A Coria bastava che qualcuno avvisasse «Per questa strada passa fra Pietro d'Alcantara» perché la gente uscisse sulle porte e si affacciasse alle finestre. Passava scalzo, con un solo saio stretto e la testa calva sempre scoperta.
Ad Avila lo guardò da vicino una monaca, quando lui era ormai vecchio. Santa Teresa di Gesù lo trovò consumato e silenzioso, e aprì la sua anima a quell'uomo così scarno all'esterno. In quei giorni quasi nessuno si fidava del modo in cui pregava lei. Lui la ascoltò, e la capì.
Quel frate aveva scelto per sé ciò che c'era di più stretto. E attraverso quella strettezza passava chiunque bussasse.
Dalla voce
Quella testa che Coria usciva a guardare aveva imparato a chinarsi nel 1515, ai Majaretes, un povero convento francescano dell'Estremadura. Vi arrivò un ragazzo di circa sedici anni, Juan de Sanabria, di una famiglia di rango di Alcantara. Aveva studiato a Salamanca. Davanti a sé aveva una carriera di studi e il nome della sua famiglia.
Lasciò l'una e l'altro. Ricevette l'abito dalle mani di suo zio, che era il guardiano, il superiore di quella casa. Entrava nella custodia del Santo Vangelo, un piccolo gruppo di conventi di frati poverissimi, con un superiore proprio, a cui molti, dentro l'Ordine, si erano opposti con durezza. L'anno seguente fece i voti, la promessa che lo legava per sempre a quella vita, e con essi lasciò anche il nome di Juan. Da allora fu Pietro.
Di ciò che lo spinse a lasciare le aule di Salamanca per quel saio di panno grezzo, l'abito povero e ruvido dei frati, non rimase nessuna parola, né sua né di chi lo conobbe. Ciò che rimane è il modo in cui cominciò a vivere.
Cominciò dagli occhi. Per tre anni, in una casa del suo Ordine, non conobbe nessun frate se non dalla voce, perché non alzava mai lo sguardo. Quando doveva andare da qualche parte, si metteva dietro agli altri e li seguiva.
Di tutto ciò a cui rinunciava per Dio in quei primi tempi, la cosa che gli costò di più fu vincere il sonno, e per vincerlo passava le ore della notte in ginocchio o in piedi.
Con quello stesso abito stretto passarono quasi trent'anni di cammino per l'Estremadura e per il Portogallo. Fu ordinato sacerdote, e a poco a poco i suoi fratelli gli affidarono il governo degli altri. Quella povera custodia era diventata provincia, con il nome di San Gabriele, già nel 1519, e fra Pietro ne divenne il provinciale, il superiore di tutti i suoi conventi.
Senza incarico
Nell'autunno del 1554 i frati di San Gabriele si riunirono in capitolo, l'assemblea che eleggeva i loro superiori, nella stessa casa dei Majaretes dove quel ragazzo aveva lasciato il suo nome. Presiedeva quel capitolo il commissario generale, il superiore che l'Ordine mandava al di sopra delle province, e arrivava con un desiderio preciso. Voleva che eleggessero provinciale fra Pietro. Ma i frati non volevano quell'elezione, e non la voleva nemmeno fra Pietro. Fu eletto fra Juan de Espinosa, e l'uomo che aveva passato quasi tutta la sua vita di frate a prendersi cura degli altri rimase senza ufficio, senza alcun incarico da svolgere.
Non rivendicò nulla. Quello che chiese dopo fu un'altra cosa, e la chiese come si chiedono le cose nella Chiesa. Ottenne un rescritto pontificio, un permesso scritto del Papa con valore di legge, per vivere da eremita con un compagno, da solo con Dio. Chiese inoltre la licenza al suo nuovo provinciale, ed Espinosa gliela concesse.
Poteva contare anche sulla protezione del vescovo di Coria, che viveva quasi come uno di loro tra i frati scalzi. Così, con le sue due carte in regola, verso il 1555 se ne andò in un eremo a Santa Cruz de Paniagua. Si trovava a un tiro di balestra dal paese, la distanza a cui arrivava una freccia, e molto vicino alla casa dove il vescovo andava a riposare.
In quella casa viveva allora un ragazzo, nipote del vescovo, che vedeva l'eremita da vicino. L'eremo era una stanza molto piccola. La sua porta dava su un orticello minuscolo, che avevano fatto per fra Pietro perché gli piaceva, e glielo seminavano a prezzemolo perché fosse sempre verde. A sinistra dell'ingresso c'era un angolino così piccolo che bisognava abbassare la testa per entrarci, e dentro non ci si poteva stendere. Lì dormiva fra Pietro, con una pietra per guanciale. Dall'altra parte, il compagno aveva il suo angolo, un po' più grande.
Ma quel solitario non viveva rinchiuso. Scendeva molto spesso dall'eremo a mangiare con il vescovo e con tutta la famiglia del ragazzo. Si sedeva a tavola scalzo e con il suo abito stretto, e nel boschetto vicino, tra l'acqua e gli orti, si parlava di Dio. Al calar della sera si ritirava molto presto nel suo angolo.
Visse così per circa due anni.
L'uso semplice
Intanto, nella terra di Coria, un cavaliere di Ciudad Rodrigo e sua moglie, che volevano molto bene a fra Pietro, avevano costruito una casa e recintato un orto accanto a una fonte. Quella casa non era per loro. Nel maggio del 1557, a El Pedroso, Rodrigo de Chaves si presentò davanti al sindaco e a un notaio, a nome suo e di sua moglie, Francisca. Stavano per dare quella casa a fra Pietro, con l'orto recintato e la terra intorno, in un pascolo alberato vicino alla fonte di El Palancar.
Gliela davano per tutta la vita del frate e per i compagni che lui avesse voluto tenere con sé, ma solo in uso semplice, così che avrebbe potuto viverci per sempre senza esserne mai il padrone. Gli davano anche il permesso di ricavare una cappella in una delle stanze e di celebrarvi la Messa. Così fra Pietro avrebbe potuto dedicarsi interamente alla preghiera, ed era per questo che il Papa gli aveva dato il permesso.
Quello stesso mese cominciarono lì i lavori per trasformare quella casa in un piccolissimo convento. I muratori, vedendo le misure, gli chiesero di non fare le porte così basse e così strette, perché nessuno sarebbe riuscito a passare senza chinarsi ed entrare di fianco. Fra Pietro non cambiò neppure una misura, e rispose loro così. «La via del cielo è molto stretta, e perciò bisogna che ci stringiamo molto.»
Le porte rimasero basse e strette, e lì, raccontavano poi i vicini, era lui a sbatterci la testa.
Rodrigo de Chaves gli chiese molte volte di scrivere sulla preghiera qualcosa di breve e di chiaro. Il piccolo libro di preghiera che porta il nome di fra Pietro comincia rispondendogli, e gli dice che non si sarebbe mai messo a raccogliervi il meglio di altre opere senza tanta insistenza. Lo fece piccolo di formato e di prezzo perché servisse ai poveri, che non possono comprare libri più cari, e chiaro perché lo capissero i semplici. E chiama Rodrigo e donna Francisca figli molto cari nel Signore.
Quello che propone di meditare, cioè di pensare con calma davanti a Dio, è la Vita e la Passione di Cristo nostro Salvatore, nella quale, dice, si trova tutto il nostro bene. E alla fine del prologo affida ogni cosa nelle mani di Gesù Cristo, per il suo onore e la sua gloria, perché da Lui viene tutto ciò che è buono.
Rodrigo e donna Francisca finirono per seguire fra Pietro. Presero casa a El Pedroso e ci vissero circa due anni, vestiti di panno grezzo come il frate, per stargli vicino.
Venite qua, figli
Dalla porta bassa di El Palancar cominciarono a entrare e uscire i poveri, i bambini e la gente del posto, e sessant'anni dopo molti giurarono ciò che ricordavano. Lorenzo Pérez, avvocato di Coria, aveva settant'anni quando, nel gennaio del 1616, si presentò davanti ai giudici della Chiesa che esaminavano se fra Pietro fosse stato un santo, e giurò ciò che aveva visto da ragazzo. Insieme a lui testimoniarono altri diciassette abitanti di Coria, di Torrejoncillo e di El Pedroso. Molti non sapevano firmare. Ma quasi tutti dicevano da sé che cosa avevano visto con i propri occhi e che cosa avevano soltanto sentito raccontare.
Ciò che Lorenzo aveva visto, molte volte, era fra Pietro che attraversava le strade della sua città. La gente usciva a guardarlo perché era, disse, una figura straordinaria. Poiché a Coria non c'era ancora un convento del suo ordine, alloggiava in casa di due coniugi, gli stessi che con gli anni sarebbero diventati i suoceri di Lorenzo.
In quella casa, chi lo vedeva da vicino era la padrona. Molte volte entrava nella stanza dell'ospite e lo trovava immerso nella preghiera. E diceva che, se Dio faceva loro qualche bene, era per averlo avuto in casa.
A El Palancar, la porta che si apriva ogni giorno era quella della portineria del convento, l'ingresso dove si accoglieva chi veniva da fuori. Il figlio di un operaio del convento vide molte volte uscirne fra Pietro con delle scodelle in mano. Chiamava i poveri con grande amore, e diceva loro «Venite qua, figli». Dava loro da mangiare lui stesso, con le sue mani, e poi li consolava e insegnava loro.
Da un'altra porta, quella della sua celletta, entravano i bambini. Uno di loro, poco più che un bimbo, andava con altri ragazzi a ripetergli la lezione di lettura, a leggergli ad alta voce ciò che avevano imparato. Lo trovava in ginocchio, o seduto su un pezzo di sughero, che era tutto ciò che c'era nella cella, e non una volta sola, ma molte.
E ci fu un'altra porta, quella di una donna di El Pedroso che aveva due fratelli frati scalzi. Sua nipote, che lo giurò a settantasei anni, vide una volta fra Pietro seduto lì. Aveva i piedi nudi, come sempre, e le dita scorticate e ferite.
La nonna ne ebbe pena, e lo pregò «Padre, per amor di Dio, lasci che le metta qualche pezzuola su queste dita, che ha così malridotte». Lui non lo permise, e le rispose così.
«Sorella, queste per me sono rose e fiori.»
I vicini giurarono che non l'avevano mai visto triste né sentito lamentarsi dei suoi dolori, e che era sempre lieto.
Ciò che videro e ciò che sentirono
Quegli stessi testimoni, così attenti a distinguere ciò che avevano visto da ciò che avevano sentito, giurarono anche due cose che non sapevano spiegare, una messa nei campi sotto la tempesta e un fiume attraversato senza barca. Era giorno di festa a El Pedroso, e accorse così tanta gente che in chiesa non c'era posto. Per questo fra Pietro disse la messa nei campi. Tra la folla c'era un ragazzo di circa sedici anni, che aveva già passato i settanta quando giurò ciò che accadde quel giorno.
Si levò una gran tempesta di vento, e tutti temettero qualche pericolo. Ma là dove fra Pietro celebrava la tempesta non si sentì. Il frate rimase all'altare, e disse e concluse la sua messa con grande quiete.
Altri, che non erano presenti e l'avevano sentito raccontare, aggiungevano altro. Il parroco aveva temuto per il Santissimo, il pane consacrato in cui i cattolici adorano Cristo presente. Fra Pietro gli disse di non avere paura, che la tempesta non li avrebbe disturbati. E le candele dell'altare non si spensero.
Quello lo vide un ragazzo. Quanto al fiume, nessun testimone disse di averlo visto.
Fra Pietro andava da El Pedroso a Garrovillas, e poiché aveva lasciato malato il suo compagno a Portezuelo, viaggiava da solo. Arrivò al Tago al passo della barca de la Lubia. I barcaioli non lo traghettarono, eppure si ritrovò sull'altra sponda, la stessa dove si trovavano loro.
Fra Pietro, senza accorgersi di aver già attraversato, chiese loro di portarlo dall'altra parte, verso Garrovillas. Quelli gli risposero che era già sull'altra riva, che badasse a ciò che chiedeva, perché sembrava fuori di senno.
A Torrejoncillo e a El Pedroso tutti lo davano per cosa certa, e uno degli abitanti lo lasciò detto così davanti ai giudici. «Perfino i bambini lo sanno e lo raccontano.»
Fuggitivo e apostata
Tra i suoi confratelli della provincia di San Gabriele, quella che lui stesso aveva governato, non si parlava di lui allo stesso modo. Nel settembre del 1557, pochi mesi dopo l'arrivo di fra Pietro a El Palancar, i frati della sua provincia si riunirono in capitolo nel convento di Monticelo del Hoyo, e una delle questioni che trattarono fu proprio la sua. Su quell'assemblea pesava un documento arrivato da Roma. Quella primavera papa Paolo IV aveva firmato un breve, una disposizione papale per tutta la Chiesa, contro i frati fuggitivi e apostati. Apostata era il frate che abbandonava il suo ordine senza permesso.
Chi presiedeva il capitolo applicò quel breve. Al provinciale, fra Juan de Espinosa, lo stesso che gli aveva concesso la licenza di ritirarsi nell'eremo, tolse voce e voto per quanto era accaduto con fra Pietro. E l'assemblea trattò fra Pietro da fuggitivo e apostata.
Eppure fra Pietro aveva in regola il permesso del Papa per vivere da eremita con un compagno, insieme alla licenza del suo provinciale. Le carte che lo avevano portato a Santa Cruz e poi a El Palancar non gli servirono a nulla davanti ai suoi stessi confratelli. Ad alcuni non piaceva quella vita ritirata, vissuta per conto suo.
I provinciali che vennero dopo lo lasciarono solo. Fra Pietro rispose cercando un'altra porta, e la cercò dentro la legge. Alla fine del 1557 passò, con il suo conventino di El Palancar, alla custodia di San Simone, un piccolo gruppo di conventi che dipendeva dai Conventuali, l'altro grande ramo dei francescani. Antichi privilegi concessi dai papi gli permettevano di farlo senza chiedere a Roma un nuovo permesso. Per quella strada andò avanti, da El Palancar, con la sua riforma, una vita di frati scalzi, poveri e dediti alla preghiera.
Quell'opposizione dei confratelli non chiuse la porta a chi cercava il suo consiglio. Nel 1558, nel palazzo del vescovo di Coria, lo stesso che lo aveva protetto nell'eremo di Santa Cruz, lo cercava un giovane che aveva fretta. Luis de Rojas, un altro nipote del vescovo, aveva circa venticinque anni e si lasciava guidare da fra Pietro nella preghiera. Aveva appena saputo di ereditare il marchesato di Poza, e voleva partire subito per Valladolid a prenderne possesso. Sua madre e i suoi parenti lo incoraggiavano.
Fra Pietro gli disse di non andare. Poiché il giovane non gli diede retta, lo prese in disparte, in un'altra stanza, da solo a solo. Gli ricordò quante volte, nella preghiera, il giovane stesso aveva chiesto con fervore di patire sofferenze per amore di Dio. Luis rispose che lo desiderava ancora. Allora il frate cominciò a elencargli umiliazioni e disprezzi che sarebbero venuti dalla famiglia stessa del giovane, e a ogni cosa il ragazzo rispondeva di sì.
Alla fine gli disse la cosa più dura. Poteva ritrovarsi per qualche ora con l'anima perduta, cieca contro Dio, e per questo imprigionato, condannato e con addosso il sambenito, la tunica che l'Inquisizione faceva indossare a chi veniva condannato.
Luis rispose «Dio mi sostenga con la sua mano, perché io non lo offenda».
Fra Pietro non lo trattenne. Lo congedò dicendogli «Ora andate con Dio, e abbiate buona pazienza».
Luis uscì dal palazzo e prese la strada di Valladolid.
Il libricino
A Valladolid si avverò ciò che fra Pietro gli aveva annunciato in quella stanza di Coria. Uno zio di Luis, che era frate, era coinvolto nel gruppo protestante della città, e trascinò con sé il giovane. Luis fu denunciato, confessò di essere stato eretico per ventiquattro ore e se ne pentì. Fu condannato a essere bandito per sempre dalla corte e alla perdita dei suoi onori di cavaliere.
Nell'estate del 1559, recluso in un monastero della città, raccontò piangendo a due francescani, parola per parola, ciò che fra Pietro gli aveva detto prima di lasciarlo partire.
I sospetti arrivarono anche a Coria. Nel luglio di quello stesso anno fu letto in città un decreto dell'inquisitore di Llerena, il giudice dell'Inquisizione per quella terra. Ordinava di consegnare i libri proibiti a un canonico della cattedrale, il maestro scolastico. Un abitante della città dichiarò più volte di aver consegnato il libricino di fra Pietro d'Alcantara.
Era il libro piccolo ed economico che il frate aveva fatto per i poveri. Nell'elenco dei libri proibiti di quell'anno non c'era. Ma era un libro di preghiera nella lingua della gente, di quelli di cui allora l'Inquisizione diffidava, e riassumeva in parte un altro libro, quello di un frate domenicano, che invece era proibito.
A novembre quel canonico andò oltre e denunciò il vescovo di Coria all'inquisitore. Nella denuncia parlava di una lega e compagnia di teatini, il nome che lui dava a un gruppo che, a suo dire, si separava dagli altri fedeli. Tra i nomi che vi elencò c'erano Luis de Rojas, fra Pietro d'Alcantara e Rodrigo de Chaves, il benefattore di El Palancar. Accusò inoltre il vescovo di accogliere un apostata ben noto, contro il breve del Papa, proprio quello per cui i confratelli di fra Pietro lo avevano trattato da fuggitivo.
Intanto fra Pietro non si era fermato. Da quando era morto il frate che dirigeva la custodia di San Simone, era lui a guidarla di fatto. Quella primavera il superiore dei Conventuali, il ramo da cui ora dipendeva, lo aveva confermato in quell'incarico, e fra Pietro era andato fuori dalla Spagna per un'assemblea di quel ramo. A ottobre aveva riunito i frati della sua custodia nell'eremo di San Isidro de Loriana, una casetta per cinque o sei frati nelle terre di Avila. E nonostante la denuncia, rimase alla guida della sua custodia.
Mi capiva per esperienza
Il sospetto che fra Pietro conosceva così bene gravava anche su una monaca di Avila. Fu una signora della città, amica di entrambi, a mettere l'uno di fronte all'altra fra Pietro e Teresa di Gesù, nell'agosto del 1560. Teresa era una monaca carmelitana del monastero dell'Incarnazione e aveva quarantacinque anni. Il suo confessore attribuiva al demonio alcune delle cose che lei viveva nella preghiera, e lo stesso pensavano altre persone buone del luogo.
Davanti a quel frate scalzo, Teresa gli raccontò la sua vita e il suo modo di pregare con tutta la chiarezza di cui era capace. Lui aveva passato la vita intera nella preghiera, seguendo Cristo povero per la via più stretta.
Teresa lo racconta così. «Vidi che mi capiva per esperienza.» Ed era tutto ciò di cui aveva bisogno. «Mi diede luce in tutto.»
Quando fra Pietro seppe ciò che lei aveva sofferto, provò una grandissima compassione. Le disse che in terra ci sono poche sofferenze grandi come quella che lei aveva passato, l'opposizione che viene dalla gente buona. L'uomo che le parlava così era stato trattato dai suoi stessi confratelli di provincia come un frate fuggito.
Nel libro della sua vita, Teresa lo chiama un sant'uomo e di grande spirito, e lo ritrae così come lo vide quell'estate. Le sembrò molto vecchio, anche se aveva intorno ai sessant'anni. Ed era così consumato che pareva fatto di radici d'albero.
Con tutto questo era molto affabile. Parlava poco se non lo si interrogava, ma allora era un piacere ascoltarlo, dice lei, perché aveva un ottimo intelletto.
Quella conversazione la lasciò molto consolata e contenta, certa che ciò che viveva nella preghiera veniva da Dio.
Da allora a lui piaceva parlare con lei, e le confidava le sue cose e le sue faccende. Colui che da giovane non alzava gli occhi nemmeno per conoscere i suoi confratelli aveva in quella monaca qualcuno con cui parlare di Dio a cuore aperto.
Accontentare il corpo
In quelle conversazioni di Avila, il frate di poche parole raccontò a Teresa, a poco a poco, come dormiva, come mangiava e come passava le notti di freddo. Per una quarantina d'anni di penitenza non aveva dormito più di un'ora e mezza in tutto, tra notte e giorno. Dormiva seduto, con la testa appoggiata a un pezzetto di legno piantato nel muro. Sdraiato non poteva, perché la sua cella misurava quattro piedi e mezzo, poco più di un metro.
Non si era mai messo il cappuccio, per quanto sole o pioggia facesse, né aveva mai messo nulla ai piedi. Sulla pelle portava un solo saio di panno grezzo, stretto quanto si poteva sopportare, e sopra una mantellina corta dello stesso panno.
Nelle notti di gran freddo aveva un suo modo di ripararsi. Si toglieva la mantellina e apriva la porta e la finestrella della cella. Poi se la rimetteva e chiudeva, e così, dopo tanto freddo, quel poco di riparo accontentava il corpo.
Mangiare ogni tre giorni era per lui la cosa più normale. Quando Teresa se ne meravigliò, lui le chiese di che cosa si stupisse, dato che per chi ci si abitua era cosa possibilissima. Un compagno di fra Pietro raccontò a lei che il frate a volte passava otto giorni senza toccare cibo. Teresa lo attribuiva ai suoi rapimenti, quei momenti di preghiera in cui Dio lo colmava a tal punto che usciva fuori di sé. Una volta lei stessa lo vide così.
A Teresa tutto questo sembrava una forza d'animo che solo Dio poteva dare.
Ma in quegli anni era lei ad avere bisogno di aiuto. Teresa voleva fondare una piccola casa di monache, quella di San Giuseppe. Non sapeva se farlo con delle rendite, un'entrata fissa che assicurasse il pane, oppure in povertà, vivendo di ciò che avrebbero ricevuto. Dal 1560 si scrivevano.
Nell'aprile del 1562 fra Pietro le mandò una lettera che la convinse a fondare in povertà. Teresa prese le distanze da altri punti di dottrina di quella stessa lettera, ma sulla povertà seguì il consiglio del frate che non aveva nulla di suo.
Mancava ancora che il vescovo di Avila accettasse la fondazione sotto la sua autorità. Fra Pietro andò a trovarlo per intercedere per lei. E il vescovo finì per accogliere la casa sotto la sua autorità.
Laetatus sum
Teresa e fra Pietro si videro per l'ultima volta nell'agosto del 1562. Quell'autunno fra Pietro era malato ad Arenas, dove nel 1561 aveva dato inizio a una fondazione. Lo accolse in casa sua un amico, il medico del paese.
Lì ricevette l'estrema unzione, il sacramento con cui la Chiesa unge i malati gravi e li affida alle mani di Dio. La sua fine fu come la sua vita, e fino all'ultimo istante continuò a predicare ai suoi frati e a dar loro consiglio.
Era il 18 ottobre. Quando capì che la fine era vicina, con quel corpo che Teresa aveva visto fatto di radici d'albero, cominciò a dire in latino il salmo che canta la gioia di andare alla casa del Signore.
«Laetatus sum in his quae dicta sunt mihi.»
Quale gioia, quando mi dissero «Andremo alla casa del Signore!»
E così, in ginocchio, morì.
Per tutta la vita aveva scelto le porte più basse. Dall'ultima passò con la gioia del salmo sulle labbra.
Teresa era ad Avila, lontano da Arenas.
All'ora in cui lui spirò, lei se lo vide davanti, e fra Pietro le disse che andava a riposare.
Lei non credette che fosse morto, e lo raccontò ad alcune persone.
Otto giorni dopo giunse ad Avila la notizia della sua morte, o del fatto che aveva cominciato a vivere per sempre, come lei preferiva dire. A Teresa parve che il mondo non fosse più in grado di sopportare tanta perfezione.
Da allora lo vide molte volte, in grandissima gloria. La prima volta lui le disse che era beata la penitenza che gli aveva guadagnato un premio così grande.
Poi fu il Signore a parlarle. Le disse che non avrebbe lasciato inascoltata nessuna richiesta fatta in nome di fra Pietro.
Teresa continuò a parlare con quel vecchio a cui era tanto piaciuto parlare con lei. Gli affidò molte cose, e le vide compiute.
Il fico santo
Ciò che Teresa gli affidava ad Avila, la gente di El Palancar lo cercava nell'orto del convento, all'ombra di un fico. I vicini raccontavano come fosse nato quell'albero. Fra Pietro aveva in mano un bordone di fico ormai secco, il bastone che usava in cammino, e un giorno lo piantò nella terra dell'orto. Quel legno morto mise rami e diede fichi.
Nel 1616 il fico era lì, enorme, e tutti lo chiamavano il fico santo. I suoi frutti venivano portati in tutta la zona contro le febbri e altri mali, e i bambini andavano dai frati a chiedere i fichi santi. Così giurarono quell'inverno gli abitanti di El Pedroso e di Torrejoncillo, come una cosa della loro stessa terra.
Quei fichi arrivavano anche a Coria, al convento della Concezione. Lì una monaca che non aveva mai conosciuto fra Pietro li chiedeva per devozione e li distribuiva ai malati che glieli domandavano. Alcuni tornavano poi a ringraziarla.
Poi la malata fu lei. I medici dicevano che aveva la tisi, la malattia dei polmoni che allora consumava tante persone. Un giorno d'agosto qualcuno le portò tre fichi, e lei, sorpresa, rispose così. «Gesù, signora, e fichi d'agosto a una tisica!»
Li mangiò. Guarì del tutto, e la febbre non le tornò più. A trentasei anni, senza saper firmare, lo giurò alla grata del parlatorio, la sala dove le monache parlavano con chi veniva da fuori.
Quei giuramenti partirono per Roma insieme a molti altri. La Chiesa lo beatificò nel 1622, un primo passo, e nel 1669 il Papa lo canonizzò, cioè lo dichiarò santo per tutta la Chiesa. La sua memoria si celebra ogni 19 ottobre nella famiglia francescana. Il primo imperatore del Brasile portava fin dal battesimo il nome di Pedro de Alcântara, per la devozione che la casa reale del Portogallo aveva verso di lui, e nel 1826 chiese che fra Pietro diventasse patrono del suo paese, il suo santo protettore. Il Papa glielo concesse.
I suoi resti sono venerati oggi in un convento di Arenas, il paese dove morì, che ora si chiama Arenas de San Pedro.
In quello stesso convento c'è una copia della sua cella di El Palancar. Chi arriva si affaccia su quella nicchia dove un uomo non poteva sdraiarsi, proprio come la gente di Coria si affacciava per vederlo passare.
Per Cristo fra Pietro aveva scelto una vita così stretta, e in essa trovarono posto i poveri della portineria, i vicini di El Pedroso e Teresa, che ad Avila aveva bisogno di essere capita.
San Pietro d'Alcantara, hai vissuto scalzo e povero per amore di Cristo crocifisso. Nella portineria di El Palancar chiamavi i poveri come figli. Ad Avila hai capito Teresa quando nessuno la capiva. Insegnaci a pregare con semplicità, guardando la vita e la Passione di Gesù. Donaci un cuore che usi senza possedere e una porta aperta per chi bussa. Accompagna i malati e chi soffre dolori nel corpo, che tu portavi senza lamentarti. Consola chi patisce l'opposizione dei buoni e chi si sente solo. E quando verrà la nostra ora, fa' che possiamo dire con gioia che andiamo alla casa del Signore. Prega per noi. Amen.





