«Tu per cosa venendo qui?» Lo chiede Juan de Jesús, un indigeno katío di Dabeiba, nella foresta di Antioquia. La domanda è rivolta a Laura Montoya, una maestra di Medellín appena arrivata con la madre ormai anziana e poche compagne. Lei gli risponde che è venuta a insegnare la legge di Dio. Lui vuole sapere se la manda il governo. Laura risponde «No, governo non mandato. Dio sì mandato». Allora il katío le chiede di dirgli dove lo ha trovato. «Dove trovato Dio?» Lei dice «A Medellín». Juan de Jesús non si lascia smuovere. Le assicura che «indio non è anima» e che lei deve tornarsene nella sua terra. La maestra gli risponde «Anche indio ha anima».
Quella donna non aveva trovato Dio a Medellín. Lo aveva saputo molto prima, quando era una bambina senza padre, accanto a un formicaio.
A pochi passi da casa
Le formiche avanzano in fila fino a un albero, lo spogliano delle foglie e tornano cariche al formicaio, poco lontano da casa e in piena vista, tra le montagne di Antioquia. Dietro di loro c'è Laura, una bambina di sette o otto anni, all'inizio degli anni Ottanta dell'Ottocento. Suo padre fu ucciso a Jericó nel dicembre del 1876, in piena guerra civile, quando lei aveva due anni. Sua madre, Dolores Upegui, rimase vedova con tre figli, e i nemici del marito si impadronirono dei beni della famiglia. Laura è passata per un orfanotrofio, per la casa di alcuni zii e per la tenuta del nonno ad Amalfi, e tra i suoi stessi parenti ha imparato che cosa vuol dire mendicare affetto.
Quella mattina, che chiamerà la più bella della sua vita, segue le formiche fino all'albero e torna indietro con loro. Guarda come si salutano, come lasciano il carico e spariscono nella bocca del formicaio. A volte toglie loro la foglia e la porta lei stessa fino all'ingresso, ora ingannandole, ora accarezzandole.
All'improvviso resta come colpita da un fulmine. Sa che Dio esiste. Lo sa con una conoscenza così profonda e così piena d'amore che, molti anni e molti libri dopo, continuerà a non sapere di Dio più di quanto ne seppe allora.
Non sa quanto tempo passi, e non riesce a parlare. Alla fine si allontana da casa perché non la sentano, e piange e grida fortissimo, come se ne avesse bisogno per respirare, di pura gioia. Torna a guardare il formicaio e vi sente Dio con una tenerezza mai provata. Alza gli occhi al cielo, lo chiama, e piange perché non lo vede. Quella mattina la chiamerà sempre il colpo del formicaio. Da allora Laura non è più sola, perché sa cercare Dio, e le assenze di sua madre cominciano a farle meno male.
Quelle assenze venivano da prima. Quando Laura aveva sei anni, la povertà costrinse Dolores a mandare uno dei figli dal nonno paterno, a Medellín. Pensò a Carmelita, la maggiore, ma la bambina ebbe paura e si aggrappò alla madre. Allora Laura si offrì di andare al suo posto. I fantasmi più amari dell'essere orfana le piombarono addosso e il cuore le si spezzò, ma disse un sì deciso, e quel sì mostrò a sua madre che cosa bisognava fare. Dolores tranquillizzò Carmelita, che sarebbe rimasta con lei, poi si avvicinò a Laura e le fece la più amara delle carezze. A Medellín nessuno le diede affetto, e i parenti si prendevano gioco di lei. Pochi mesi dopo, la madre e i tre figli si ritrovarono di nuovo insieme nella tenuta del nonno materno.
Quella stessa madre le insegnò qualcosa di più difficile. Ogni giorno faceva pregare i figli per un certo Clímaco Uribe. I bambini gli volevano bene, e Laura credeva che fosse uno di famiglia. Un giorno, ormai grandicella, chiese dove abitasse quel signore. Dolores le rispose «È lui che ha ucciso tuo padre». E le chiese di continuare ad amarlo, perché bisogna amare i nemici, che ci avvicinano a Dio. Era ciò che Gesù aveva chiesto ai suoi, e Laura lo imparò in casa, dalle labbra di sua madre.
Più di un secolo dopo, un medico di Antioquia, in punto di morte, si sarebbe affidato a quella bambina.
Come una palla di cannone
Sapere che Dio esiste non le insegna ancora a pregare durante la messa. Inginocchiata accanto alla madre, la bambina guarda l'Ostia e non sente nulla. Sua madre piange molto, soprattutto all'elevazione, quando il sacerdote alza l'Ostia davanti a tutti. Laura si convince che non imparerà mai ad ascoltare bene la messa, perché non sa piangere.
Verso i dieci anni, una mattina in cui sbriga le faccende di casa accanto a una panca, le nasce un desiderio ardente di fare la comunione. Fa allora una comunione spirituale, cioè riceve Cristo con il desiderio, senza l'ostia. Resta come elettrizzata, senza accorgersi di ciò che accade intorno. Sente un dolore e un amore che non conosce, come se la Santa Eucaristia le trapassasse l'anima da parte a parte, e si scioglie in lacrime senza rendersene conto. A quell'esperienza darà il nome di colpo della panca. Di quel nome dirà, ormai adulta, «Che nome strano… ma Dio e io ci capiamo».
Tra i parenti, Laura continua a mendicare affetto. Verso i dodici anni viene cacciata ingiustamente dalla casa di uno zio, e da quella porta chiusa nasce una decisione, che lei stessa racconterà così.
«Da allora mi proposi di essere santa, e grande santa, e presto.»
Verso i quindici anni legge libri spirituali, soprattutto la Sacra Scrittura, e la lettura la conduce alla preghiera silenziosa. Sogna il Carmelo, il monastero di clausura dove le carmelitane vivono per pregare. Vuole andare a Dio come una palla di cannone.
Ma il chiostro dovrà aspettare. Verso i sedici anni muore il nonno e Laura arriva a Medellín. Vive nel manicomio, l'ospedale per i malati di mente dove lavora sua zia, e finisce per averne lei la responsabilità. Per guadagnarsi da vivere entra con una borsa di studio nella Normal de Institutoras, la scuola che forma le maestre, e nel 1893 ne esce con il diploma.
Insegna prima a Fredonia e, un anno dopo, a Santo Domingo. Lì, davanti ai bambini, insegna non tanto il catechismo quanto la devozione.
Poi torna a Medellín. Sua cugina Leonor Echavarría ha fondato il Colegio de la Inmaculada, una scuola per ragazze, e nel 1897 Laura vi viene nominata vicedirettrice. La ragazza che sognava una cella di clausura passa ora le giornate tra banchi, lavagne e alunne. Quando Leonor morirà giovane, tutto questo resterà nelle mani di Laura. Intanto è Leonor ad affidarle alcune interne che nessuno riesce ad avvicinare alla confessione.
Otto alunne
Le ragazze vengono da un'altra scuola, di indole un po' libera, e alla Inmaculada devono fare gli esercizi spirituali annuali, i giorni di ritiro e di preghiera che si concludono con la confessione. Ma appena sentono parlare di confessarsi mostrano una ripugnanza estrema, e dicono che piuttosto se ne andranno dalla scuola.
Le maestre non le costringono, ma fanno tutte insieme una crociata di preghiere e aspettano. Un giorno, in segreto, otto di quelle ragazze si avvicinano a Laura e le confidano ciò che tengono dentro da anni, che si sono sempre confessate male e che tacciono le loro colpe perché non osano dirle.
Laura scoppia a piangere. Loro, che le vogliono molto bene, piangono con lei.
Non le lascia sole con quel peso. Chiede al confessore della scuola il permesso di ascoltarle, le ascolta e ridà loro fiducia in Dio, poi fa in modo che a confessarle sia un sacerdote amico che non le conosce. Arrivato il giorno si confessano sciolte in lacrime, e per Laura quella è una conversione autentica.
Quella stessa notte, mentre le interne studiano, Laura si stende sotto il toldillo, la zanzariera che copre il letto. Allora le giunge una voce che non le entra dalle orecchie del corpo. Sentire, per lei, è capire. E capisce che a parlare è il demonio, e che la tratta come un'estranea appena arrivata.
«Mi vendicherò di questa intrusa.»
Entra un animale simile a un cane o a un lupo, con zoccoli di mulo e corna nere molto attorcigliate. La bestia la minaccia di tentare il fratello di Laura e di far crollare la scuola con una calunnia. Laura alza il crocifisso, ma subito le sembra di fare così troppo onore alla bestia. Allora l'afferra per le corna, fredde, freddissime, la strofina contro il pavimento e le dice che non farà nulla di più di quanto Dio le permetta, perché lei può contare su Dio.
Le ragazze, dall'altra parte, non vedono nulla. Laura sparge acqua santa nella stanza del fratello e in quella della domestica, e non dice una parola a nessuno. Solo un anno dopo lo racconta a Carmelita, la sorella che da bambina si aggrappava alla madre.
Quella minaccia non le si cancella dalla mente. Tempo dopo, Laura dice al confessore, che è anche il direttore della scuola, che cosa si aspetta. La scuola cadrà per una calunnia contro di lei.
Il sacerdote le risponde con quattro parole.
«Questo non lo credo.»
Figlia spirituale
La calunnia a cui il confessore non volle credere arriva a Medellín stampata, sotto forma di romanzo. Eva Castro, ex alunna di Laura, ha già fissato la data delle nozze, e a pochi giorni dal matrimonio le rinvia. Dice che vuole farsi carmelitana.
Suo fratello, il medico e scrittore Alfonso Castro, pubblica in città un romanzo intitolato «Figlia spirituale». Vi si racconta di una maestra nubile che convince le sue alunne a non sposarsi, e una di loro rinuncia alle nozze. Medellín legge la storia, la collega a ciò che è successo in casa Castro e riconosce Laura in quella maestra.
Ma nelle mani di Laura arriva una lettera di chi sa come sono andate davvero le cose. La firma Teodosio Ramírez, e in calce c'è anche il nome di Ana Jaramillo. Le scrivono «Sappiamo che lei si è adoperata molto con la suddetta signorina perché non agisse con tanta leggerezza nervosa». Le ricordano inoltre che Laura stessa aveva supplicato Eva, con molto tatto, di non provocare uno scandalo.
Dalle aule si leva un'altra voce. Una delle alunne di Laura racconta che la maestra parlava loro bene della vita religiosa, ma che rispettava anche il matrimonio cristiano e le preparava ad esso. La ragazza lo dice così.
«A me, personalmente, non ha mai fatto rimproveri per i fidanzati che mi capitavano… Era una vera madre.»
Laura non si difende da sola. Prima di parlare in pubblico va da monsignor Víctor Escobar, il vicario capitolare, che governa la diocesi finché Medellín è senza arcivescovo. Solo dopo si siede a scrivere. I genitori delle sue alunne pagano la tipografia, e nel 1906 escono molte copie della «Lettera aperta al dottor Alfonso Castro». È il primo libro di Laura, una difesa stampata che passa di mano in mano per tutta la città.
Eppure il romanzo pesa più della lettera. Al Colegio de la Inmaculada, la scuola delle otto ragazze che avevano pianto con lei, cominciano ad arrivare i genitori. Vengono uno dopo l'altro, prendono le figlie e le portano via. I banchi si svuotano. Ciò che Laura temeva quella notte, e a cui il confessore non volle credere, si è avverato.
La scuola chiude per mancanza di alunne.
La mia piaga
Nell'aula vuota, a Laura torna una domanda che credeva risolta. Che cosa vuole Dio da lei? Aveva sognato il Carmelo. Aveva chiesto di entrare nella Compagnia di Maria, un ordine che si dedica all'educazione delle donne, e non l'avevano accolta. Sa anche che il matrimonio non è la sua strada.
Allora il suo pensiero si volge agli indigeni.
Sono gli indigeni di Guapá, che aveva conosciuto anni prima a Jardín, un paese nel sud-ovest di Antioquia. Un sacerdote amico, padre Ezequiel Pérez, le aveva proposto di fondarvi una scuola, e lei disse di no finché non seppe che lì vicino vivevano quelli di Guapá. Accettò, insegnò loro la fede e li preparò al battesimo. Tornò a Medellín sicura di quale fosse la sua chiamata, ma senza vedere da dove cominciare. Così aspettò, legata dolcemente al palo di una speranza, e rimase nelle aule a guadagnarsi il pane, finché non fosse suonata l'ora di Dio.
A Marinilla, un paese nell'est di Antioquia, quell'attesa si schiude nel 1907. A quel tempo, chi non conosceva la fede veniva chiamato «infedele». Laura lo raccontò così.
«Mi vidi in Dio, e fu come se mi avvolgesse nella sua paternità, facendomi madre, nel modo più intenso, degli infedeli.»
Li sente come figli che le si vanno formando dentro, figli che non ha mai visto e che le dolgono come figli veri. Una ferita aperta, di quelle che non smettono mai di far male, si chiama piaga. È così che lei li chiama.
«Da allora li chiamai la mia piaga.»
Accanto a foreste piene di persone che Dio ama, la cella del Carmelo ora le sembra troppo fredda.
Ma quando lo racconta a Medellín, quasi nessuno la segue. Solo le sue alunne si entusiasmano. I suoi direttori spirituali la ascoltano perplessi, e alcuni le danno della pazza e le ricordano altre spedizioni missionarie finite male. Lei ha le sue ragioni. Se gli indigeni fuggono dai missionari perché si sentono minacciati, delle donne sembreranno loro meno pericolose e potranno aprire la strada ai sacerdoti.
La città non la vede così. Per la società e per le autorità civili quel compito non è degno di una donna, e dall'ambiente dell'arcivescovo circola la voce che la maestra insegni idee liberali. Propone la sua opera a diverse comunità religiose. Nessuna dice di sì.
Allora decide di andare nella foresta e di dimostrare che quell'opera era compatibile con il sesso femminile.
Già si vede in una radura circondata da foreste fittissime, insieme ad altre compagne con dei semplici vestitini da contadine, in capanne o sotto tende da campo, alcune a percorrere la foresta mentre le altre pregano e lavorano in casa.
Piuttosto morte che tornate indietro
Quella decisione si scontra subito con un ordine. Uno dei suoi direttori spirituali la ascolta fino in fondo e le risponde senza giri di parole.
«Le proibisco seriamente di continuare nell'impresa degli indios e perfino di pensarci. Non è cosa fattibile né adatta al suo sesso, e non ha l'aria d'altro che di una grande follia.»
Alla donna che già si vedeva in una radura della foresta chiudono la porta, e per giunta le chiedono di non guardarla più. Laura obbedisce. Il divieto non la abbatte. Per il momento si mette in pace, certa che Dio accetterà il sacrificio dell'obbedienza e cercherà altri mezzi o altre persone perché il suo nome arrivi agli indigeni.
Con quella porta chiusa, Laura cerca un'altra Madre. In ginocchio davanti a un'immagine della Vergine, la bambina cresciuta senza padre parla alla Madre di Gesù con tutta la fiducia di una figlia.
«Madre, io non sono orfana perché ho Te, che sei più che Madre. Ma i poveri indios sono orfani e mi spezzano l'anima! Non vorrai essere la loro Madre?»
Le promette di portare il suo nome in mezzo a loro e di servirla perfino come ruota del carro che la conduca ai loro cuori. Esce da quella preghiera così fiduciosa che non pensa più nemmeno al Chocó, un'altra regione di foresta.
E una porta si apre. A Santa Fe de Antioquia, il vescovo Maximiliano Crespo ascolta il progetto della maestra e le risponde con queste parole. «Ebbene, io accolgo quest'opera con l'anima, con la vita e con il cuore». Le promette di sostenerla sempre e, se alla diocesi mancheranno i soldi, di metterci quelli di tasca sua.
Con l'appoggio del vescovo, nel maggio del 1914 parte da Medellín una spedizione che la città guarda con curiosità e ammirazione. Missionarie, mulattieri e mule. Ci sono Laura e poche compagne, con un sacerdote che le accompagna. Non portano armi. Portano Cristo in un crocifisso, e partono affidate alla Vergine.
Tra loro, in groppa a una delle mule, c'è Dolores Upegui, la madre di Laura, ormai anziana. Colei che un giorno fece a Laura, allora una bambina di sei anni, la più amara delle carezze, ora sale al suo fianco lungo la mulattiera, un sentiero di montagna aperto per le bestie da soma.
C'è chi chiede loro di tornare indietro. Laura risponde con una frase sola.
«Piuttosto morte che tornate indietro!»
Fedeli a quel motto, qualche giorno dopo arrivano alla fine del cammino, a Dabeiba, tra la montagna e la foresta, terra degli emberá katío. Fin dal primo giorno hanno di fronte la geografia del luogo e la diffidenza dei capi katío. Quello stesso anno nasce lì la Congregazione delle Missionarie di Maria Immacolata e Santa Caterina da Siena, che la gente finirà per chiamare, dal nome della fondatrice, le «Lauritas».
Quella stessa settimana, un uomo katío torna alla casa delle nuove arrivate con una domanda.
Anche indio ha anima
Juan de Jesús, il katío di Dabeiba, entra senza tanti saluti e va dritto a ciò che vuole sapere.
«Io vuole per chiedere, tu per cosa venendo qui?»
«A insegnare agli indios la legge di Dio», risponde Madre Laura.
Lui vuole sapere chi c'è dietro quella donna. «Questo tu sola o altro mandò? Mandò governo?»
«No, governo non mandò. Dio sì mandò.»
«Dove tu trovato Dio?», chiede il katío. E lei risponde «A Medellín».
L'indigeno non impara, dice Juan de Jesús, mentre il «libre», come chiamano il bianco, impara sì, perché ha l'anima. «Anche indio ha anima», gli risponde lei. L'uomo non cede. «Tu non sa, indio non è anima. Tu deve andare di nuovo tua terra perché a indio non piace tu.»
Lei non discute oltre. Gli dice che resta perché loro abbiano un posto dove passeggiare, dove pranzare e dove ascoltare il grafofono, un apparecchio a manovella con una grande tromba che fa suonare musica registrata. E lo fa suonare. Juan de Jesús fa un salto indietro.
«Tu ha gente messo dentro quella tavola… Noi sta paura!»
Insiste perché lei torni alla sua terra, finché arriva il pranzo. Allora si siede, mangia di gusto e, tra una cucchiaiata e l'altra, dà il suo verdetto. «Così sta buono, sta buono.» Col piatto vuoto finisce la visita.
Quella diffidenza non sorprende Madre Laura. Le sembra del tutto naturale, vedendo nei katío la storia del loro passato, così dura e così triste.
Conquistare la fiducia di quel popolo chiederà pazienza, e la fondatrice si è data una regola che racconterà lei stessa più tardi.
«Fin dal principio mi proposi di non dare alle sorelle un boccone che non avessi già mandato giù io.»
Per questo, quando nell'agosto del 1914 è il momento della prima visita alle casette dei katío, all'inizio ci va da sola, e la prima spedizione la fa con una sola suora al fianco. Per i katío, che conservano il ricordo delle crudeltà della Conquista, l'arrivo di quelle donne può sembrare il preludio dell'ultima distruzione della loro stirpe. Spiegare loro che vengono a cercare le loro anime li allarmerebbe soltanto di più. Così lo dirà più tardi Madre Laura, di sé e delle sue suore.
«Per questo dovevamo sopportare, con la massima bontà, la diffidenza così dura dei poveri che tanto amavamo.»
Quando i katío arrivano alla casa, le suore cedono loro il posto a sedere e mettono loro del cibo tra le mani.
La prima cosa che vedono entrando è un quadro di Maria. Imparano il suo nome prima di quello di Dio, e davanti a quell'immagine si insegna loro tutto il resto. Ripetono una breve preghiera che a Madre Laura sgorgò dall'anima la prima volta che si trovò davanti a qualcuno che non conosceva Cristo.
«Maria, Madre mia, salvami!»
Per molti di loro, la prima parola pronunciata in spagnolo fu «María!».
Quello che nessuna di quelle casette ha è un luogo dove custodire l'Eucaristia.
Hanno la natura
La bambina che seppe di Dio accanto a un formicaio ora deve insegnare alle sue suore a pregare senza una chiesa. Le missionarie dormono nei bohíos, capanne indigene con il tetto di palma che qui non hanno pareti, e si spostano per la montagna a dorso di mulo. In quelle casette manca il tabernacolo, il luogo che custodisce la presenza di Gesù nell'Eucaristia, e Madre Laura prova «una tristezza profonda». Mentre cerca il modo di procurarselo, le nasce un'idea, e la consegna alle sue suore in una sola frase.
«Non hanno il tabernacolo, ma hanno la natura!»
Bisogna cercare Dio nel creato come lo si cerca davanti al tabernacolo, «perché, anche se la sua presenza è diversa, in tutti e due i luoghi c'è». Quella mancanza la offrono come un «sacrificio battistano». Come san Giovanni Battista, che si fece da parte perché Gesù crescesse, le missionarie si privano della sua presenza «per far sì che Gesù cresca nelle anime che non lo conoscono». Madre Laura propone loro di lodare Dio ogni mattina con il canto degli uccelli, «non per istinto, ma per ragione e amore». Con gli anni quell'insegnamento diventa un libro, «Voci mistiche della natura», in cui la fondatrice chiede a ogni missionaria di fare «dell'ambiente che la circonda un tabernacolo».
Ma la foresta porta anche pericoli. A Murrí, una mattina in cui prega «piena di Dio», le pare di veder arrivare davanti al Signore, «come in processione», molti serpenti e animali selvatici di quella terra. Si rallegra che vengano a mettersi agli ordini del loro Padrone e gli chiede di benedirli secondo la loro natura. Poi dice al Signore, «non con la bocca», che quegli animali sono «un baluardo invalicabile», un muro che nessuno attraversa, tra loro e la gente del posto. Dopo un po' arriva la risposta, e lei la dice così.
«Conobbi con certezza che Dio ordinava alle fiere di non farci nulla e che neppure loro avrebbero ricevuto danno da noi.»
Lei dà il suo consenso a quel patto e resta certa che potranno vivere lì senza che quegli animali le tocchino.
La diffidenza che più le fa male non viene dalla foresta. Un giorno affidano loro una casa a una condizione, che non vi entrino gli indigeni. Lei se ne lamenta.
«Ah, Dio mio, che cosa provai! Allora ci stanno le madri e non i figli?»
Un altro giorno un signore le rimprovera di non cambiare ai katío la lingua e il modo di vestire. Lei gli risponde, «con un po' di serietà», che i katío amano la loro lingua come chiunque ama la propria, e che nei loro vestiti custodiscono la loro tradizionale grandezza. Ammette che anche lei aveva creduto che andassero poco vestiti per mancanza di abiti, «ma quante lezioni e quanti disinganni ebbi!». A chi vuole strappare loro tutto questo con la forza risponde con la storia dell'America.
«Non erano fiere quando la razza bianca arrivò in America. Li resero fiere i trattamenti irrazionali… Solo nostro Signore sa cambiare i cuori, e ci insegnò il modo di farlo con l'amore e il sacrificio.»
Molti la criticano perché così si va molto piano.
Con quello stesso passo parte poi con le sue missionarie verso San Pedro de Uré, un'altra foresta ancora più all'interno, e lì presta servizio per quasi un anno.
Con le costituzioni in mano
Al ritorno da San Pedro de Uré, Madre Laura scopre che le domande non vengono più dai katío. Ora a metterla in discussione sono uomini della sua stessa Chiesa. Urabá, la regione in cui si trova Dabeiba, è ormai una prefettura apostolica, un territorio di missione che Roma ha affidato ai carmelitani. A capo c'è il carmelitano José Joaquín Arteaga, il suo primo prefetto. Governa la missione a nome di Roma, e per questo può decidere sulle suore che vi lavorano.
Arteaga esamina la congregazione e vuole imporle la regola delle Carmelitane Scalze, un'altra forma di vita religiosa, di clausura, dietro le mura del convento. Le suore, che dormono nei bohíos e salgono nella foresta a dorso di mulo, dicono di no.
Il rifiuto non resta senza risposta. Arteaga nomina un frate carmelitano come cappellano delle suore, cioè il sacerdote che celebra per loro la messa e le confessa. Secondo Madre Laura, una volta il frate dice queste parole.
«Vengo esclusivamente per farla finita con Madre Laura e con la sua opera. Quell'opera è una vergogna per noi e non deve esistere.»
Il frate confessa anche le novizie, le giovani che si preparano a diventare suore, e nel confessionale semina in loro la sfiducia verso la fondatrice. La casa si divide.
Arteaga scrive allora al nunzio, monsignor Roberto Vicentini, il rappresentante del Papa in Colombia, il cui giudizio decide il caso. Madre Laura deve andare fino a Bogotà. Nello studio, il nunzio tiene in mano le costituzioni, le regole scritte della congregazione, e legge davanti a lei, una dopo l'altra, le accuse contro Madre Laura. Esercita funzioni riservate ai sacerdoti. Si ribella alla vita sacramentale, quella della messa e della confessione. Governa senza consiglio. Pubblica lettere sui giornali per vanità. Fa spedizioni pericolose per smania di protagonismo.
Lei risponde che l'unica cosa vera è quella delle spedizioni pericolose, e che Dio le ha confermate con prodigi e miracoli.
Il nunzio le chiede di spiegarsi.
Allora lei gli parla di Dabeiba. Per mesi un'invasione di locuste aveva devastato la regione, dietro erano venute la fame e le malattie, e allora erano stati proprio gli indigeni a chiedere alle missionarie di pregare. Loro pregarono, l'invasione cessò da un momento all'altro, e poi molti chiesero liberamente il battesimo.
A Bogotà, dopo aver ascoltato tutta la difesa, Vicentini cambia atteggiamento e lascia cadere le accuse.
Venti postulanti
Il nunzio l'ha ascoltata, ma a Urabá le invidie e i sospetti continuano, e a causa loro le missionarie devono lasciare Dabeiba, la terra dove è nata l'opera e dove Juan de Jesús, quel katío della prima settimana, si fermò a pranzo.
La prova più profonda arriva dopo, e colpisce le più giovani. Ecco come Madre Laura visse quegli anni con il vescovo di Santa Rosa de Osos, Miguel Ángel Builes, nella cui diocesi le suore hanno il noviziato, la casa dove si formano quelle che iniziano. Il vescovo si oppone alle sue missioni e dice di loro «Le distruggerò, non ne lascerò nemmeno una! Le farò sparire!».
Trattiene tre suore nella cucina del seminario e non le lascia uscire nemmeno per gli esercizi spirituali. Sostiene che la congregazione è marcia fin dalle origini, fondata sulla superbia della sua superiora. E fa togliere il Santissimo dal noviziato.
Davanti a tutto questo, Madre Laura raduna le prime venti postulanti, le ragazze che hanno appena chiesto di entrare, e se ne va con loro nella diocesi di Santa Fe de Antioquia. Lì apre una nuova casa di formazione, sostenuta dal vescovo che era succeduto a Crespo, quel Crespo che aveva accolto l'opera. A Madre Laura non mancarono mai sacerdoti nemici, e di quelle persecuzioni dice così.
«Dio le permette, perché il mio affetto per il clero sia del tutto soprannaturale.»
In quegli anni la accompagna il suo direttore spirituale, padre Esteban Le Doussal. È lui a chiederle di scrivere la sua vita, e lei prende la penna per obbedienza. Riempie quaderni indirizzati a un «padre» e dà loro come titolo «Storia delle misericordie di Dio in un'anima».
Altri continuano a parlare male dell'opera. Tra le Lauritas si racconta che cosa accadde a uno di loro, padre Rubén Palacio, un sacerdote di Yarumal che non conosceva Madre Laura. Sente il suo vescovo parlare molto male di lei in una riunione del clero e comincia a criticarla davanti ai suoi fedeli. Una notte, dopo aver passato la giornata a parlare male delle missionarie, fuma un sigaro nella sua stanza con la luce accesa. Entra una religiosa dall'aria seria, con abito bianco, scapolare azzurro e velo bianco, un crocifisso e una camándula, cioè il rosario. Lo guarda ed esce in strada. Dietro di lei passano gruppi e gruppi di religiose uguali, finché lui si spaventa. Il sigaro gli si è consumato fino a bruciargli la bocca.
Al mattino, quelli di casa gli dicono che così vestono le missionarie di Madre Laura. Lui decide di non parlare più male di loro, perché se dovevano essere così tante, dovevano essere opera di Dio.
Un'opera che ormai attraversa diverse diocesi ha bisogno della parola di Roma, e nel 1930, con la salute fragile, Madre Laura si imbarca per andare a chiederla.
Un milione di vite
A Roma, Madre Laura porta una sola richiesta per le sue figlie. Chiede il decreto di lode, il primo riconoscimento che Roma concede a una congregazione, quello che la pone sotto la Santa Sede.
La risposta è no.
Non lascia Roma senza pregare. A novembre, nella Basilica di San Pietro, rimane davanti a Gesù nell'Eucaristia, in una preghiera intensa, e poi lascia uscire i suoi desideri. Aveva desiderato avere tre vite lunghe, una per l'adorazione, un'altra per le umiliazioni e un'altra per le missioni.
Ora offre al Signore quei desideri impossibili. E nell'offrirli, una sola vita per le missioni le sembra troppo poco. Allora gli consegna qualcosa di più grande, il desiderio di avere un milione di vite da donare nelle missioni, tra quelli che ancora non conoscono Cristo.
Dopo quell'offerta, rimane molto triste. E ripete al Signore, tante volte, una giaculatoria, quella breve preghiera che si scaglia come una freccia.
«Ahi! Io muoio nel vedere che nulla sono e che ti amo!»
Torna in Colombia senza il decreto e continua a edificare l'opera tra le sue suore.
La sedia di legno
Colei che volle vite senza numero per le missioni trascorre i suoi ultimi nove anni senza poterle raggiungere. A Medellín, Madre Laura vive seduta su una sedia a rotelle di legno. Le montagne che risalì a dorso di mulo le restano lontane, e ormai non può più andare a trovare i katío. Le resta la mano. Con quella scrive e guida le sue suore dal tavolo, senza mai lasciare quello che chiamano il suo apostolato della parola e della penna.
Né abbandona l'adorazione. Nell'ottobre del 1941 è davanti alla pisside, il vaso sacro in cui si custodiscono le ostie consacrate, e prega Gesù con queste parole.
«Entrò Gesù dentro la vostra Sacra Pisside, per imprimervi il bacio del mio amore come tributo di adorazione.»
Dall'aprile del 1949 Madre Laura vive in una stanza del convento di Belencito. Lì si vedono ancora il suo letto, i quadri di San Giuseppe, di san Giovanni Bosco e di un Gesù Bambino addormentato, e una grande croce di legno. L'agonia è lunga e penosa. Il 21 ottobre 1949 muore lì, senza aver visto Roma approvare la sua congregazione.
L'orfana che passava di casa in casa lascia novanta case in tre nazioni e quattrocentosessantasette suore. Il giorno della sua morte è oggi la sua festa in Colombia, con un'orazione propria nella Liturgia delle Ore, la preghiera con cui la Chiesa santifica ogni momento della giornata.
Sotto le scale della chiesa di Belencito c'è una cripta, ed è lì che la seppelliscono. Accanto a lei riposa Dolores Upegui. È la madre che la seguì fino a Dabeiba e finì per entrare nella congregazione come una delle sue suore. Madre e figlia restano insieme.
Quattro anni dopo, Roma concede alle figlie di Madre Laura il decreto di lode che lei era andata a chiedere di persona.
La mia avvocata
Intanto, a Belencito, la porta della stanza di Madre Laura non è più chiusa. Dopo la sua morte, chi l'ha conosciuta si rivolge alle suore e chiede di entrare in quella stanza. Lì pregano Dio. Alla fine le suore aprono la stanza a chiunque voglia pregarvi.
In Colombia si racconta che in quella stanza pregò una donna di ottantasette anni, e che fu la sua guarigione ad aprire la strada alla beatificazione.
Nel 2004, in piazza San Pietro, papa Giovanni Paolo II la proclama beata, il primo riconoscimento pubblico della sua santità.
L'anno seguente, quel medico di Antioquia che si sarebbe affidato alla bambina del formicaio, Carlos Eduardo Restrepo, è gravemente malato e quasi alle porte della morte. Si affida alla beata e recupera la salute in un modo che la scienza non sa spiegare. Nel dicembre del 2012 papa Benedetto XVI autorizza il decreto che riconosce quella guarigione come miracolo per intercessione di Madre Laura.
Per il medico, Madre Laura è colei che lo difende davanti a Dio, e lui lo dice senza giri di parole.
«La mia santa, la mia avvocata, è Madre Laura.»
Dice che lei è presente ogni giorno e che, attraverso di lei, Dio gli illumina le mani.
Nel maggio del 2013, in quella stessa piazza, papa Francesco la canonizza e la dichiara santa per tutta la Chiesa. Laura Montoya è, ancora oggi, l'unica santa colombiana.
Quel katío di Dabeiba volle sapere dove la maestra appena arrivata avesse trovato Dio, e lei gli rispose che l'aveva trovato a Medellín. Oggi, a Medellín, accanto al letto e alla croce di legno di Belencito, entrano altri a raccontare a Dio quello che pesa loro sul cuore. Lo fanno con la fiducia della donna che disse alla Vergine di non essere orfana perché aveva Lei. La bambina che accanto a un formicaio seppe di non essere sola è diventata madre di chi arriva da solo alla sua porta.
Dove ci ha trovati Dio, ciascuno di noi?
Signore, tu hai cercato una bambina orfana accanto a un formicaio e le hai dato la tua compagnia. Tu l'hai mandata nella foresta come madre di chi non ti conosceva. Per intercessione di santa Laura Montoya, insegnaci a cercarti nelle piccole cose e in tutto ciò che hai creato. Donaci il suo coraggio per andare incontro a quelli che nessuno aspetta. Donaci il suo rispetto per ogni popolo e ogni lingua. Consola i malati, i calunniati e chi piange qualcuno che se n'è andato. Chi si sente orfano trovi nella tua Madre una madre. Santa Laura Montoya, prega per noi. Amen.





