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FIDES VIVA

22 ottobre

Giovanni Paolo II

Il papa polacco, ex operaio di cava, che perdonò chi gli sparò

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Capitoli
  1. 0:00Polvere di cava
  2. 4:14Perché io no?
  3. 8:33Vetri rotti
  4. 12:05Baciare la terra
  5. 15:35La città senza Dio
  6. 18:25Spalancate
  7. 22:44Fratello
  8. 25:40Il proiettile e la corona
  9. 29:42Gesù, confido in te
  10. 33:11La casa del Padre
  11. 37:23Santo subito
  12. 41:19Mi sento bene

Karol Wojtyła ha vent'anni e le mani bianche di polvere di pietra. Lavora in una cava di Cracovia perché, sotto l'occupazione nazista, un impiego da operaio è ciò che gli evita la deportazione ai lavori forzati in Germania. Un giorno esplode una carica e le pietre uccidono un compagno. Il vecchio minatore di cui fa da aiutante, ogni tanto, si volta verso di lui e gli dice «Karol, tu dovresti diventare sacerdote». Il ragazzo continua il suo lavoro. Un giorno d'inverno torna a casa dal lavoro e suo padre non c'è più. Dei suoi non gli resta più nessuno.

Nell'ottobre del 1978, quello stesso uomo, ormai Giovanni Paolo II, sta davanti a una Piazza San Pietro gremita e chiede al mondo di vincere la paura e di lasciar entrare Cristo.

Polvere di cava

Ogni mattina di quell'autunno del 1940, l'operaio ventenne percorre a piedi la mezz'ora di strada che separa il quartiere di Dębniki dalla cava di Zakrzówek. Dovrebbe essere seduto nelle aule dell'Università Jagellonica, ma i tedeschi l'hanno chiusa dopo averne deportato i professori. Ora la sua unica protezione è quel lavoro, perché chi non ce l'ha può finire su un treno per la Germania.

Nella cava, i capisquadra polacchi cercano di risparmiare agli studenti i compiti più pesanti. Lui lo mettono a fare da aiutante al vecchio fochino che prepara le cariche di dinamite per spaccare la roccia. Al vecchio piace la voce del ragazzo, e qualche volta gli dice che il suo posto è all'altare, che lì canterebbe bene. È proprio in quella cava che esplode la carica che uccide quel compagno. Karol ne resta profondamente scosso, e da quei mesi passati tra la roccia nascerà una poesia a cui darà il titolo «La cava».

Ma l'inverno porta un altro colpo. Il 18 febbraio 1941, rientrando dal lavoro, trova suo padre morto, e quel giorno gli rimane impresso nella memoria con assoluta nitidezza. Era l'ultimo che gli restava della sua famiglia. Olga, la sorella, era morta prima che lui nascesse. La madre, Emilia, se n'era andata quando lui aveva appena nove anni e non aveva ancora fatto la Prima Comunione, e poco dopo Karol aveva perso anche Edmund, il fratello medico. Rimanere senza il padre fu come essere strappato dal terreno in cui era cresciuto.

La famiglia del suo amico Juliusz Kydryński, compagno di cava, lo circonda di attenzioni e di affetto. E nell'appartamento vuoto ritornano le notti di un tempo.

Da quando era rimasto vedovo, il padre, un militare dalla vita austera, viveva in preghiera continua. Certe notti il bambino si svegliava e lo vedeva in ginocchio, proprio come in chiesa. Non parlarono mai di vocazione. Quell'esempio fu per lui una specie di seminario domestico, il primo che ebbe.

Un anno dopo aver cominciato a lavorare alla cava, Karol viene trasferito al depuratore dell'acqua della fabbrica Solvay. I compagni sanno che è uno studente, e nei turni di notte lo lasciano leggere mentre sorvegliano gli impianti al posto suo. Col tempo battezzerà i figli di quegli operai e celebrerà i funerali di molti di loro. Quella fabbrica la chiamò il suo vero seminario, per quanto clandestino.

In quell'appartamento di Dębniki, dove ormai non resta nessun Wojtyła tranne lui, vanno allora ad abitare il suo vecchio professore di Wadowice e la moglie, e con loro arriva in casa un teatro da tenere nascosto.

Perché io no?

L'appartamento in cui Karol era rimasto solo ora si riempie di voci che parlano piano. Mieczysław Kotlarczyk, il professore di polacco che a Wadowice lo aveva portato al teatro, vive lì con la moglie. Di giorno lui lavora sui tram e Karol in fabbrica. Al calar della sera preparano insieme quello che chiamano un teatro della parola viva, quasi senza scenografia, soltanto la poesia detta ad alta voce davanti a pochi ospiti fidati. Se le autorità di occupazione li scoprono, la pena può essere il campo di concentramento.

La passione di Karol per il palcoscenico risaliva agli anni del liceo. A Wadowice, il suo insegnante di religione gli aveva affidato il compito di dare il benvenuto all'arcivescovo di Cracovia, Adam Stefan Sapieha, in visita alla parrocchia. Dopo il discorso, l'arcivescovo volle sapere che cosa avrebbe studiato il ragazzo. Gli risposero filologia polacca, e Sapieha commentò, «Peccato che non sia teologia». Ma ciò che affascinava Karol erano i libri e il palcoscenico.

Ma nella parrocchia salesiana del quartiere, da cui gli occupanti hanno portato via quasi tutti i religiosi, è un sarto, Jan Tyranowski, a riunire i giovani nei gruppi del Rosario vivente. Diceva che il suo mestiere gli rendeva più facile la vita interiore. È lui a mettere nelle mani di Karol San Giovanni della Croce e Santa Teresa d'Avila, due mistici spagnoli del Cinquecento.

Allora Karol viene assalito da un dubbio. Un amore eccessivo per Maria può allontanarlo da Cristo? La risposta la trova in un libro di San Luigi Maria Grignion de Montfort, e ne chiude le pagine convinto che Maria non allontana da Cristo, ma avvicina a Lui chi vive il suo mistero.

Totus tuus, «sono tutto tuo», ecco le due parole latine che prende da una formula di quel libro. La devozione alla Vergine l'aveva fin da bambino. Verso i dieci anni aveva ricevuto lo scapolare del Carmine, un piccolo indumento di stoffa che si porta sul petto come segno di appartenenza a Maria, e da anziano lo portava ancora.

Intanto, in piena guerra, una luce interiore gli si fa sempre più chiara. Karol la esprime con parole semplici, «Il Signore vuole che io sia sacerdote». Un giorno la percepisce con assoluta chiarezza, come un'illuminazione dentro di sé, e gli arrivano gioia, sicurezza e una pace immensa.

Nello stesso tempo pensa ai suoi compagni di classe di Wadowice, parecchi dei quali ebrei, morti al fronte, nei campi o nelle deportazioni. Se tanti perdono la vita, si chiede, «perché io no?». E conclude che essere ancora vivo non è un caso.

Il teatro lo ha segnato, ma ormai capisce che non è la sua vocazione. A sostenerlo nel lasciarlo è l'esempio di fratel Alberto Chmielowski, un pittore di Cracovia che aveva perso una gamba combattendo per la Polonia nell'insurrezione del 1863 e aveva lasciato l'arte per vivere tra i poveri di un ricovero della città.

Nell'autunno del 1942 prende la decisione. Bussa alla porta del seminario di Cracovia, che funziona di nascosto dagli occupanti, e ad accoglierlo è il rettore. Tutto deve restare nel segreto più assoluto, anche con le persone più vicine. Comincia a studiare teologia in una facoltà anch'essa clandestina, senza lasciare il lavoro alla Solvay.

Il seminario in cui è appena entrato non ha un edificio. Molte mattine il suo punto d'incontro è la cappella privata dell'arcivescovo.

Vetri rotti

Jerzy Zachuta, un altro seminarista clandestino, alcune mattine serve con Karol la messa dell'arcivescovo, nella sua residenza di via Franciszkańska. Quella mattina Karol serve all'altare senza di lui e, finita la messa, esce a cercarlo.

A casa del compagno, nel quartiere di Ludwinów, gli danno la notizia. La notte prima lo ha portato via la Gestapo, la polizia segreta degli occupanti. Poco dopo, il nome di Zachuta compare nell'elenco dei polacchi destinati alla fucilazione.

Il pericolo raggiunge anche l'arcivescovo. Dal settembre del 1944 i seminaristi vivono nascosti nella sua stessa residenza, e l'arcivescovo Sapieha si espone a dure rappresaglie. Già prima era stato lui a sciogliere un altro dubbio che Karol si portava dentro. Attratto dai mistici che il sarto Tyranowski gli aveva dato da leggere, il giovane aveva pensato di farsi carmelitano, frate di un ordine dedicato alla preghiera. L'arcivescovo chiuse la questione con poche parole, «Bisogna prima portare a termine ciò che si è cominciato». E così fu.

La notte del 18 gennaio 1945, l'Armata Rossa arriva alle porte di Cracovia. I tedeschi si ritirano e fanno saltare il ponte Dębnicki, quello del quartiere dove Karol viveva con il padre. L'onda d'urto dell'esplosione manda in frantumi tutti i vetri della residenza mentre i seminaristi pregano in cappella con l'arcivescovo. La mattina dopo si affrettano a riparare i danni.

Il primo novembre 1946, festa di Ognissanti, Sapieha lo ordina sacerdote in quella stessa cappella. Karol è l'unico a essere ordinato, davanti a pochi parenti e amici.

Si canta il Veni Creator, l'inno con cui la Chiesa invoca lo Spirito Santo, e poi le litanie, la lunga supplica rivolta a tutti i santi. Intanto Karol resta disteso a terra in forma di croce, finché l'arcivescovo non gli impone le mani. Quel giorno ricorda Jerzy Zachuta, il compagno che non era più tornato a servire la messa, come un fratello unito da Cristo al mistero della sua morte.

Quella prostrazione segnò per sempre il suo modo di essere sacerdote. Mezzo secolo dopo, per quell'anniversario, la racconterà in Dono e mistero, il libro in cui narra la sua vocazione.

Il giorno seguente, la Commemorazione dei fedeli defunti, celebra le sue prime tre messe nella cripta di San Leonardo, sotto la cattedrale del Wawel, accanto alle tombe dei re di Polonia. C'è la sua madrina. Accanto a Karol, all'altare, c'è don Kazimierz Figlewicz, che lo aveva fatto chierichetto a Wadowice e che lo aveva confessato in quella stessa cattedrale, deserta, il primo settembre 1939, il giorno in cui scoppiò la guerra.

La data dell'ordinazione l'aveva scelta l'arcivescovo, perché il giovane sacerdote doveva partire subito per Roma a proseguire gli studi.

Baciare la terra

Roma gli offre gli studi, e anche una strada per il ritorno. Alla fine di ottobre del 1947, il giovane sacerdote rientra dal Belgio, dove ha trascorso l'estate tra emigranti e minatori polacchi, e si ferma ad Ars, un paese della Francia. È domenica, festa di Cristo Re. Entra nella vecchia chiesetta dove confessava San Giovanni Maria Vianney, il santo Curato d'Ars, e ne esce convinto che nel confessionale un sacerdote compie una parte essenziale della sua missione.

Nell'estate del 1948, ormai di nuovo in Polonia, riceve il suo primo incarico, una parrocchia di campagna. Arriva in autobus fino a Gdów, un contadino lo fa salire sul suo carro e lui prosegue a piedi per una scorciatoia, tra campi di grano in piena mietitura. Appena mette piede sulle terre della parrocchia di Niegowić si inginocchia e bacia il suolo, il gesto che ha imparato dal Curato d'Ars. In chiesa si ferma prima davanti al Santissimo, il pane consacrato che si custodisce nel tabernacolo, e solo dopo va a presentarsi al parroco.

L'anno seguente lo chiamano a Cracovia, nella parrocchia di San Floriano, e lì si respira un'altra aria. Il regime comunista impone nella vita pubblica un ateismo militante, che combatte la fede. Ogni giovedì il viceparroco Wojtyła raduna gli universitari e parla loro dell'esistenza di Dio e dell'anima. Nell'estate del 1951, l'arcivescovo Eugeniusz Baziak, che ora guida la diocesi, lo indirizza allo studio e all'insegnamento, e questo gli toglie tempo per la gente. Wojtyła lo riassume in due parole, «Mi costò». Da allora fa in modo che i libri non gli facciano dimenticare di essere sacerdote.

Proprio quell'arcivescovo lo ordina vescovo nel 1958, nella cattedrale del Wawel. Con questo incarico Wojtyła si reca a Roma per il Concilio Vaticano II, la grande assemblea dei vescovi di tutto il mondo.

Nel novembre del 1962, nel pieno dei lavori, scrive in latino una lettera a Padre Pio, il frate cappuccino di San Giovanni Rotondo, nel sud dell'Italia. Gli chiede di pregare per una madre di quarant'anni, con quattro figlie, che sta per essere operata di cancro.

Secondo il racconto del collaboratore che gliela lesse, il frate, nell'ascoltarla, disse «A questo non si può dire di no». Undici giorni dopo il vescovo gli scrive un'altra lettera, questa volta per ringraziarlo. La donna è guarita all'improvviso, prima dell'operazione. Padre Pio la legge e dice soltanto «Siano rese grazie a Dio».

La donna è Wanda Półtawska, amica di Wojtyła da tutta la vita.

Con la lettera di ringraziamento ormai partita da Roma, il vescovo torna a Cracovia, dove alcuni abitanti chiedono da anni ciò che il regime nega loro, una chiesa.

La città senza Dio

La città si chiama Nowa Huta, e il regime l'ha costruita accanto a Cracovia come modello di città operaia socialista. Nei suoi progetti ci sono case per i lavoratori e neppure una chiesa. È una città pensata per vivere senza Dio.

I suoi abitanti non lo accettano. Nel 1959 le autorità ritirarono loro il permesso che già avevano per la chiesa, ma sul terreno destinato a costruirla c'era una croce. Il 27 aprile 1960 scesero in strada a difenderla da chi veniva a toglierla.

Il vescovo Wojtyła fa sua la causa di quella gente. Nel 1964 papa Paolo VI lo nomina arcivescovo di Cracovia, e l'anno seguente, dopo che Wojtyła ha affidato la parrocchia del quartiere a un nuovo parroco, le autorità concedono il permesso. Il Papa gli regala allora una pietra della tomba di San Pietro, perché diventi la prima pietra della chiesa.

Il 14 ottobre 1967 Wojtyła, ormai cardinale, scava con le sue mani le prime zolle. Poi vengono dieci anni di cantiere, e le autorità lo rallentano di proposito.

Mentre i muri salgono lentamente, Wojtyła torna spesso a Kalwaria Zebrzydowska, il grande santuario della Vergine nella sua diocesi, dove andava già da bambino. Ne percorre da solo i sentieri e nella preghiera presenta a Dio i problemi della Chiesa sotto il comunismo.

Il 15 maggio 1977, la città progettata senza Dio ha finalmente la sua chiesa. Più di settantamila persone la circondano quando il cardinale la consacra con il nome di Nostra Signora Regina di Polonia. È la chiesa che tutti conoscono come l'Arca del Signore. Nell'omelia Wojtyła dice alla folla «Non possiamo vivere senza Dio. E vogliamo vivere per Dio».

All'interno, il tabernacolo ha la forma di un globo terrestre e custodisce un frammento di roccia lunare, dono di Paolo VI. Poco lontano c'è un'immagine della Vergine fatta con le schegge estratte dalle ferite di soldati polacchi a Tobruch e a Montecassino, due battaglie della seconda guerra mondiale.

L'anno dopo, il cardinale di Cracovia parte per Roma con gli altri cardinali per un conclave, la riunione a porte chiuse in cui si elegge il Papa.

Spalancate

Sotto gli affreschi della Cappella Sistina, nell'ottobre del 1978, i cardinali sono riuniti per eleggere il successore di Pietro. In uno di quei giorni, un altro cardinale si avvicina a Wojtyła. Era stato il rettore del collegio dove Wojtyła aveva vissuto da giovane, durante gli studi a Roma, e ora gli dice sottovoce.

«Dominus adest et vocat te», il Signore è qui e ti chiama.

Il 16 ottobre Wojtyła viene eletto, a cinquantotto anni, e prende il nome di Giovanni Paolo II. Quello stesso giorno il cardinale Stefan Wyszyński, primate di Polonia, il vescovo che guida tutta la Chiesa del suo paese, gli dice «Il compito del nuovo Papa sarà introdurre la Chiesa nel terzo millennio».

Sei giorni dopo, Piazza San Pietro si riempie per la messa con cui comincia il suo servizio. Il nuovo Papa ricorda che Pietro giunse in questa città obbedendo al suo Signore. Spiega che nella Chiesa ogni potere è servizio, e chiede a Cristo di poter essere servo dei suoi servi. Poi invita a non avere paura di accogliere Cristo, e lo dice così.

«Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!»

A chiederlo è quel ragazzo che spaccava pietre a Zakrzówek per non finire deportato, quello che un giorno, tornando dal lavoro, aveva trovato morto suo padre, l'ultimo dei suoi. Davanti alla folla chiede di aprire a Cristo i confini degli Stati, i sistemi economici e politici e i campi della cultura, e conclude dicendo che solo Cristo ha parole di vita eterna. Ogni 22 ottobre, giorno della sua memoria, la Chiesa torna a leggere quell'omelia nella preghiera di quel giorno. Nel suo stemma il nuovo Papa conserva ciò che portava già da vescovo, una croce d'oro, in basso a destra una M che evoca Maria accanto al Figlio crocifisso, e il suo Totus tuus.

Una settimana dopo, dalla finestra, all'ora dell'Angelus, la breve preghiera di mezzogiorno alla Vergine, confida ai fedeli «Il Rosario è la mia preghiera prediletta».

Quella devozione alla Vergine lo accompagna lontano da Roma. Il suo primo viaggio lo porta in Messico, davanti alla Madonna di Guadalupe, a cui rivolge una preghiera composta da lui, che comincia così.

«O Vergine Immacolata, Madre del vero Dio e Madre della Chiesa!»

Due giorni dopo celebra la messa nel suo santuario. Apre l'omelia con un «Salve, Maria!» e dice che i primi passi del suo pellegrinaggio lo hanno portato proprio lì. In quasi ventisette anni di pontificato compirà più di cento viaggi fuori d'Italia e radunerà i giovani del mondo nelle Giornate mondiali della gioventù, che lui stesso ha avviato. Ma in quel primo anno il viaggio che pesa di più è il ritorno a casa. Il 2 giugno 1979, vigilia di Pentecoste, celebra la messa in piazza della Vittoria a Varsavia, in una Polonia governata dal regime comunista. Davanti alla folla dice che non si può escludere Cristo dalla storia dell'uomo in nessuna parte del globo, e che escluderlo è un atto contro l'uomo. Conclude chiedendo allo Spirito Santo di scendere e di rinnovare la faccia della terra, «di questa terra!».

Due anni e mezzo dopo quella messa con cui aveva iniziato il suo servizio, un mercoledì di maggio, la sua jeep bianca scoperta attraversa Piazza San Pietro, lentamente, tra i pellegrini.

Fratello

Il 13 maggio 1981, poco dopo le cinque del pomeriggio, l'uomo che aveva chiesto a tutti di non avere paura fa il consueto giro tra i fedeli prima dell'udienza generale. Gli avvicinano una bambina. La prende in braccio per un momento e la restituisce ai genitori.

Pochi istanti dopo si sentono degli spari.

Ferito all'addome, il Papa si accascia dentro il veicolo. La gente non riesce a credere a ciò che ha appena visto. Molti scoppiano a piangere. Molti altri si inginocchiano lì dove sono e pregano con i rosari che avevano portato perché lui li benedicesse. Tra la folla c'è chi ricorda che un altro 13 maggio, sessantaquattro anni prima, la Vergine era apparsa a dei pastorelli a Fatima, un paese del Portogallo. A sparare è stato un giovane turco, Ali Agca.

Il Papa viene portato al Policlinico Gemelli, un ospedale di Roma, e lì resta sei ore in sala operatoria.

Arriva la domenica. Sono passati quattro giorni e la ferita è ancora aperta. Dalla sua stanza, collegato con la piazza, recita con i fedeli la preghiera mariana di mezzogiorno, e la sua voce arriva debole fino al luogo stesso in cui lo hanno ferito. Prima di concludere, dice.

«Prego per il fratello che mi ha colpito, al quale ho sinceramente perdonato.»

Il Papa chiama fratello l'uomo che voleva ucciderlo.

La ferita, però, non si rimargina in fretta. Il 3 giugno, dopo ventidue giorni di ospedale, il Papa torna in Vaticano. Quattro giorni più tardi, nella basilica di Santa Maria Maggiore, si ascolta registrato ciò che lui non può andare a dire di persona. È un atto di consacrazione scritto da lui stesso, una preghiera che mette il mondo nelle mani della Vergine. Dopo l'attentato aveva chiesto anche la busta con la terza parte del segreto di Fatima, la parte del messaggio di quei pastorelli che la Chiesa custodiva senza renderla pubblica. A luglio gliela fanno avere tramite la Segreteria di Stato.

A quel punto è già di nuovo al Gemelli, perché il 20 giugno un'infezione lo ha costretto a tornarci, e il 5 agosto viene operato per la seconda volta, un intervento che si rivela decisivo. Solo a metà agosto, tre mesi dopo quel pomeriggio in piazza, esce finalmente dall'ospedale.

Nella jeep bianca era rimasto uno dei proiettili.

Il proiettile e la corona

Esattamente un anno dopo gli spari, il 13 maggio 1982, il Papa va pellegrino in Portogallo. A Fatima, davanti all'immagine della Vergine, recita la stessa preghiera che nel giugno dell'anno prima si era ascoltata registrata a Santa Maria Maggiore, e con essa le consacra il mondo intero. Da giovane si era messo nelle sue mani con il suo motto,

Totus tuus, tutto tuo, e ora arriva davanti alla sua immagine con la vita che ha conservato in piazza.

Durante una visita a Roma del vescovo di Leiria-Fatima, il Papa gli consegna il proiettile rimasto nella jeep, perché sia custodito nel santuario. Ciò che venne dopo fu un'idea del vescovo. Quel pezzo di metallo che avrebbe potuto ucciderlo finì incastonato nella corona della Vergine.

Resta ancora l'uomo che aveva sparato quel proiettile. Dal letto d'ospedale il Papa lo aveva chiamato fratello, e restava da vedere se sarebbe andato a cercarlo. Il 27 dicembre 1983 Giovanni Paolo II entra nel carcere romano di Rebibbia e incontra Ali Agca, sotto gli occhi di tutti.

All'uscita, il Papa dice.

«Ci siamo incontrati come uomini e come fratelli, perché tutti siamo fratelli.»

Poi aggiunge che tutto ciò che accade nella vita deve confermare questa fratellanza, che nasce dal fatto che Dio è nostro Padre.

Come era uscito vivo da quel pomeriggio? Fu lui stesso a rispondere nel 1994, un altro 13 maggio, da una stanza del Gemelli, dove era di nuovo ricoverato. In una meditazione per i vescovi italiani, spiegò così ciò che era accaduto in piazza.

«Una mano materna guidò la traiettoria della pallottola, e il Papa agonizzante si fermò sulla soglia della morte.»

È il suo modo di guardare quel giorno, con gli occhi della fede. La Madre a cui si era consegnato da ragazzo, in piena guerra, ora la riconosce nel suo stesso corpo ferito.

Quelle parole arrivano anche in Portogallo, al convento delle carmelitane di Coimbra. Lì vive suor Lucia, una di quei pastorelli di Fatima, ormai monaca e molto anziana. Quella busta custodiva la terza parte del segreto, la visione che i bambini avevano avuto il 13 luglio 1917 e che lei aveva messo per iscritto nel 1944, per ordine del suo vescovo. Un angelo con una spada di fuoco grida tre volte «Penitenza!». Poi un vescovo vestito di bianco sale su una montagna verso una grande croce, insieme ad altri vescovi, sacerdoti e religiosi. Attraversa una grande città mezza in rovina e prega per i morti che incontra lungo il cammino. In cima, mentre è in ginocchio ai piedi della croce, un gruppo di soldati gli spara e lo uccide. Due angeli raccolgono il sangue dei martiri. Nella primavera del 2000, quando le chiedono se quel vescovo sia il Papa, suor Lucia risponde subito di sì. Nella visione il vescovo muore, mentre il Papa della piazza è rimasto vivo. Per la Chiesa, questo mostra che il futuro non è già scritto. E lei si dice pienamente d'accordo con la frase della mano materna.

Gesù, confido in te

Il perdono che aveva portato a Rebibbia lo praticava già da prima, in silenzio, con degli sconosciuti. Il Venerdì Santo del 1980, a mezzogiorno, Giovanni Paolo II scende nella Basilica di San Pietro, entra in un confessionale e si siede ad ascoltare i fedeli che si avvicinano per chiedere perdono dei propri peccati. Era la lezione che da giovane si era portato via dalla vecchia chiesetta di Ars, e da quel Venerdì Santo torna ogni anno nello stesso confessionale.

Alla fine di quello stesso anno firma un'enciclica, una lettera rivolta a tutta la Chiesa, su Dio Padre, colui che è ricco di misericordia. Le dà questo nome in latino,

Dives in misericordia. Ciò che dicono quelle pagine lui lo vive ogni Venerdì Santo in quel confessionale di legno, una persona dopo l'altra.

Quella misericordia non aspetta soltanto chi entra in una chiesa. Esce anche a cercare chi muore da solo. Nel febbraio del 1986, durante il viaggio in India, la prima tappa del Papa a Calcutta è Nirmal Hriday, la casa dove Madre Teresa e le sue sorelle si prendono cura dei moribondi. Lì il Papa la definisce un luogo che testimonia il primato dell'amore.

La misericordia aveva bisogno anche di un giorno nel calendario di tutti. Nella primavera del 2000 Giovanni Paolo II canonizza a Roma Santa Faustina Kowalska, una religiosa polacca il cui diario custodisce il messaggio della Divina Misericordia. Quel giorno stabilisce che in tutta la Chiesa la seconda domenica di Pasqua, quella che segue la domenica di Risurrezione, si chiami d'ora in poi Domenica della Divina Misericordia.

Il Papa volle portare quel messaggio nella terra dove lui stesso era nato. Il 17 agosto 2002 torna a Cracovia e, nel quartiere di Łagiewniki, dedica il nuovo santuario della Divina Misericordia. La sua pietra angolare è stata portata dal monte Calvario, per ricordare sempre che il peccato può essere perdonato. Il Papa ha ormai ottantadue anni. Ripete le parole di Santa Faustina sull'immensa misericordia di Dio e confessa con lei che, al di fuori di quella misericordia, per l'uomo non c'è altra fonte di speranza. Tutto questo sta in quattro parole che anche un bambino sa dire, e lui le pronuncia davanti alla folla.

«Gesù, confido in te.»

Poi affida solennemente il mondo intero alla Divina Misericordia, perché il messaggio di Santa Faustina giunga a tutti gli abitanti della terra. A chi lo ascolta chiede così.

«Siate testimoni della misericordia!»

Conclude con una sua preghiera a Dio Padre misericordioso, nella quale gli affida il destino del mondo e di ogni uomo. Fu il suo ultimo viaggio in Polonia.

La casa del Padre

Due anni e mezzo dopo Łagiewniki, la fiducia che aveva chiesto a tutti deve reggersi nel suo stesso corpo. Già nel 1991 il suo medico aveva notato in lui i primi segni del Parkinson. Nel febbraio del 2005 viene ricoverato di nuovo al Policlinico Gemelli di Roma, l'ospedale che lo aveva accolto dopo gli spari, perché gli manca l'aria. Gli praticano una tracheotomia, un'apertura nella gola che gli permette di respirare, e i medici gli chiedono di non parlare per qualche giorno.

Al risveglio, come riferì poi il suo portavoce, il Papa chiese a gesti un foglio e scrisse.

«Ma che cosa mi hanno fatto?»

Poi continuò a scrivere, con le due parole latine che da giovane, in piena guerra, aveva fatto sue per consegnarsi interamente a Maria.

«Ma io resto sempre totus tuus.»

Il corpo, però, ormai non gli obbedisce più. Il 30 marzo si affaccia alla finestra del suo studio, sopra Piazza San Pietro, e benedice la folla senza riuscire a dire nulla. È l'ultima volta che la piazza lo vede.

Il giorno dopo, poco dopo le undici, va in cappella per la messa e lo scuote un brivido violento. La febbre sale di colpo. Entra in shock settico, un'infezione che passa nel sangue e fa cedere il cuore e la circolazione. Chiede di restare nella sua stanza, e la sua volontà viene rispettata.

Nel pomeriggio, con gli occhi socchiusi, celebra la messa ai piedi del letto con i sacerdoti che lo assistono. Alla consacrazione, quando il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo, alza debolmente il braccio destro sopra di essi. Il cardinale arcivescovo di Leopoli gli dà l'unzione degli infermi, il sacramento che la Chiesa offre a chi è gravemente malato, e al calar della sera il Papa riceve la comunione.

Il venerdì si sveglia lucido e sereno. Celebra la messa di buon'ora. Poi gli leggono le quattordici stazioni della Via Crucis, il cammino di Gesù verso la croce, e a ognuna si fa il segno della croce. Dopo chiede che gli leggano l'Ora Terza, una delle preghiere della giornata, e alcuni passi della Scrittura.

Giù, la piazza si è riempita di giovani che pregano per lui. Attraverso il suo portavoce, Joaquín Navarro-Valls, si conoscono le parole che il Papa disse di loro.

«Vi ho cercato. Adesso voi siete venuti da me. E per questo vi ringrazio.»

Sabato 2 aprile, verso le tre e mezza del pomeriggio, con un filo di voce, parla in polacco a chi gli sta intorno.

«Lasciatemi andare alla casa del Padre.»

Poco prima delle sette entra in coma, e non si risveglia più. Nella penombra arde una piccola candela, come vuole un'usanza polacca. Alle otto, accanto al letto, Stanisław Dziwisz, il suo segretario per quasi quarant'anni, inizia la messa della festa della Divina Misericordia. I canti della stanza si mescolano a quelli che salgono dalla piazza.

Alle nove e trentasette di sera, Giovanni Paolo II si addormenta nel Signore.

È la vigilia della Domenica della Divina Misericordia, quella che lui stesso aveva donato a tutta la Chiesa. Sotto la sua finestra, i giovani non lasciano la piazza.

Santo subito

Dietro quei giovani arriva il mondo. In pochi giorni più di tre milioni di pellegrini sfilano davanti al suo corpo, alcuni dopo ventiquattro ore di fila. L'8 aprile, in Piazza San Pietro, il cardinale Joseph Ratzinger, decano del Collegio cardinalizio, presiede il funerale. Dalla folla sale un grido che si ripete senza sosta, «Santo subito!». Quello stesso giorno viene sepolto nelle Grotte Vaticane, sotto la basilica.

La piazza chiedeva di fare presto, e la Chiesa ascoltò senza saltare nessuna tappa. Ratzinger, eletto Papa con il nome di Benedetto XVI, fa una sola eccezione. Non aspetta i cinque anni che di solito devono passare dalla morte, un tempo che serve a verificare che la fama di santità duri e si diffonda. A Roma e a Cracovia si raccolgono le testimonianze di chi aveva conosciuto Giovanni Paolo II, e teologi e cardinali ne studiano la vita. Alla fine del 2009 Benedetto XVI lo dichiara venerabile, cioè riconosce che ha vissuto le virtù cristiane in grado eroico.

In quell'esame la Chiesa guarda alla sua vita con Dio, e non alla giustezza di ogni decisione di governo. Nel 2020 la stessa Santa Sede pubblicò un rapporto su come Theodore McCarrick, un vescovo statunitense, fosse diventato cardinale nonostante le accuse sulla sua condotta sessuale. Il rapporto conclude che nel 2000 Giovanni Paolo II lo nominò arcivescovo di Washington per decisione personale, sulla base di informazioni inesatte e incomplete date da tre dei quattro vescovi statunitensi che aveva consultato. Quando il rapporto fu pubblicato, un processo canonico aveva già dichiarato colpevole McCarrick e lo aveva ridotto allo stato laicale.

Per beatificarlo, la Chiesa chiedeva inoltre un segno, una guarigione dovuta alla sua intercessione. In Francia suor Marie Simon-Pierre lavorava come infermiera in un reparto di maternità, finché il Parkinson, la stessa malattia che il Papa aveva portato per più di un decennio, la costrinse a lasciare il lavoro. Nel giugno del 2005, circa due mesi dopo la morte del Papa, lei gli chiede aiuto, e il Parkinson scompare del tutto. Nel gennaio del 2011 Benedetto XVI firma il decreto che riconosce quella guarigione come dovuta all'intercessione di Giovanni Paolo II.

Il primo maggio 2011, Domenica della Divina Misericordia, Benedetto XVI lo proclama beato, il passo che precede la santità, in piazza e davanti a più di un milione di fedeli. Mai prima di allora un Papa aveva elevato agli altari colui che lo aveva preceduto. Durante la cerimonia, suor Marie Simon-Pierre prega davanti a una reliquia del Papa.

In occasione di quella beatificazione, il feretro di Giovanni Paolo II lascia le Grotte e viene trasferito nella cappella di San Sebastiano, accanto alla Pietà di Michelangelo, dove i pellegrini di tutto il mondo pregano davanti a lui, sotto l'altare.

Quella stessa domenica, molto lontano da Roma, in Costa Rica, una donna che i medici avevano mandato a casa a morire resta sveglia per poter seguire la beatificazione.

Mi sento bene

Che cosa avesse portato quella donna fino a quella notte lo raccontano lei stessa, Floribeth Mora, madre di quattro figli, e suo marito, Edwin Arce. Una mattina di aprile del 2011 Floribeth si era svegliata in casa con un terribile mal di testa e il vomito. All'ospedale Calderón Guardia, a San José, i medici le trovarono un aneurisma, una lesione grave in un'arteria del cervello, e le dissero che il punto da chiudere era inaccessibile. I due si affidarono a Giovanni Paolo II, e i medici consigliarono di riportarla a casa per gli ultimi giorni.

Edwin uscì dall'ospedale, si sedette per terra e pianse, «Dio mio, aiutami! Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, non lasciatemi solo…!». Racconta che allora una voce gli ripeté due volte «Non avere paura, portala con te». E se la portò a casa, dove le medicine la tenevano addormentata quasi tutto il giorno.

Per questo, la domenica della beatificazione, mentre la sua famiglia va allo stadio dove viene trasmessa la cerimonia, lei si sforza di non addormentarsi e chiede al Papa di aiutarla. Non vuole morire. Vuole stare con i suoi figli e conoscere i nipoti che stanno per arrivare.

La mattina dopo vede su una rivista Giovanni Paolo II con la mano alzata in un gesto che sembra invitarla ad alzarsi. Si alza, va in cucina e a suo marito dice solo questo, «Mi sento bene». Il suo neurochirurgo conferma poi che l'aneurisma è scomparso.

Quella guarigione passò per l'esame della Chiesa. La commissione medica della causa, che si limita a dire se una guarigione ha una spiegazione scientifica, non ne trovò alcuna, e poi teologi e cardinali la attribuirono all'intercessione di Giovanni Paolo II. Il 27 aprile 2014, ancora una volta Domenica della Divina Misericordia, papa Francesco lo canonizza in piazza insieme a Giovanni XXIII. Così la Chiesa lo propone a tutti come modello di vita cristiana e come intercessore.

Il ragazzo che un giorno di guerra tornò dal lavoro e non aveva più nessuno imparò in ginocchio a non avere paura. Lo imparò guardando pregare suo padre di notte, e lo visse poi, disteso sul pavimento della cappella della sua ordinazione e in un letto del Gemelli, dove perdonò con la ferita ancora aperta. Quando chiese a una piazza intera di aprire le porte a Cristo, le offriva ciò che lui stesso aveva sperimentato, passo dopo passo, nella propria vita.

A tutti, prima o poi, tocca un pavimento come quello su cui Edwin si sedette a piangere uscendo dall'ospedale, ed è proprio lì che possiamo imparare ad affidarci.

San Giovanni Paolo II, tu hai perso presto i tuoi cari e in guerra hai imparato ad affidarti a Dio. Insegnaci a non avere paura. Tu hai chiamato fratello l'uomo che ti aveva ferito. Ottienici un cuore capace di perdonare. Accompagna i malati, chi piange i suoi morti e chi si sente solo, tu che hai portato la tua croce davanti a tutti fino alla fine. Aiutaci a spalancare le porte a Cristo e a dire con te «Gesù, confido in te». Prega per noi. Amen.

Fonti

  • Fonti primarie (1978–2026)
  • Juan Pablo II, Don y misterio (1996) vatican.va
  • Juan Pablo II, Homilía del inicio del pontificado (22-10-1978), en el Oficio de lectura vatican.va
  • Juan Pablo II, Homilía en el Santuario de la Misericordia Divina, Cracovia-Łagiewniki (2002) vatican.va
  • Benedicto XVI, Homilía de la beatificación de Juan Pablo II (2011) vatican.va
  • Sala Stampa della Santa Sede, Algunos datos significativos del Pontificado de Juan Pablo II vatican.va
  • Santa Sede, Crónica de los últimos días (Acta Apostolicae Sedis, 2005), según ZENIT (20-9-2005) es.zenit.org
  • Documenti ecclesiastici e studi
  • Congregación para la Doctrina de la Fe, El mensaje de Fátima (2000) vatican.va
  • Congregación para el Culto Divino y la Disciplina de los Sacramentos, San Juan Pablo II, papa — Oficio de lectura (2011) — vatican.va
  • Santa Sede, Perfil biográfico de Juan Pablo II (2014) vatican.va
  • Oficina de Prensa de la Santa Sede, Breve Biografía de Juan Pablo II (2005) — vatican.va
  • Łucja Marek, Arka Pana. Pierwszy kościół w Nowej Hucie (2023) — Instytut Pamięci Narodowej, przystanekhistoria.pl
  • Alessandro Gisotti, Aquel 13 de mayo (2021) — Vatican News
  • Jesús Colina, La santidad de Juan Pablo II (2013) — Alfa y Omega
  • Jesús Colina, Habla la mujer que experimentó el milagro de san Juan Pablo II (2013) — Aleteia
  • Kathleen Hattrup, Lo que dice el informe vaticano sobre el ex cardenal McCarrick (2020) — Aleteia
  • ZENIT, Tras la traqueotomía, el Papa se alimenta normalmente y respira autónomamente (2005) — almudi.org
  • Contesto contemporaneo
  • León XIV, Ángelus del 11 de octubre de 2026 vatican.va

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