Vai al contenuto
FIDES VIVA

26 ottobre

il medico dei poveri che fu fra Marcello nella Certosa di Farneta

José Gregorio Hernández

  • Lettura di 27 min
Dimensione del testo 100%
Aa
Dimensione del testo 100%
Capitoli
  1. 0:00Un fazzoletto di seta
  2. 3:39Quattro microscopi
  3. 6:44Con che dolore
  4. 9:58Come un albero gigantesco
  5. 12:40Fra Marcello
  6. 15:38Una luce nell'università
  7. 19:15Contento e a mio agio
  8. 22:13Il ritratto di New York
  9. 25:36Il mondo in pace
  10. 29:22Il dottore è nostro
  11. 32:12Una bambina dell'Apure
  12. 35:45Un cappello su un microscopio
  13. 38:56La cella di Farneta

È domenica a Caracas, nel 1919, e un amico che passa a congratularsi con José Gregorio Hernández lo trova pieno di gioia. Il giorno prima, a Versailles, è stato firmato il trattato che mette fine alla Grande Guerra, e il medico festeggia perché il mondo è di nuovo in pace. Poi, quasi in un sussurro, gli confida qualcos'altro. Ha offerto a Dio la propria vita per quella pace.

Poco dopo esce di fretta. A La Pastora, il suo quartiere, lo aspetta un'anziana povera e molto malata, e lungo la strada è lui stesso a comprarle in farmacia ciò che lei non può pagare. Quel pomeriggio non arriva a casa della malata.

E quell'uomo per la strada, il dottore in abito scuro e cappello, un tempo aveva voluto chiudersi per sempre nel silenzio di un monastero in Italia, dove gli diedero un altro nome, fra Marcello.

Un fazzoletto di seta

Quella fretta per una malata senza soldi non aveva niente di nuovo. Veniva da tanti anni di ambulatorio a Caracas, fin dalla fine dell'Ottocento, quando già insegnava all'università. Alla sua porta arrivano quelli che possono pagare e quelli che non possono, e li riceve tutti.

Accanto al letto, José Gregorio resta in piedi, in un atteggiamento quasi umile, con le braccia incrociate sul petto, e ascolta la storia del malato. Poi chiede un fazzoletto di seta, lo stende sulla pelle e ci appoggia sopra l'orecchio. Misura la febbre col termometro, conta il polso con l'orologio e scrive la ricetta in piedi.

A chi non ha di che pagare non chiede nulla, e spesso gli lascia in mano anche i soldi per le medicine. Ai pazienti ricchi chiede un'altra cosa, di lasciare un'elemosina per i più poveri. Per questo Caracas comincia a chiamarlo il medico dei poveri.

La sua giornata è cominciata molto prima, al buio. Si alza per pregare, ascolta la messa e fa la comunione, ogni mattina. All'università, in un ambiente segnato da un forte materialismo, dove si considera reale soltanto la materia, si fa il segno della croce davanti ai suoi studenti prima di ogni lezione.

Quel modo di pregare e di prendersi cura dei malati l'ha imparato a casa sua. A Isnotú, un piccolo paese sulle Ande di Trujillo, la madre e la zia lo portavano in chiesa e a trovare i malati per far loro coraggio. La madre muore nel 1872, quando il bambino non ha ancora compiuto otto anni, e da allora a crescerlo è la zia María Luisa.

Di sua madre José Gregorio, ormai adulto, dirà «Fin dalla culla mi insegnò la virtù, mi fece crescere nella scienza di Dio e mi diede per guida la santa carità».

In quello stesso paese era nato un 26 ottobre, e questo è il giorno in cui oggi la Chiesa lo celebra come santo.

È la stessa Chiesa che, molto tempo dopo quella casa di Isnotú, riconoscerà una guarigione chiesta nel suo nome.

Quattro microscopi

Quel bambino che entrava con la madre nelle case dei malati non resta a lungo a Isnotú. Il maestro del paese capisce quanto vale il ragazzo e convince il padre a mandarlo a studiare nella capitale. A tredici anni lascia la montagna ed entra come convittore in un collegio di Caracas.

Lì cresce un giovane allegro. Gli piacciono le feste e il ballo, studia musica e si cuce da solo i vestiti. Pensa di studiare legge, ma suo padre, un commerciante che conosce bene il suo desiderio di aiutare gli altri, lo incoraggia a diventare medico. Nel giugno del 1888 l'Università Centrale gli conferisce il titolo di dottore.

Con il titolo in mano torna nella sua terra, perché vuole curare la sua gente. Per sette mesi sale a cavallo lungo le mulattiere, i sentieri dei muli da soma, tra Isnotú, Betijoque e i casolari della montagna. Va dalla casa di un malato a quella di un altro. Tra una visita e l'altra racconta ogni caso a Santos Aníbal Dominici, il suo amico più intimo, medico come lui, che vive a Caracas. Gli parla di una donna la cui emorragia si è finalmente fermata, di due dissenterie che ancora non cedono e di un malato di tubercolosi. Gli chiede notizie e consigli dalla capitale, perché conosce i propri limiti. E gli confida un progetto, mettere da parte i soldi per andare a studiare a Parigi.

Non avrà bisogno di metterli da parte. Nel 1889 il governo lo manda a Parigi a imparare ciò che a Caracas ancora non si insegna, i microbi e l'istologia, lo studio al microscopio dei tessuti del corpo. Lavora accanto al grande istologo Mathias Duval, che in una lettera scrive di lui che ha raggiunto il livello di un tecnico. Un altro dei suoi maestri gli consegna la medaglia come miglior allievo. A Parigi lascia il ricordo della sua devozione, e poi completa la sua formazione a Berlino.

Mentre è lontano, in Venezuela muore suo padre, quello che lo aveva spinto verso la medicina. José Gregorio non tiene per sé l'eredità e la cede ai figli di sua sorella.

Nel 1891 torna a Caracas, e nel bagaglio porta quattro moderni microscopi Zeiss, a un solo obiettivo. Con questi fonda all'Università Centrale tre cattedre, quella di istologia, quella di fisiologia sperimentale, che studia come funziona il corpo vivo, e quella di batteriologia, la scienza dei microbi. I suoi studenti si chinano su quelle lenti, e così comincia in Venezuela la medicina che si impara verificando in laboratorio.

Con che dolore

Ciò che i suoi studenti imparano in quel laboratorio lo fa conoscere tra i medici del paese, e nel 1904 è tra i fondatori dell'Accademia Nazionale di Medicina. Lì, davanti ai colleghi, la sua fede viene alla luce. Si discute se la scienza debba adottare come dottrina l'evoluzione, l'idea che le specie viventi si trasformino l'una nell'altra con il passare del tempo. José Gregorio, senza giri di parole, si dichiara creazionista. Crede che Dio abbia creato la vita, e sostiene che nessuna accademia debba trasformare un'ipotesi in dottrina, perché questo frena il progresso della scienza. Ciò nonostante può ammettere l'evoluzione, sempre in armonia con l'idea di un Dio creatore.

Di fronte ha Luis Razetti, un chirurgo che difende l'evoluzione e non condivide la sua fede. Discutono con forza, ma l'amicizia tra i due non si spezza. Razetti proclamerà sempre i meriti di José Gregorio come professore e come scienziato, e la sua condotta irreprensibile.

In quell'uomo la fede e la medicina lavorano insieme, e una santa le mette alla prova. La sua devozione a Santa Teresa di Gesù, la mistica spagnola, è così antica che non saprebbe dire quando sia cominciata. Un giorno uno dei suoi maestri più cari pubblica uno studio sull'isteria, un disturbo dei nervi. Sostiene che la santa ne soffrisse e che le sue estasi, i momenti in cui veniva rapita in Dio, fossero crisi isteriche. José Gregorio lo dice così.

«Con che dolore ho letto l'articolo del mio maestro!»

Si propone di dimostrare, con gli strumenti del suo mestiere, che in lei non c'è alcun segno di isteria. Cerca la vera malattia in ciò che Teresa stessa racconta nel libro della sua vita, e arriva a una conclusione da medico. Fu una malattia acuta di gioventù, simile al reumatismo articolare acuto, che infiamma le articolazioni e dà la febbre. Il saggio che scrive per difenderla resta incompiuto. In quelle pagine racconta anche perché la ama ancora di più. Fu lei a diffondere la devozione a San Giuseppe, di cui lui è devoto.

Quella fede ha, per di più, una regola. Dal dicembre del 1899 appartiene al Terz'Ordine Francescano, un modo di vivere la regola di San Francesco da laico, in casa e al lavoro. I suoi studenti continuano a vederlo arrivare a lezione in abito scuro.

Nel giugno del 1906 invia al ministro una lettera in cui chiede di andare in pensione dalla cattedra. Insieme gli manda il suo libro appena pubblicato, Elementi di batteriologia, il primo su questa scienza scritto in Venezuela. Ha quarantun anni.

Come un albero gigantesco

L'anno seguente quel medico, che già prega secondo una regola francescana, vuole fare un passo in più. Va a trovare Juan Bautista Castro, l'arcivescovo di Caracas, che da molti anni lo guida nella vita di fede, e gli dice che vuole consacrarsi completamente alla vita religiosa. L'arcivescovo esita, perché pensa che il Venezuela abbia ancora molto bisogno della scienza di José Gregorio. Eppure lo lascia provare.

Il desiderio viene da lontano. José Gregorio ha sempre amato il convento. Con gli anni, man mano che studia la Chiesa nel suo dogma, nella sua morale e nella sua storia, quell'amore cresce come un albero gigantesco fino a orientare tutta la sua vita. Ciò che cerca ha un nome, la vita contemplativa, un'esistenza interamente dedicata a pregare e a stare con Dio. Per questo sceglie la certosa, un monastero dove i monaci vivono nel silenzio e nella solitudine. È l'ordine più adatto al suo spirito.

Ma quel passo ha un prezzo. Nel giugno del 1908, a Puerto Cabello, sul punto di imbarcarsi per l'Italia, si congeda dal fratello César con una lettera e gli confessa quanto gli costa.

«Soltanto per obbedire alla chiamata divina ho potuto fare questo passo, che per me è così duro.»

Vuole un bene profondo alla sua famiglia, e separarsene gli fa male. Di tutti i sacrifici, il più doloroso è lasciare la zia María Luisa, la donna che lo ha cresciuto quando è morta sua madre. Chiede perdono a tutti e spera di rivederli in cielo. Lascia loro anche un tesoro, la lettera in cui il maestro dei novizi, il monaco che forma i nuovi arrivati, gli annunciava che era stato ammesso. Per lui quella lettera è una vera reliquia, perché l'ha scritta un santo.

Alle spalle restano la cattedra, il laboratorio e i malati di Caracas. Si è staccato dalla famiglia e ha detto addio alla patria. Il 16 luglio di quell'anno varca la porta della Certosa di Farneta, tra i cipressi, vicino alla città di Lucca, in Toscana. Arriva così sfinito che pesa novantasette libbre, poco più di quaranta chili.

Fra Marcello

Dentro le mura di Farneta comincia finalmente la vita che ha sempre desiderato. Ad agosto riceve l'abito dei certosini e, con esso, un nome nuovo. Da quel momento lo chiamano fra Marcello.

A mezzanotte giunge l'ora del mattutino, la preghiera che i monaci cantano insieme mentre il mondo dorme. Lungo il ruscello vicino cantano le rane, i cipressi e i mirti salgono fino all'altezza della torre, e l'intero chiostro tace.

A novembre, dalla sua cella, scrive al fratello César. Gli assicura che la sua salute è sempre ottima, e gli racconta come prega per loro. Ogni giorno, a turno, offre per uno dei suoi la comunione, le messe, l'Ufficio divino e quello della Beata Vergine, il digiuno e la veglia. L'Ufficio divino è la preghiera della Chiesa distribuita nelle ore del giorno. Così passa in rassegna i fratelli, i cognati e i nipoti. Nel suo ordine i monaci vivono di solitudine, di silenzio e di lontananza dalla gente, e per questo scrive così poco. Ma questo non li separa, perché possono ritrovarsi ogni volta che vogliono dentro il Cuore di Gesù. Firma con il suo nome nuovo, fra Marcello Hernández, novizio certosino.

Ma il corpo non risponde. Gli mancano le forze per il freddo, per il digiuno e per il lavoro manuale che la regola chiede a ogni monaco. E il latino, la lingua in cui si prega tutto l'ufficio, gli resiste. Passano nove mesi, finché un giorno il superiore generale dell'ordine lo chiama e gli rivolge queste parole.

«Figlio mio, lei vede bene che non possiamo accoglierla. Torni al suo paese e cerchi di acquistare ciò che le manca.»

José Gregorio non dà la colpa a nessuno se non a se stesso. A suo giudizio, gli è capitato ciò che capita a chi, accecato dalla presunzione e sorretto dalla vanità, intraprende un volo così alto. Del superiore loda soltanto la carità, quella di averlo sopportato per nove mesi vedendolo così incapace. Quelle parole sono una sentenza, ma anche una speranza. E lui obbedisce. Così attraversa il terribile dolore di rientrare nel mondo.

È la prima porta che si chiude davanti all'uomo che, dieci anni più tardi, uscirà di fretta per le strade di La Pastora con delle medicine in mano. Nella primavera del 1909 fra Marcello lascia la certosa e si imbarca per tornare in Venezuela.

Una luce nell'università

Obbedire a quel «torni al suo paese» ha un prezzo, e lo si paga sul molo. Il 21 aprile 1909 il piroscafo Città di Torino lascia José Gregorio a La Guaira, il porto di Caracas. Non sale nella capitale, perché teme lo scherno che lo attende, e passa la notte in una pensione di via Los Baños, a Maiquetía, sul mare.

Da quella stanza scrive al fratello César. Gli racconta che un mese prima il superiore gli ha detto che la sua vocazione non era la vita contemplativa ma quella attiva, e gli ha parlato dei gesuiti o del sacerdozio. Ora José Gregorio chiede a César di andare dall'arcivescovo, perché vuole entrare in seminario, la casa dove si formano i futuri sacerdoti.

Con il sì dell'arcivescovo sale a Caracas senza farsi notare ed entra in seminario. Il 24 aprile la stampa cattolica pubblica la notizia, e il seminario si riempie. Arrivano la sua famiglia, i colleghi e gli allievi, e con loro studenti di medicina. Arrivano anche i suoi pazienti, i malati che entravano nel suo studio senza un soldo e ne uscivano con la medicina pagata.

Una domanda corre ormai per la città, e Luis Razetti, il chirurgo che discuteva con lui all'Accademia senza smettere di essergli amico, la pone in pubblico. «Dov'è più utile alla società, in laboratorio o in seminario?» Nessuno ha il diritto di biasimarlo, aggiunge, ma la sua decisione spegne una luce nell'università.

Allora Juan Bautista Castro, l'arcivescovo che gli aveva permesso di tentare la certosa, gli consiglia di tornare all'università, perché i giovani hanno bisogno di lui. José Gregorio obbedisce ancora una volta. A settembre lo nominano professore di anatomia patologica, lo studio dei tessuti malati, e torna a stare in piedi davanti ai suoi studenti.

Tre anni dopo, nell'ottobre del 1912, si siede a raccontare tutto in una lettera a Santos Aníbal Dominici, l'amico a cui un tempo descriveva i suoi casi dalle strade di Trujillo e che ora vive lontano, a Washington. Gli parla della terribile crisi che ha attraversato, e di ciò che ha trovato a Farneta.

«Lì ho visto la santità in grado eroico e ti posso assicurare che, una volta visto quello spettacolo, tutto il resto della terra diventa fango.»

Poi gli spiega il ritorno, e dove si trova adesso.

«Ed eccomi qui a obbedire a quel comando.»

Alla fine si congeda come l'amico che più gli vuole bene, quasi il suo unico amico, e gli lascia una certezza per la distanza che li separa.

«Ma se la nostra amicizia non la riprenderemo sulla terra, per questo abbiamo il cielo.»

In cattedra custodisce la speranza portata da Farneta, quella di raccogliere un giorno le forze che gli sono mancate e bussare di nuovo alla porta.

Contento e a mio agio

Le forze che gli sono mancate in certosa le cerca a Caracas, e una tradizione racconta che le cercava con le mani. All'uscita dall'università, senza che quasi nessuno lo sapesse, entrava un momento a pregare in una chiesetta e proseguiva fino a una piccola falegnameria. Lì lasciava gli abiti da professore, indossava quelli da lavoro e lavorava il legno, come chi tempra il corpo per una vita austera.

Nel 1913 ci riprova. Presenta le dimissioni all'Accademia di Medicina, che non le accetta perché la carica è a vita, e si imbarca per Roma. Entra in un collegio dove i gesuiti formano futuri sacerdoti dell'America Latina. Studia il latino, lo stesso che a Farneta gli resisteva, e la teologia, senza fretta. Nel febbraio del 1914 lo racconta al fratello César in una lettera.

«Ora nel Collegio mi trovo molto contento e a mio agio.»

Poco dopo lo abbatte una pleurite, un'infiammazione della membrana che avvolge i polmoni, e il suo soggiorno a Roma finisce dopo otto mesi. Ad aprile è a Parigi, e lì un medico gli esamina l'espettorato e vi trova il bacillo di Koch, il microbo della tubercolosi.

Da Parigi scrive che tornare a Caracas dopo essersi spogliato di tutto gli pesa molto, e che sente che nessuno può capirlo. Ha sempre desiderato la morte che libera da tanti mali e mette al sicuro in cielo, e ora teme di dover restare per sempre nel mondo. Eppure chiede che in tutto si compia la volontà del Signore.

Con la sorella Avelina, invece, si concede un sorriso. Così le scrive da Parigi.

«Il dottore mi dice, credendo di darmi una grande notizia, che di questa non morirò.»

All'inizio di settembre è di nuovo a Caracas. In un momento di quegli anni, l'arcivescovo Juan Bautista Castro gli ha dato un consiglio semplice per decidere ciò che verrà. Che metta la sua vocazione su un piatto della bilancia e i bisogni del Venezuela sull'altro, e che guardi da che parte si inclina l'ago della bilancia. E gli ha detto come leggerlo.

«Dove l'ago si inclina, veda la volontà di Dio, e la segua.»

L'ago si inclina verso i malati e gli studenti della sua terra. Da allora si dedica soltanto a insegnare e a curare, in una Caracas dove l'università è chiusa.

Il ritratto di New York

La prima cosa che la bilancia gli mette davanti sono i ragazzi rimasti senza aule. Chiede il permesso di insegnare per conto suo e, in un collegio di Caracas, insieme a un suo nipote, tiene gratis lezioni di istologia a chiunque voglia imparare. E la preghiera se la porta nella propria casa.

Nel giugno del 1915 riunisce tutta la famiglia nella sua casa, tra l'angolo di San Andrés e quello di Desbarrancado. Vuole consacrarla al Sacro Cuore, cioè affidare la casa all'amore di Gesù Cristo, quell'amore che la Chiesa contempla nel suo cuore. Verso le cinque e mezza del pomeriggio si inginocchiano tutti. Un frate cappuccino recita alcune preghiere, la famiglia dice il Credo ad alta voce e poi si legge la consacrazione, che chiede a Gesù di visitare quella casa «in compagnia della tua dolce Madre».

Nell'agosto di quell'anno muore l'arcivescovo Juan Bautista Castro. Era stato lui a lasciargli tentare la certosa, a riportarlo nelle aule e a mettergli davanti la bilancia. Lo aveva accompagnato davanti a ogni porta, quella che si era aperta verso l'Italia e quelle che poi si erano chiuse.

Nel 1917 si reca a New York e a Madrid per studiare e preparare la seconda edizione del suo libro di batteriologia. A New York entra in uno studio fotografico e si fa ritrarre in piedi, con l'abito scuro in tre pezzi, un fazzoletto bianco nel taschino, il cappello di feltro in testa e le mani dietro la schiena. Ne manda una copia al fratello César, per sentirsi meno lontano dai suoi. Quell'uomo immobile è lo stesso che tante famiglie riconosceranno poi nei loro santini.

A un altro nipote, quello che studia medicina, ricorda per che cosa studia con questo consiglio.

«Buon medico è chi sa curare i suoi malati, e questo si comincia a impararlo non in laboratorio, ma in ospedale.»

Nell'ottobre del 1918 l'influenza spagnola arriva in Venezuela. Si abbatte su una popolazione già colpita dalla malaria, dalla tubercolosi, dalla fame e dalla mancanza di igiene, e in tutto il paese i morti si contano a decine di migliaia. Si forma un comitato nazionale di soccorso con il nuovo arcivescovo, e a coordinarlo è Luis Razetti, il vecchio compagno di José Gregorio all'Accademia. José Gregorio si mette al lavoro nell'emergenza. Per ventidue giorni usa un'automobile con autista per raggiungere più malati, da una porta all'altra e da un letto all'altro.

A lui e a Razetti si attribuisce di aver detto in pubblico che a uccidere tanta gente era la miseria, più che l'influenza.

A dicembre l'epidemia si spegne, e il dottor Hernández torna alle sue lezioni e ai suoi malati di sempre.

Il mondo in pace

L'ultima di quelle lezioni cade di sabato, il 28 giugno 1919, e alle tre del pomeriggio lui è puntuale nell'aula della Scuola di Medicina. Spiega ai suoi studenti il bacillo della lebbra, come si vede al microscopio, come si colora e come si coltiva, e alla fine annuncia l'argomento della lezione successiva. Quello stesso sabato, dall'altra parte dell'oceano, a Versailles si firma il trattato che chiude quattro anni di combattimenti in Europa, quella guerra in cui lui, che nel 1914 si trovava a Londra, aveva visto entrare l'Inghilterra.

Il giorno dopo è domenica. Si alza prima delle cinque e recita l'Angelus, la preghiera che ricorda l'annuncio dell'angelo a Maria. Va alla chiesa della Divina Pastora, quella del suo quartiere, ascolta la messa e fa la comunione.

Poi comincia il suo giro. Passa dalle case dei suoi malati poveri, dagli orfani della Divina Provvidenza e dalle corsie dell'Ospedale Vargas. A mezzogiorno entra nella chiesa di San Mauricio per la sua visita al Santissimo, un momento di preghiera davanti a Gesù presente nell'Eucaristia, e recita di nuovo l'Angelus.

All'una e mezza arriva un amico a congratularsi con lui e lo trova raggiante. La notizia di Versailles è già arrivata a Caracas, e José Gregorio l'accoglie con gioia ed esclama.

«È stato firmato il Trattato di Pace! Il mondo in pace!»

Poi abbassa la voce. Confida all'amico di aver consegnato al Signore la propria vita come offerta, perché il mondo abbia pace.

Poco dopo lo saluta ed esce in fretta, perché un'anziana povera di La Pastora è molto malata e non ha di che pagarsi le medicine. Lui entra in una farmacia, gliele compra e prosegue a piedi verso la casa della malata.

Si racconta che, ormai in strada, passò davanti a un tram fermo senza vedere l'automobile che si avvicinava, e che una vicina vide tutto dalla sua finestra.

All'angolo di Amadores lo investe una delle poche automobili che circolano per Caracas. Al volante c'è un suo buon amico, un ex allievo. Un testimone sente José Gregorio gridare.

«Vergine Santissima!»

Lo portano quasi moribondo all'Ospedale Vargas, lo stesso di cui aveva percorso le corsie quella mattina, e lì un sacerdote gli dà l'estrema unzione, l'unzione con cui la Chiesa accompagna chi sta morendo. José Gregorio muore quasi subito, pronunciando il nome della Vergine.

In un altro reparto dell'ospedale, raccontano, è convalescente dopo un'operazione una religiosa, Candelaria di San Giuseppe, oggi beata, che si mette a pregare per lui.

Luis Razetti, il compagno dell'Accademia che non credeva, arriva fino al corpo dell'amico. Lì, davanti al corpo, pronuncia queste parole.

«Quest'uomo era un santo.»

Il dottore è nostro

La morte a un angolo di strada diventa, quella stessa notte, il lutto di un'intera città. Lo vegliano nell'Aula Magna dell'Università Centrale, su un catafalco coperto di fiori portati dall'Ávila, la montagna che sovrasta Caracas. Migliaia di abitanti di Caracas sfilano lentamente davanti al feretro, e la fila non finisce mai.

Il giorno dopo, il 30 giugno, la città si ferma. La messa funebre si celebra in Cattedrale, presieduta dall'arcivescovo. Quando finisce e la bara esce in strada, la gente vuole portarla da sé. Un grido corre tra la folla.

«Il dottor Hernández è nostro.»

Lo sollevano sulle spalle e si mettono in cammino. Il corteo parte alle quattro del pomeriggio e attraversa Caracas passo dopo passo. Arriva al Cimitero Generale del Sud alle nove di sera.

Quando lo calano nella terra, Luis Razetti parla davanti alla tomba e dice del suo amico che non lascia nemmeno una macchia. Dietro la bara ha camminato anche lo scrittore Rómulo Gallegos, e nella sua cronaca di quel giorno lascia scritto che tutti provavano «il desiderio di essere buoni».

Le autorità arrestano e processano l'amico che era al volante. Allora la famiglia Hernández scrive al giudice. Non chiede alcuna punizione, perché è convinta che sia stato un incidente senza intenzione, e accetta quanto è accaduto come volontà di Dio. Dopo quella lettera il pubblico ministero corregge la sua richiesta di condanna, il conducente viene assolto e la Corte Superiore conferma l'assoluzione.

Il conducente si chiamava Fernando Bustamante. I suoi fratelli raccontavano che lui e il dottore stavano per diventare compari, il legame che un battesimo stringe tra due famiglie, e che con gli anni lui divenne devoto di José Gregorio. Visse fino al 1981.

Dalla notte della sepoltura la tomba non resta mai sola. La gente torna con fiori, immaginette, targhe di ringraziamento e ricette mediche, e accende candele senza sosta, finché un giorno quelle candele danno fuoco alla tomba.

Quando nel 1975 ne vengono tolti i resti, sono presenti alcuni che lo avevano visto morire. Li portano nella chiesa di Nostra Signora della Candelaria, nel centro di Caracas, e lì riposano da allora.

Una bambina dell'Apure

Le candele che la gente accende su quella tomba finiscono per arrivare fino alla Chiesa. Circa trent'anni dopo la sepoltura, l'arcidiocesi di Caracas apre la causa di José Gregorio, il lungo e minuzioso esame con cui la Chiesa studia una vita prima di chiamare santo qualcuno. Chiama a testimoniare quelli che lo hanno conosciuto. Tra loro c'è Santos Aníbal Dominici, l'amico delle lettere, che siede davanti al tribunale per raccontare ciò che ha visto.

Arrivano anche delle obiezioni. Un ex vicario generale, il sacerdote che governava la diocesi accanto all'arcivescovo, le espone in una lettera che il nunzio, il rappresentante del papa, invia a Roma. Roma chiede di esaminarle, e un tribunale di Caracas ascolta sette testimoni. Il tribunale conclude che quell'opposizione era rivolta contro lo stesso arcivescovo che quel sacerdote aveva affiancato, non contro le virtù di José Gregorio. Nel 1964 Roma dichiara che nulla impedisce di andare avanti.

Nel 1986 papa Giovanni Paolo II lo dichiara venerabile, il titolo con cui la Chiesa riconosce che una persona ha vissuto le virtù cristiane in grado eroico. Per il passo successivo serve un miracolo, una guarigione che la medicina non sa spiegare, chiesta a Dio per sua intercessione. E per decenni la causa lo aspetta.

Quell'attesa si intreccia, un giorno di marzo del 2017, con la storia di una famiglia delle pianure dell'Apure. Yaxury Solórzano, una bambina di dieci anni, viaggia in moto con il padre quando alcuni rapinatori sbarrano loro la strada e sparano. La bambina resta ferita alla testa.

La portano in una clinica di San Fernando de Apure, e il neurochirurgo esce ad annunciare che la opererà. La madre di Yaxury racconta che in quel momento entrò il dottor José Gregorio Hernández e le disse che avrebbe operato lui la bambina, perché Dio lo aveva mandato.

La operano, e i medici si aspettano gravi conseguenze. La madre, la sorella e l'anestesista che la segue pregano Dio per intercessione del venerabile José Gregorio.

Cinque giorni dopo lo sparo, Yaxury migliora all'improvviso. Due settimane più tardi esce dall'ospedale in buone condizioni, senza alcun deficit neurologico né cognitivo.

Anni dopo, i medici che studiano il caso per la Chiesa esaminano quella guarigione e non le trovano spiegazione. Nel 2020 la Chiesa la riconosce come il miracolo che la causa aspettava, una guarigione chiesta nel suo nome.

Il 30 aprile 2021, a Caracas, il rappresentante di papa Francesco presiede la messa in cui José Gregorio Hernández viene proclamato beato, il passo che permette alla Chiesa di venerarlo pubblicamente prima di dichiararlo santo.

Un cappello su un microscopio

Mesi prima di quella messa, la Chiesa aveva dovuto aprire la sua urna a La Candelaria. Il cardinale venezuelano Baltazar Porras, che ha assistito all'apertura, esce dalla chiesa in quell'ottobre del 2020 e dice «Ci sono piccole ossa, terra e pezzi di metallo e di legno che forse facevano parte dell'urna precedente». Ecco ciò che resta del dottore, una manciata di ossa nella terra. Da quelle ossa verranno le sue reliquie, piccoli frammenti del suo stesso corpo che la Chiesa custodisce per pregare accanto a essi.

Quei frammenti arrivano nelle mani delle Serve di Gesù, le religiose fondate da Carmen Rendiles, una suora venezuelana del Novecento. Per un mese intero preparano più di centosessanta reliquie. Mentre lavorano, pregano per la fine della pandemia, per il personale sanitario e per la pace del Venezuela e del mondo.

Per le diocesi del paese si realizzano quaranta reliquiari. La base è un microscopio di ferro venezuelano. Sopra si alza un cappello simile a quello di feltro che il dottore portava nella foto di New York. In cima c'è la reliquia, circondata da perle di Margarita, l'isola venezuelana dei Caraibi. Le perle richiamano il Rosario. I vescovi del Venezuela vegliano sulla devozione al dottore. Ricordano che una reliquia è un sacramentale, un segno benedetto che aiuta a pregare, e non un amuleto, e respingono gli usi superstiziosi e spiritisti che alcuni fanno della sua figura.

Molti venezuelani hanno dovuto lasciare la loro terra, e le reliquie partono con loro, verso parrocchie di Madrid, delle isole Canarie e delle comunità che hanno formato in altri paesi.

È quella devozione, la stessa che riempì di candele la sua tomba nel Cimitero Generale del Sud, ad aprire l'ultimo passo. Il 24 febbraio 2025, dall'ospedale Gemelli dove è ricoverato, papa Francesco approva i voti favorevoli di cardinali e vescovi alla canonizzazione di José Gregorio Hernández. Per lui la Chiesa segue una via speciale, senza il secondo miracolo che di solito si richiede, perché la sua devozione si è mantenuta e diffusa senza interruzione per un secolo.

Il 19 ottobre 2025, in piazza San Pietro, papa Leone XIV proclama santo José Gregorio Hernández insieme a Carmen Rendiles e ad altri cinque beati. Lei e lui sono i primi due santi del Venezuela.

Quello stesso ottobre, il cardinale Porras promette una reliquia del nuovo santo al superiore della Certosa di Farneta.

La cella di Farneta

La promessa si compie nel febbraio del 2026. Un diacono venezuelano, Jean Carlos González, viaggia da Assisi fino a Farneta con un frammento d'osso del santo e bussa alla porta della certosa. Da quella stessa porta, nel 1909, uscì un novizio magrissimo che non reggeva né il freddo né il digiuno.

I monaci fanno entrare il diacono nella cella dove visse fra Marcello, il nome che José Gregorio ricevette prendendo l'abito. Quel giorno, racconta il diacono, affidano insieme alla preghiera tutto il popolo venezuelano.

Poi collocano la reliquia accanto a quelle dei loro stessi confratelli martiri del 1944, certosini di quella casa fucilati dai nazisti per aver dato rifugio a dei perseguitati. Tra loro c'era un venezuelano. I monaci accolgono il medico di Caracas con «un'umile gioia», e quando parlano di lui non dicono José Gregorio. Dicono fra Marcello.

Il diacono dice anche che il santo continua a intercedere, soprattutto per chi si rivolge a lui per la propria salute.

Così torna in quel silenzio l'uomo che un giorno lo volle per sempre, e che un superiore rimandò al suo paese ad acquisire ciò che gli mancava. Obbedì. E ciò che gli mancava non lo trovò tra queste mura. Lo trovò nell'ambulatorio dove non faceva pagare i poveri, nelle corsie dell'Ospedale Vargas e per le strade di La Pastora, in abito scuro e cappello, con delle medicine in mano, fino all'angolo di Amadores.

Quale porta chiusa sta riportando anche noi verso gli altri?

San José Gregorio Hernández, medico dei poveri, tu hai desiderato il silenzio del chiostro. E hai obbedito quando Dio ti ha rimandato per le strade. Tu hai pagato di tasca tua le medicine che altri non potevano comprare. Insegnaci a riconoscere la volontà di Dio nelle porte che si chiudono. Ottienici la grazia di compiere le opere di carità sul tuo esempio. Accompagna i malati che aspettano in un ospedale o nella loro casa. Accompagna i medici e le infermiere che li curano, e chi piange una persona che se n'è andata all'improvviso. Chiedi per il mondo la pace per la quale hai offerto la tua vita. San José Gregorio Hernández, prega per noi. Amen.

Domande frequenti

Chi era José Gregorio Hernández?

Fu un medico venezuelano, professore dell'Università Centrale e terziario francescano, chiamato il medico dei poveri. Fondò cattedre di istologia, fisiologia sperimentale e batteriologia, e curava gratuitamente chi non poteva pagare.

Come morì José Gregorio Hernández?

Il 29 giugno 1919, mentre andava a portare medicine a un'anziana povera, fu investito da un'automobile all'angolo di Amadores, a La Pastora. Morì poco dopo all'Ospedale Vargas, pronunciando il nome della Vergine.

Quale miracolo è riconosciuto a José Gregorio Hernández?

La guarigione di Yaxury Solórzano, una bambina ferita alla testa da un colpo di arma da fuoco nell'Apure nel 2017. Migliorò cinque giorni dopo e uscì senza conseguenze; la Chiesa lo riconobbe come miracolo nel 2020.

Quando è stato canonizzato José Gregorio Hernández?

Leone XIV lo proclamò santo il 19 ottobre 2025 in piazza San Pietro, insieme a Carmen Rendiles. Sono i primi due santi del Venezuela.

Perché José Gregorio Hernández fu fra Marcello?

Nel 1908 entrò nella Certosa di Farneta, in Toscana, e ricevette quel nome da novizio. La salute non resse e dopo nove mesi il superiore lo rimandò in Venezuela.

Fonti

Fuentes primarias (1888–1919)

  • José Gregorio Hernández, Obras completas, comp. Fermín Vélez Boza (1968) — Universidad Central de Venezuela, OBE, Caracas archive.org
  • José Gregorio Hernández, Carta a Santos Aníbal Dominici, Caracas, 7-X-1912; Carta a Dominici, Nueva York, 7-IV-1917; Carta a su sobrino Benjamín, 12-XI-1917 — reproducidas en «Cuatro cartas de José Gregorio Hernández», El Nacional, Papel Literario (2021)
  • José Gregorio Hernández, «En un vagón» (1912) — El Cojo Ilustrado, Caracas, 1-VI-1912; reproducción en epaleccs.info
  • José Gregorio Hernández, «La verdadera enfermedad de Santa Teresa de Jesús» (inconcluso) — citado en A. Henríquez, ACI Prensa (2026)

Fuentes hagiográficas y tradición

  • Francisco Javier Duplá SJ, Se llamaba José Gregorio Hernández (2018)
  • Catholic.net, Dr. José Gregorio Hernández — es.catholic.net
  • Redacción EWTN News Español, Hoy se celebra a San José Gregorio Hernández, el médico de los pobres (2025) — aciprensa.com
  • josegregorio.org, Novena y Oraciones — sitio devocional

Documentos eclesiásticos y estudios académicos

  • Dicastero delle Cause dei Santi, José Gregorio Hernández Cisneros: Biografia, Iter della Causa, Decretum super miraculo (2020) y documentación de la canonización (2025) — causesanti.va
  • Papa Francisco, Videomensaje para la beatificación (2021) y Audiencia general del 13-IX-2023 — vatican.va
  • Sala Stampa della Santa Sede, Bollettino B0152 (25-II-2025) y B0404 (13-VI-2025) — press.vatican.va
  • León XIV, Homilía de la canonización (19-X-2025) — causesanti.va / vatican.va
  • Conferencia Episcopal Venezolana, Subsidio para la memoria litúrgica del Beato José Gregorio Hernández (2021) y notas de prensa (2021) — conferenciaepiscopalvenezolana.com
  • Missale Romanum, ed. typica tertia, Commune Sanctorum III «Pro iis qui opera misericordiae» — Catholic Cross Reference
  • Fidel González Fernández, «Hernández Cisneros, José Gregorio» (2018) — Diccionario de Historia Cultural de la Iglesia en América Latina
  • Leopoldo Briceño-Iragorry, Vida y obra del Dr. José Gregorio Hernández (2020) — Gaceta Médica de Caracas 128 (Supl. 1)
  • Edgardo Malaspina, José Gregorio Hernández: un científico en la inmortalidad de los altares (2015) — Revista de la Sociedad Venezolana de Historia de la Medicina
  • Alfredo Infante SJ, José Gregorio Hernández, memoria viva (2020) — Revista SIC, Centro Gumilla
  • Fe y Alegría Venezuela, José Gregorio Hernández, el médico de todos (2021)
  • Luis Alonso Hernández, Las varias caras del nuevo Beato José Gregorio Hernández (2021) — DIVERSA

Iconografía

  • Claudia Blandenier de Suárez, El Beato José Gregorio Hernández Cisneros: análisis hermenéutico de sus retratos (2020) — Revista de la Sociedad Venezolana de Historia de la Medicina 69(1-2)
  • Academia de Mérida, José Gregorio Hernández y el arte (2020)
  • Hacienda La Trinidad Parque Cultural, José Gregorio Hernández, devoción artesanal (2019)
  • Fotografías de 1867–1917 y óleos de Cayetano Díaz y Guillermo Locatelli — en Obras completas (1968), «Iconografía»

Contexto contemporáneo

  • Sebastián Sansón Ferrari, El Papa autoriza la canonización del venezolano José Gregorio Hernández (2025) — Vatican News
  • Vatican News, «Luci gentili», carismi e spiritualità dei sette nuovi santi (2025)
  • Andrés Henríquez, artículos sobre la canonización equivalente, la reliquia de Farneta, la misa de Isnotú y las acusaciones contra el cardenal Porras (2025–2026) — ACI Prensa / EWTN News
  • Rocío Granados, A miracle in Miami? (2022) — Florida Catholic, Archidiócesis de Miami
  • Archidiócesis de Madrid, Madrid recibe una reliquia del beato venezolano José Gregorio Hernández (2021)
  • Pbro. José Magdaleno Álvarez, Devoción al Sagrado Corazón de Jesús por parte del doctor José Gregorio Hernández y su familia (2024) — Diario de Los Andes
  • Crónica Uno, José Gregorio Hernández, el beato laico (2021)
  • Diario Católico (San Cristóbal), «Ni la brujería ni la santería nos quitaron a José Gregorio Hernández» (2021)

Il Vangelo e il santo del giorno, ogni mattina nella tua email

Inizia ogni giorno vicino a Cristo e ai suoi santi: il Vangelo della Messa e una vita che ispira. Gratis; ti disiscrivi quando vuoi.

Ti invieremo un’email di conferma. Ogni tanto, anche qualche avviso di Fides Viva. Puoi disiscriverti con un clic. Privacy

giovedì 29 ottobre · Vangelo

Gesù prosegue il suo cammino verso Gerusalemme e piange sulla città che uccide i profeti

In quel tempo, proprio quel giorno, si avvicinarono alcuni farisei a dire a Gesù: «Parti e vattene di qui, perché Erode vuole ucciderti». Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e…