul suo crocifisso. Chiede che non vada perduto nemmeno un petalo.
È Teresa di Gesù Bambino, che mezzo mondo chiama Teresina: la santa delle rose. In quei mesi aveva promesso che, dopo la morte, avrebbe continuato a fare del bene sulla terra, e che il suo aiuto sarebbe sceso come una pioggia di rose.
Quello che pochi sanno è che, mentre lo prometteva, il cielo per lei era diventato nebbia. Non lo sentiva più, e lo confidò così a una consorella. Eppure continuava a riaffermare la sua fede e pregava per chi non credeva.
Come si promette una pioggia di rose da una notte così? Che cosa disse morendo? E che cosa trovarono tredici anni dopo, quando aprirono la sua tomba?
Una madre perduta e un sorriso
Quella carmelitana aveva cominciato la sua vita ad Alençon, una città della Normandia, nella Francia della Terza Repubblica. Fuori dalle chiese, l'ateismo viveva la sua età dell'oro. Dentro, molti cattolici pregavano con una pietà severa, che parlava più della giustizia di Dio che della sua misericordia.
In casa Martin, la morte conosceva la strada. Dei nove figli di Luigi e Zelia, quattro morirono piccoli. Rimasero cinque bambine: Marie, Paolina, Léonie, Céline e l'ultima, Teresa, nata nel gennaio del 1873.
Zelia si ammalò di cancro e morì alla fine di agosto del 1877. Teresa aveva quattro anni e mezzo. Vide sua madre ricevere l'estrema unzione, il sacramento dei moribondi, oggi chiamato unzione degli infermi. Le cinque sorelle erano in fila, in ordine di età, e il padre singhiozzava.
Poi lui la prese in braccio: «Vieni a dare l'ultimo bacio alla tua povera mammina». Senza dire nulla, la bambina accostò le labbra alla fronte della madre.
Non pianse molto. Guardava e ascoltava in silenzio. Una volta si trovò da sola davanti al coperchio della bara e rimase a lungo a guardarlo. Era così piccola che doveva alzare la testa per vederlo tutto.
Il giorno del funerale, le cinque si guardavano con tristezza. Louise, la domestica, disse: «Povere piccole, non hanno più la mamma!». Céline si gettò tra le braccia di Marie: «Allora sarai tu la mamma». Teresa si voltò verso Paolina e le si gettò tra le braccia: «Per me, invece, la mamma sarà Paolina!».
Con quella morte cominciava per Teresa il periodo più doloroso della sua vita.
In novembre, Luigi portò le figlie a Lisieux, in una casa con giardino chiamata Les Buissonnets, vicino alla famiglia dello zio Isidore Guérin.
Nel 1882 se ne andò anche Paolina. Entrò nel Carmelo di Lisieux, un monastero di monache dedite alla preghiera che non escono dalle sue mura. Alla fine di quell'anno, Teresa si ammalò gravemente. Aveva forti mal di testa e malesseri, e vedeva cose che non c'erano. La famiglia fece celebrare una novena di messe, nove giorni consecutivi di supplica, a Nostra Signora delle Vittorie.
Una domenica di maggio del 1883, quella di Pentecoste, Marie uscì un momento in giardino. Dal letto, la bambina cominciò a chiamare quasi sottovoce: «Mamma… Mamma…». Marie tornò subito. Teresa la vedeva entrare, ma non riusciva a dire che la riconosceva, e continuava a chiamare, sempre più forte.
Marie si inginocchiò accanto al letto con Léonie e Céline. Tutte e tre si rivolsero alla statua della Madonna che stava nella stanza. Marie pregava «con il fervore di una madre che chiede la vita della figlia». Senza aiuto sulla terra, anche la bambina si rivolse alla sua Madre del cielo.
«All'improvviso la Santa Vergine mi parve bella, così bella che non avevo mai visto nulla di così bello… ma ciò che mi penetrò fino in fondo all'anima fu l'incantevole sorriso della Santa Vergine».
Due grosse lacrime le scesero in silenzio sulle guance, «lacrime di pura gioia». E pensò: «La Santa Vergine mi ha sorriso, come sono felice… ma non lo dirò mai a nessuno».
Abbassò gli occhi e vide Marie, che la guardava con amore. La bambina era guarita.
Un anno dopo sarebbe arrivato il giorno che aveva atteso più di ogni altro: la sua prima comunione, quando avrebbe ricevuto per la prima volta Gesù nell'Eucaristia. Quello stesso giorno, dietro la grata del Carmelo, Paolina avrebbe pronunciato i suoi voti per sempre.
Le scarpe nel camino e un condannato
Nella cappella dell'abbazia benedettina dove studiava, la bambina ricevette Gesù per la prima volta.
Fu il primo bacio di Gesù alla sua anima, un bacio d'amore. Si sentì amata, e gli rispose: «Vi amo, mi dono a voi per sempre».
Quella mattina non ci furono richieste né lotte. Gesù e lei si conoscevano da tanto tempo, e quel giorno «non era più uno sguardo, ma una fusione». La gioia fu così grande che scoppiò a piangere, e le compagne non capivano perché.
Ma quella ragazzina che piangeva di gioia piangeva un po' per tutto. La notte di Natale del 1886, la famiglia tornò a Les Buissonnets dopo la Messa di mezzanotte. Per un'antica usanza, nel camino aspettavano le scarpe di Teresa piene di regali. Aveva tredici anni, e in casa continuavano a trattarla come la piccola.
Quella notte il padre rientrava stanco. Vedendo le scarpe, disse parole che le trafissero il cuore: «Finalmente, meno male che è l'ultimo anno!».
La figlia salì le scale per togliersi il cappello. Céline le vide brillare le lacrime negli occhi: «Oh, Teresa, non scendere, ti farebbe troppo male guardare adesso le tue scarpe!».
Ma questa volta Teresa non era più la stessa: Gesù le aveva cambiato il cuore.
Trattenne le lacrime. Scese in fretta. Prese le scarpe e le mise davanti al padre. Tirò fuori i regali uno dopo l'altro, «con aria felice, come una regina». Lui scoppiò a ridere. Céline credette di sognare.
Quella notte ritrovò la forza d'animo che aveva perduto a quattro anni e mezzo, quando era morta sua madre. La chiamò la sua completa conversione. Da allora, aggiungeva, nessuna battaglia la vinse più: era cominciata «una corsa da gigante».
Quella forza nuova cercò subito qualcuno da servire. Una domenica di luglio del 1887, alla fine della Messa nella cattedrale di Saint-Pierre, un santino del Crocifisso spuntava dal suo messale. Davanti a quell'immagine sentì quale fosse la sua missione: salvare anime.
Quell'estate i giornali parlavano di Henri Pranzini, condannato a morte per un triplice omicidio. Rifiutava ogni aiuto religioso. La ragazzina cominciò a pregare per lui e a offrire a Dio, per la sua salvezza, ciò che Gesù aveva sofferto per tutti.
Chiese a Céline di far celebrare una Messa per le sue intenzioni, senza osare dire che era per «Pranzini, il grande criminale». Céline riuscì a farselo dire e, invece di prenderla in giro, si unì a lei.
Teresa disse a Dio di essere sicura che lo avrebbe perdonato anche se non si fosse confessato. Gli chiedeva soltanto «un segno» di pentimento, per sua consolazione. Il padre aveva proibito loro di leggere i giornali, ma lei non credeva di disobbedire leggendo ciò che riguardava Pranzini.
Fu ghigliottinato a Parigi il 31 agosto 1887. Il giorno dopo, lei aprì La Croix, il quotidiano cattolico, e lesse:
«Pranzini non si era confessato; era salito sul patibolo e stava per infilare la testa nel lugubre foro, quando all'improvviso si volta, afferra un crocifisso che il sacerdote gli porgeva e bacia per tre volte le sue sacre piaghe».
Le lacrime la tradirono e dovette nascondersi. Teresa lo avrebbe chiamato il suo «primo figlio».
Non sarebbe stata l'ultima volta che un crocifisso occupava il centro della sua storia.
Se la sua preghiera poteva raggiungere un condannato, Teresa sapeva ormai da dove voleva pregare: dietro le mura del Carmelo di Lisieux, dove vivevano Paolina e, da poco, anche Marie. Aveva quattordici anni.
Vietato parlare al papa
La prima porta a cui bussò fu quella di suo padre. Qualche mese prima, alla fine di maggio del 1887, gli chiese il permesso di entrare nel Carmelo, e Luigi Martin glielo diede.
Le altre porte non si aprirono così in fretta. Lo zio Isidore Guérin all'inizio si rifiutò e cedette solo in ottobre. Il superiore del Carmelo, il sacerdote responsabile di quella comunità, si opponeva: la ragazza era troppo giovane.
Restava il vescovo. Pochi giorni dopo andò con il padre a Bayeux. Prima di presentarsi, si raccolse i lunghi capelli in uno chignon, per sembrare più grande. Il vescovo rimandò la risposta.
A novembre, Luigi, Céline e Teresa si unirono a un pellegrinaggio diocesano a Roma. Passarono per Loreto. Alla fine del viaggio li attendeva un'udienza con Leone XIII.
Il 20 novembre i pellegrini sfilarono uno a uno davanti al papa. Si inginocchiavano, gli baciavano il piede e la mano e ricevevano la sua benedizione. Accanto a Leone XIII c'era padre Révérony, vicario generale di Bayeux, il sacerdote che agiva in nome del vescovo. Da parte di Révérony arrivò subito l'avvertimento: era vietato parlare al papa.
Lei si voltò verso Céline. E la sorella le disse una parola sola: «Parla!».
Ai piedi del papa, invece di baciargli la mano, giunse le sue. Aveva gli occhi pieni di lacrime: «Santissimo Padre, ho una grande grazia da chiedervi».
L'anziano chinò il capo fin quasi a sfiorarle il viso.
«Santissimo Padre, in onore del vostro giubileo, permettetemi di entrare nel Carmelo a quindici anni».
«Non capisco bene», disse il papa. Il vicario gli spiegò che i superiori stavano esaminando la cosa. «Ebbene, figlia mia, fate ciò che vi diranno i superiori».
Lei appoggiò le mani sulle ginocchia del papa: «Oh, Santissimo Padre, se voi diceste di sì, tutti vorrebbero!».
Leone XIII la guardò fisso: «Andiamo… andiamo… Entrerete, se Dio lo vuole».
Teresa volle continuare a parlare. Due guardie nobili la presero per le braccia e, con l'aiuto del vicario, la allontanarono a forza dai piedi del papa.
«Se Dio lo vuole». Era tutto ciò che si portava via da Roma.
Il permesso del vescovo arrivò più tardi. Il 9 aprile 1888, a quindici anni, varcò la porta del Carmelo di Lisieux. Aveva bussato a tutte le porte che aveva trovato, e quella si aprì quando ormai non dipendeva più da lei.
Entrava nel Carmelo teresiano, la famiglia religiosa di un'altra Teresa: santa Teresa di Gesù, la grande santa di Avila. I suoi scritti avrebbero nutrito questa giovane.
Dentro l'attendevano un orario che cominciava alle cinque meno un quarto del mattino e un chiostro senza riscaldamento. Pochi mesi dopo le sarebbe giunta da fuori la notizia più dura riguardo a suo padre.
Dietro la grata: il Volto Santo
La grata del Carmelo separava due mondi. Dietro di essa vigeva la clausura: una volta entrate, dal monastero non si usciva più.
Teresa era postulante, cioè la giovane che chiede di entrare e non porta ancora l'abito. Cuciva nel guardaroba e spazzava. Di quegli inizi lasciò un riassunto senza ornamenti: «più spine che rose».
Nel gennaio del 1889 ricevette l'abito di carmelitana. Un mese dopo arrivò la notizia. Suo padre avrebbe bevuto «il più amaro, il più umiliante di tutti i calici». Una grave malattia costrinse suo padre al ricovero a Caen, e lì sarebbe rimasto tre anni. Lei non poteva uscire a trovarlo.
«Le parole non possono esprimere le nostre angosce».
Eppure, guardandosi indietro, chiamò quei tre anni «i più amabili, i più fecondi di tutta la nostra vita». E aggiunse: «non li darei per tutte le estasi e le rivelazioni dei santi».
L'aridità, una preghiera che non dava alcuna consolazione, era il suo pane quotidiano. Contemplava a lungo il Volto Santo, il volto umiliato di Cristo nella sua Passione. Portava sempre con sé il Vangelo e leggeva san Giovanni della Croce, il carmelitano che fu il suo vero maestro. Il suo nome religioso univa i due estremi della vita di Gesù: Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. Le preghiere che scrisse al volto di Cristo si recitano ancora.
A diciassette anni, nel settembre del 1890, fece la professione, i voti che la legavano per sempre all'Ordine, e pochi giorni dopo ricevette il velo nero. Nella sua cella lasciò incise alcune parole: «Gesù è il mio unico amore».
Un anno dopo, durante un ritiro, il sacerdote che lo predicava la lanciò «a vele spiegate sui flutti della fiducia e dell'amore».
Nell'estate del 1894 morì suo padre. Qualche settimana dopo anche Céline varcò la porta del Carmelo, e portava con sé la sua macchina fotografica. Grazie a lei oggi conosciamo il volto di sua sorella.
Quell'autunno, con il padre ormai morto e Céline accanto, Teresa continuava a scontrarsi con la stessa cosa: voleva essere santa, e ogni giorno si vedeva più lontana dai santi.
L'ascensore
Lo disse con un'immagine: «paragonandomi ai santi, ho sempre constatato che tra loro e me c'è la stessa differenza che passa tra una montagna la cui vetta si perde nel cielo e l'oscuro granello di sabbia calpestato dai passanti».
Non si scoraggiò. Pensò che Dio non può ispirare desideri irrealizzabili. Crescere non poteva; avrebbe dovuto accettarsi così com'era, con le sue imperfezioni. Ma voleva cercare un altro modo per arrivare: «una piccola via ben diritta, ben corta, una piccola via tutta nuova».
Viveva in un secolo di invenzioni. Nelle case dei ricchi non occorreva più salire le scale: le sostituiva un ascensore. Anche lei voleva un ascensore, perché era troppo piccola per la ripida scala della perfezione. Lo cercò nella Scrittura e trovò questa frase: «Se qualcuno è piccolissimo, venga a me». E un'altra in cui Dio promette di consolare come una madre che accarezza il suo bambino e lo culla sulle ginocchia.
«L'ascensore che deve innalzarmi fino al cielo sono le vostre braccia, o Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere; anzi, devo rimanere piccola, e diventarlo sempre di più».
Il 9 giugno 1895, festa della Santissima Trinità, fece il passo successivo. Si offrì all'Amore Misericordioso: si consegnò tutta, senza tenere nulla per sé, all'amore di Dio che si china su ciò che è piccolo. Nella preghiera che scrisse quel giorno lasciò questa frase: «Alla sera di questa vita, comparirò davanti a te a mani vuote».
Ancora oggi in molti la recitano con le sue stesse parole.
Paolina, che dal 1893 era priora con il nome di Madre Agnese di Gesù, le aveva affidato il compito di aiutare a formare le novizie. Le chiese anche di scrivere i propri ricordi d'infanzia, e Teresa li andò riempiendo su quaderni di scuola, fino a consegnarglieli nel gennaio del 1896.
Più avanti, ormai poco prima della sua morte, una novizia le annunciò che avrebbero ritrovato il suo corpo incorrotto. La risposta arrivò pronta: «Questa meraviglia no! Sarebbe uscire dalla mia piccola via di umiltà».
Ogni pomeriggio, dieci minuti prima delle sei, suor San Pietro scuoteva la sua clessidra. Voleva dire: «andiamo!». Era anziana e inferma, e bisognava accompagnarla al refettorio. Spostare la panca in un certo modo, non avere fretta, sorreggerla per la cintura.
Un passo falso: «Oh, Dio mio, lei va troppo in fretta, mi romperò!». Un passo più lento: «lo dicevo io che lei era troppo giovane per accompagnarmi».
Nel refettorio, Teresa le rimboccava le maniche. Poiché quelle mani reggevano a fatica il pane, glielo tagliava. E prima di andarsene le rivolgeva «il mio più bel sorriso».
Una sera d'inverno, nel chiostro gelato, sentì una musica lontana e immaginò un salone sfavillante. Non avrebbe cambiato quei dieci minuti di servizio con mille anni di feste.
C'era un'altra consorella che, per usare le parole di Teresa, aveva «il talento di dispiacermi in tutto». La carità, si disse, non sta nei sentimenti, ma nelle opere. Pregava per lei ogni volta che la incontrava e le rendeva tutti i servizi che poteva. Quando sentiva la voglia di risponderle male, le rivolgeva «il mio sorriso più amabile». A volte, quando la lotta era troppo forte, fuggiva «come un disertore».
Un giorno, durante la ricreazione, la consorella le chiese tutta contenta: «Che cosa l'attira tanto verso di me? Ogni volta che mi guarda, la vedo sorridere».
Ciò che attirava Teresa era «Gesù nascosto nel fondo della sua anima».
Nel marzo del 1896 chiese di lavorare nel guardaroba accanto a suor Maria di San Giuseppe, che la comunità considerava difficile. «Se sapeste quanto bisogna perdonarla», diceva loro Teresa.
Ciò che stava imparando sull'amore, che non dipende da ciò che si prova, presto le sarebbe servito per credere.
Poche settimane dopo arrivò la Settimana Santa del 1896. Teresa aveva vissuto tutta la Quaresima con un digiuno rigoroso, e diceva di non essersi mai sentita così forte.
Giovedì Santo: il tunnel
La notte del Giovedì Santo vegliò davanti all'altare della reposizione, dove quella notte si custodisce l'Eucaristia dopo la Messa che ricorda l'Ultima Cena del Signore. Rimase lì fino a mezzanotte. Poi tornò nella sua cella.
Aveva appena posato la testa sul cuscino quando sentì «come un fiotto che saliva, saliva ribollendo fino alle mie labbra». Non sapeva che cosa fosse. Pensò che forse stava per morire, e l'anima le si riempì di gioia. La lampada era spenta. Decise di aspettare il mattino per accertarsi della sua «felicità».
Al risveglio si avvicinò alla finestra. Non si era sbagliata: era sangue.
Lei lo comprese così: «Ero intimamente convinta che Gesù, nell'anniversario della sua morte, volesse farmi udire un primo richiamo. Era come un mormorio dolce e lontano che mi annunciava l'arrivo dello Sposo». Lo Sposo: così chiamava Cristo.
Quella mattina lo raccontò alla priora. Aggiunse che non soffriva affatto e chiese di non ricevere alcun trattamento speciale. Passò il Venerdì Santo osservando tutte le austerità del Carmelo. La notte seguente arrivò lo stesso segno.
Aveva tossito sangue per la prima volta. Era il primo segno della tubercolosi, che allora causava una morte su sette in Europa. Nel 1897, a Lisieux, avrebbe portato via circa una persona alla settimana.
In quella stessa Pasqua cominciò un'altra prova. Fino ad allora la sua fede era così viva che non riusciva a credere che esistessero increduli: pensava che dicessero il contrario di ciò che pensavano. «Nei giorni così lieti del tempo pasquale, Gesù mi fece sentire che ci sono veramente anime che non hanno la fede».
Dio permise che la sua anima «fosse invasa dalle tenebre più fitte». Il pensiero del cielo, così dolce per lei, divenne «motivo di lotta e di tormento».
«Bisogna aver viaggiato in questo tunnel buio per comprenderne l'oscurità».
Era come essere nati in un paese avvolto da una nebbia fitta, senza aver mai visto il sole, e sapere tuttavia che la vera patria è un'altra.
Continuò a fare atti di fede. Pregava per chi non credeva. Cantava ciò che voleva credere. Fu lei stessa a unire quell'oscurità all'incredulità del suo tempo. E la prova l'avrebbe accompagnata fino alla morte.
Quello stesso anno, con il corpo ferito e il cielo coperto di nebbia, Teresa sentiva il desiderio di tutte le vocazioni insieme. Nel Carmelo le avevano già affidato un giovane che si preparava a diventare sacerdote.
Nel cuore della Chiesa
Si chiamava Maurice Bellière. Madre Agnese glielo aveva affidato nell'ottobre del 1895 come fratello spirituale: un seminarista che Teresa avrebbe accompagnato con la preghiera e con le lettere.
Nel maggio del 1896 le affidarono un secondo fratello: padre Adolphe Roulland, un giovane delle Missioni Estere di Parigi in partenza per la Cina. Teresa chiese a padre Roulland una ciocca di capelli. Una «reliquia», gli disse, in anticipo.
Nel ritiro di settembre, il desiderio di tutte le vocazioni le pesava: voleva essere apostolo, missionaria, martire, tutto insieme, e non sapeva come conciliare ogni cosa. Aprì la Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi. Lesse delle membra del corpo di Cristo, ciascuna con il suo compito. Non si riconobbe in nessuna.
Continuò a leggere. L'Apostolo invitava a desiderare i doni più grandi e prometteva di mostrare una via ancora migliore. E spiegava che, senza l'amore, quei doni non sono nulla.
«Capii che, se la Chiesa aveva un corpo composto di membra diverse, non le mancava il più necessario, il più nobile di tutti: capii che la Chiesa aveva un cuore, e che quel cuore ardeva d'amore».
Capì anche che, se quell'amore si fosse spento, gli apostoli non avrebbero più annunciato il Vangelo e i martiri si sarebbero rifiutati di versare il loro sangue.
«O Gesù, amore mio!… la mia vocazione l'ho trovata finalmente: la mia vocazione è l'amore!… Nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l'amore… così sarò tutto».
Subito si corresse. Non era una gioia delirante. Era «la pace calma e serena del navigante che scorge il faro che deve condurlo al porto».
Pochi giorni dopo lo riassunse in una lettera alla sorella Marie: «La fiducia, e nient'altro che la fiducia, può condurci all'Amore».
Ma la nebbia era ancora lì. In ottobre, durante il ritiro di tutta la comunità, confidò i suoi dubbi al sacerdote che lo predicava. Lui le consigliò di portare il Credo sul cuore.
Lei obbedì. Lo ricopiò con il proprio sangue e lo tenne addosso.
A novembre arrivò una richiesta da lontano. Il Carmelo di Saigon aveva bisogno di rinforzi, e a Lisieux si pensò a lei.
La comunità fece una novena a Théophane Vénard, un giovane missionario martirizzato nel Tonchino nel 1861, a cui Teresa voleva molto bene. Chiedevano un segno.
Durante la novena, Teresa ricominciò a tossire: «il fodero non è solido quanto la spada».
Non sarebbe andata a Saigon. Nel gennaio del 1897, nel suo stesso Carmelo, una consorella andò a raccontarle un sogno.
La porta nera e una promessa
La consorella era suor Teresa di Sant'Agostino. L'8 gennaio sentì degli scricchiolii, e quella notte sognò il padre di Teresa, morto da anni. Nel sogno, «il signor Martin chiede di suor Teresa di Gesù Bambino». Sulle prime, lei stessa prese quell'impressione per superstizione.
Il giorno dopo lo raccontò a Teresa, che se ne rallegrò: la sua morte era vicina.
Più tardi, in un giorno di licenza, uno di quei giorni in cui le suore potevano conversare liberamente, suor Teresa di Sant'Agostino le raccontò il sogno per intero. Aveva visto una porta nerissima, con una garza rossa e oro.
Teresa ascoltò. E le confidò ciò che accadeva nella sua anima.
«Non credo alla vita eterna, mi sembra che dopo questa vita mortale non ci sia più nulla».
Le disse che quella porta nera era l'immagine di ciò che accadeva nella sua anima. Lì le restava soltanto l'amore.
Colei che aveva inciso sulla parete della sua cella «Gesù è il mio unico amore» non sentiva più nulla dall'altra parte.
Quello stesso gennaio, in una lettera, scrisse: «se c'è un cielo, è per me».
Il 19 marzo, festa di san Giuseppe, confidò alla sorella Marie che cosa stava chiedendo al santo: «la grazia di passare il mio cielo a fare del bene sulla terra». A maggio scrisse, su richiesta di Marie, una poesia alla Madonna, «Perché ti amo, Maria», che si canta ancora oggi.
Il corpo pagava il suo prezzo. Il 23 maggio il medico le applicò sul fianco più di cinquecento punte di fuoco, piccole bruciature usate allora come rimedio. Poi Teresa salì nella sua cella e si coricò sul pagliericcio, il materasso di paglia delle carmelitane. Il medico le prescrisse la morfina.
A giugno, per obbedienza alla priora di allora, Madre Maria di Gonzaga, cominciò a riempire il suo ultimo quaderno. E in quelle settimane disse ciò che l'avrebbe resa nota in mezzo mondo: la sua azione dopo la morte, annunciò, «sarà come una pioggia di rose».
La promessa delle rose la fece in piena notte, quando ormai non sentiva più il cielo.
A Maurice Bellière, il suo fratello spirituale, scrisse: «Io non muoio, entro nella vita».
L'8 luglio la portarono giù in infermeria. Nella stanza c'era un'immagine della Madonna. Da lì non sarebbe più uscita.
Settembre 1897
In infermeria, la piccola che aveva imparato a lasciarsi portare non riusciva più a fare un passo. Accanto al letto sedeva Paolina, Madre Agnese, la sorella che da bambina aveva scelto come mamma. Giorno dopo giorno, annotava in un quaderno ciò che Teresa diceva.
Il 6 settembre le portarono una reliquia di Théophane Vénard, il giovane martire del Tonchino. Pianse di gioia.
In pochi giorni peggiorò molto: le si gonfiarono i piedi, e il 14 calcolarono che non sarebbe vissuta più di quindici giorni.
Quello stesso giorno ebbe tra le mani una rosa. La sfogliò petalo dopo petalo sul suo crocifisso, e con ciascuno accarezzava le piaghe. Chiese che non se ne perdesse nessuno: più tardi sarebbero serviti «per fare piacere».
Il 20 si definì «uno scheletro». Disse che gemeva e chiedeva pietà senza sosta. E negò di essere paziente.
Il 22 la voce ormai quasi non le usciva. Eppure disse: «Che grazia avere la fede!». Senza la fede, confessò, si sarebbe tolta la vita.
Due giorni dopo disse: «La mia anima, nonostante le sue tenebre, è in una pace sorprendente». Il medico osservò che il suo volto non era alterato e che aveva «l'aspetto di un angelo».
In quelle settimane aveva detto: «è molto facile scrivere cose belle sulla sofferenza… bisogna esserci dentro». Ma il giorno dopo aver parlato della sua pace, affermò che ciò che aveva scritto sulla sofferenza era vero. Il 28 ascoltò l'ufficio di san Michele, l'arcangelo.
Il 29 mattina cominciò il rantolo, il respiro roco dell'agonia. La comunità si inginocchiò a recitare le preghiere per i moribondi. A mezzogiorno Teresa chiese: «Madre, è l'agonia?… non saprò mai morire».
Quella notte, dopo il Mattutino, la preghiera notturna, disse: «Sì, mio Dio, voglio tutto».
Il 30, al mattino, giunse le mani. Guardava l'immagine della Madonna. «È l'agonia pura, senza alcuna mescolanza di consolazione».
Nel pomeriggio soffocava. Allora, dalla finestra, entrò il canto degli uccelli: pettirossi e altri uccellini, fortissimo, vicinissimo, a lungo. A Madre Agnese quel canto trafisse il cuore.
Céline accostò alle labbra di Teresa un pezzetto di ghiaccio. Teresa lo accettò con un sorriso. Fu un sorriso «come un addio supremo», e Madre Agnese non lo dimenticò mai.
Alle sei suonò l'Angelus, la preghiera che ricorda l'annuncio dell'angelo a Maria. Teresa guardò a lungo l'immagine della Madonna.
Passate le sette, la priora aveva congedato la comunità. Teresa chiese: «Madre, non è ancora l'agonia?… Non sto per morire?».
La priora le rispose: «Sì, poverina, è l'agonia, ma forse Dio vorrà prolungarla di qualche ora».
Teresa rispose: «Ebbene… avanti!… avanti!… Oh, non vorrei soffrire meno a lungo…».
Guardò il suo crocifisso. E pronunciò le sue ultime parole:
«Oh, lo amo!… Mio Dio… vi amo!».
Ricadde dolcemente all'indietro. La priora fece suonare la campana dell'infermeria: «Aprite tutte le porte». Le consorelle entrarono e si misero in ginocchio.
Videro che il volto di Teresa riprendeva il colore di quando era sana, e che gli occhi restavano fissi in alto, splendenti di pace e di gioia. Tutto questo durò «lo spazio di un Credo». Poi esalò l'ultimo respiro.
Erano le sette e venti di sera del 30 settembre 1897. Aveva ventiquattro anni.
Stringeva così forte il suo crocifisso che dovettero strapparglielo dalle mani per prepararla alla sepoltura.
La seppellirono nell'area riservata alle carmelitane, nel cimitero di Lisieux. Al di fuori della sua famiglia e del suo convento, nessuno sapeva chi fosse.
Pioggia di rose
L'anno seguente, il suo nome cominciò a uscire da Lisieux. I suoi quaderni furono stampati con il titolo *Storia di un'anima*, in una tiratura di duemila copie. Le sue sorelle li presentarono come se tutto fosse rivolto a una sola persona, ne corressero lo stile e lasciarono fuori alcuni passi.
Eppure il libro passò di mano in mano. Allora cominciarono ad arrivare lettere al Carmelo. Venivano da gente di ogni parte, che raccontava di aver ricevuto una grazia dopo averla chiesta a lei. Era la pioggia che aveva annunciato dalla sua notte.
In meno di trent'anni, le carmelitane registrarono circa ottomila testimonianze. Non erano miracoli riconosciuti dalla Chiesa: erano grazie che i fedeli raccontavano con gratitudine.
Tredici anni dopo la sua morte, un mattino di settembre del 1910, aprirono la sua tomba. Scavarono fino a tre metri e mezzo e tirarono fuori la bara, molto deteriorata. Chi era accanto alla fossa raccontò che la palma posta nel 1897 era apparsa verde e fresca, e che due operai avevano sentito un intenso profumo di violette.
Di lei restavano soltanto le ossa. Era ciò che aveva voluto: nessuna meraviglia che la facesse uscire dalla sua piccola via. Il vescovo proibì di portare via qualsiasi frammento, e più di cinquecento persone sfilarono a venerare i resti.
Nel 1914 Pio X firmò l'introduzione della causa di Teresa, il processo che esamina se una persona può essere dichiarata santa. Scoppiò la guerra. Molti soldati francesi la pregavano, e arrivarono così tante loro suppliche che il tribunale fu dispensato dall'indagare sulla sua fama di santità.
Nel marzo del 1923 i suoi resti tornarono al Carmelo. Riposano nella cappella della Châsse: una statua di Teresa addormentata nella morte custodisce le costole, e sotto, in un reliquiario d'argento dorato donato da devoti del Brasile, si trovano le altre ossa. Lì sono venerati ancora oggi.
Per beatificarla, la Chiesa fece esaminare alcune guarigioni dai medici. Una fu quella di don Charles Anne, un sacerdote di Lisieux malato di una tubercolosi polmonare galoppante: la stessa malattia che aveva portato via lei. Nel 1923 Pio XI la beatificò in San Pietro, e nel 1925, con altre due guarigioni approvate, la dichiarò santa.
Restava la ferita di Saigon. La monaca che non aveva potuto imbarcarsi perché aveva ripreso a tossire poteva essere missionaria senza uscire dalla clausura? Nel dicembre del 1927 Pio XI la proclamò patrona delle missioni, insieme a san Francesco Saverio, il missionario gesuita. Da quando aveva varcato la porta del Carmelo a quindici anni, Teresa non ne era più uscita.
Mancava ancora qualcosa: la sua voce così come l'aveva scritta, senza le correzioni del 1898, e una frase di una delle sue lettere che qualcuno aveva raschiato via.
Se c'è un cielo
Quella voce dovette aspettare più di mezzo secolo. Madre Agnese, la sua Paolina, visse fino al 1951. Pio XII aveva chiesto di attendere la morte di Madre Agnese prima di rendere pubblici i testi originali. Nel 1956 furono finalmente pubblicati i quaderni così come Teresa li aveva scritti, pagina per pagina.
Quella voce, ormai senza ritocchi, arrivò a Roma il 19 ottobre 1997. In piazza San Pietro, Giovanni Paolo II la proclamò Dottore della Chiesa. Con questo titolo la Chiesa riconosce un insegnamento come guida sicura per tutti i fedeli. Teresa non aveva mai studiato teologia. Aveva imparato dal Vangelo che portava sempre con sé, e nei suoi scritti ci sono più di mille citazioni della Bibbia. Colei che aveva voluto restare piccola entrava ora tra i maestri della fede.
La sua memoria si celebra il primo ottobre, e ogni fine settembre il suo reliquiario attraversa Lisieux, dal Carmelo alla Basilica e alla Cattedrale. Dal 1994 le sue reliquie hanno viaggiato in quasi settanta Paesi, e in tutta la Chiesa si continua a pregare la sua Offerta e a cantare le sue poesie.
La frase raschiata era quella del gennaio 1897: «se c'è un cielo, è per me». L'avevano copiata per il processo della sua causa. Poi qualcuno la cancellò dal foglio. La copia l'ha custodita, e oggi si può leggere di nuovo.
La scrisse quando il cielo non si lasciava più sentire. E in quella frase c'è tutta la sua fiducia.
Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, tu che ti sei riconosciuta troppo piccola per salire da sola e ti sei lasciata portare tra le braccia di Gesù, e che nella notte più oscura hai continuato a dirgli «vi amo», ottienici quella fiducia che non ha bisogno di sentire per credere, e insegnaci ad amare nelle piccole cose di ogni giorno. Prega per noi. Amen.





