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FIDES VIVA

24 ottobre

missionario a piedi, arcivescovo di Cuba e confessore di Isabella II

Antonio Maria Claret

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Capitoli
  1. 0:00Più macchine che santi
  2. 5:07La tempesta di Montealegre
  3. 8:54Una gamba che non cammina
  4. 13:23Il fagotto
  5. 18:32El Padrito
  6. 22:58La terra che trema
  7. 27:19Come cristiano, come sacerdote
  8. 31:17L'uccello in gabbia
  9. 36:31Antonio, ritirati
  10. 40:22Con Lui morirà
  11. 46:17La cassa del falegname

Da giorni ripeteva dal pulpito che desiderava suggellare con il suo sangue ciò che predicava. Una sera di febbraio del 1856, l'arcivescovo di Santiago di Cuba, Antonio Maria Claret, camminava per la calle Mayor di Holguín. La gente lo salutava dai due lati della strada, e un sagrestano gli rischiarava il cammino con una lanterna.

Un uomo si chinò verso di lui come per baciargli l'anello. Invece di baciarlo, tirò fuori un rasoio e gli squarciò il viso dall'orecchio al mento.

L'arcivescovo indicò una farmacia lì vicino e disse «Entriamo qui, che avremo i rimedi più a portata di mano». Dentro, fu lui a dover fare coraggio ai medici. Quella sera, ciò che provava era gioia.

Quell'uomo aveva cominciato la sua vita in Catalogna, tra il rumore dei telai.

Più macchine che santi

Alla fine degli anni Venti dell'Ottocento, quel futuro arcivescovo non pensava affatto a dare il suo sangue per qualcuno. Pensava ai fili. In una fabbrica di Barcellona, una città che si riempiva di laboratori e di macchine nuove, un ragazzo di Sallent apriva sul tavolo i campioni di tessuto che arrivavano da Parigi e da Londra. Li scomponeva fino a capire come erano fatti, e poi disegnava il telaio capace di riprodurli.

Era arrivato a diciassette anni, studiava disegno alla scuola della Lonja e vestiva con eleganza, forse troppa. Era così abile che arrivò a correggere il direttore, l'uomo che guidava la fabbrica.

Pochi anni prima, nel laboratorio di suo padre a Sallent, quello stesso ragazzo guidava il rosario tra i telai, e gli operai rispondevano senza smettere di lavorare. Da bambino aveva detto a un visitatore della scuola che voleva diventare sacerdote.

Ora, a Barcellona, alcuni signori proponevano al padre di aprire insieme al figlio una fabbrica tutta loro. E Antonio, che fino ad allora aveva sempre obbedito a suo padre, questa volta disse di no. Sentiva dentro di sé una ripugnanza che non sapeva spiegare. Eppure il mestiere lo aveva preso interamente, come un delirio. A messa aveva «più macchine nella testa di quanti santi ci fossero sull'altare».

Fu proprio a messa che qualcosa si spezzò. Una mattina, mentre il sacerdote celebrava all'altare, gli venne in mente una domanda di Gesù nel Vangelo. A che serve all'uomo guadagnare il mondo intero, se alla fine perde la propria anima? Quella frase fu una freccia che gli ferì il cuore.

Cercò aiuto nella casa di San Filippo Neri, dove viveva una comunità di sacerdoti. Un fratello della casa lo accompagnò da uno dei padri, e il consiglio fu semplice. Doveva studiare il latino, la lingua che allora bisognava conoscere per diventare sacerdote.

In quegli stessi anni, la vita lo scosse tre volte. Un giorno, sulla spiaggia che si stendeva dietro la Barceloneta, un'onda lo trascinò al largo. Invocò Maria, e si ritrovò sulla riva.

Un'altra volta, una signora cercò di sedurlo, e lui si liberò dalle sue braccia divincolandosi con tutte le forze. Non lo raccontò a nessuno, per non ferire l'onore di lei.

La terza scossa gli venne da un compagno con cui divideva a metà le giocate al lotto. Gli rubò ricevute, denaro, vestiti e libri, e finì condannato a due anni di bagno penale, un carcere con i lavori forzati. Ad Antonio pesò meno ciò che aveva perso che la vergogna, e quasi non osava uscire per strada. Così, a forza di amarezze, Dio lo andò staccando da quella vita che Antonio chiamava Babilonia, come si stacca un bambino dal seno della madre.

Disilluso dal mondo, Antonio andò a parlare con suo padre e gli disse che voleva farsi certosino, uno di quei monaci che vivono in silenzio, ciascuno nella propria cella. Juan Claret aveva sperato di averlo come socio nella fabbrica. Ne provò un grande dolore, e gli rispose «Io non voglio toglierti la vocazione... Tuttavia, sia fatta la volontà di Dio».

Con il latino appena cominciato e la Certosa nel cuore, Antonio partì da Sallent verso Vic in un pomeriggio di pioggia.

La tempesta di Montealegre

Arrivò a Vic a notte fatta, il 29 settembre 1829, bagnato fino alle ossa. Voleva ancora farsi certosino. Il vescovo lo accolse molto bene. Lì fece una confessione generale, ripercorrendo tutta la sua vita davanti a padre Pedro Bach, dell'Oratorio di Vic, che da allora fu il suo direttore spirituale.

Sul suo tavolo di studio, Antonio mise un grande santino di San Bruno, il fondatore dei certosini. Finito il primo anno, il suo direttore gli ottenne l'ingresso nella Certosa di Montealegre, vicino a Barcellona, e Antonio si mise in cammino.

Lungo la strada lo sorprese una tempesta. Si mise a correre fino a restare senza fiato, e in mezzo al temporale disse fra sé «Forse Dio non vuole che tu vada in Certosa!». Non ebbe il coraggio di proseguire, e tornò a Vic. Col tempo capì che quella vocazione di monaco era stata soltanto per una stagione.

Un inverno, al secondo anno di filosofia, finì a letto con un raffreddore. A metà mattina lo assalì una tentazione molto forte contro la purezza. Invocò Maria, il suo angelo custode e i suoi santi, si fece il segno della croce sulla fronte e cercò di pensare ad altro. Fu tutto inutile.

Voltandosi nel letto, la vide. Maria era lì, bellissima, con una veste cremisi, un manto azzurro e una corona di rose. Antonio la sentì dirgli «Antonio, questa corona sarà tua se vinci», e lei gli mise la corona. Alla sua destra vide dei santi che pregavano per lui, e alla sua sinistra dei demoni che si ritiravano.

Lui assicurava che non dormiva e non era stordito. La tentazione se ne andò, gli lasciò una grande gioia, e per anni non soffrì più tentazioni di quel genere.

Continuò gli studi a Vic, e il 13 giugno 1835, festa di Sant'Antonio, il suo patrono, fu ordinato sacerdote. Otto giorni dopo cantò la sua prima messa a Sallent, e lì rimase, al servizio della parrocchia del suo paese. Predicava, insegnava il catechismo e confessava fin dalle prime ore del mattino. Ogni giorno visitava i malati, dal momento in cui portava loro il viatico, la comunione di chi sta per morire, fino a quando morivano o guarivano.

Ma leggendo la Bibbia gli sembrava che una voce dicesse proprio a lui, di persona, ciò che andava leggendo. Nelle pagine dei profeti, Dio gli diceva che lo aveva scelto e non lo aveva rigettato, e che lo mandava a portare il lieto annuncio ai poveri. Gli metteva davanti anche la sentinella, colui che veglia dall'alto per avvertire il suo popolo.

Così decise di lasciare la parrocchia e andare a Roma, per offrirsi come missionario all'ufficio del Papa che mandava i missionari per il mondo. Il suo superiore gli creò ostacoli, e il paese pure. La gente di Sallent gli dimostrò quanto gli voleva bene proprio quando stava per partire.

Senza passaporto e senza denaro, il prete di Sallent si incamminò verso i Pirenei.

Una gamba che non cammina

Nel 1839, poiché a Barcellona non gli avevano dato il passaporto, andava a Roma a piedi, attraversando le montagne di una Catalogna in guerra. Vicino alla Font del Picasó, un uomo gli gridò «Alto là!» e gli puntò contro un fucile. Faceva parte di una banda di dieci uomini armati. Il capo lo interrogò, e il prete di Sallent rispose a tutto con fermezza.

Mentre parlavano, i prigionieri che si portavano dietro riuscirono a scappare. La banda si mise in marcia verso Puigcerdà, con lui in coda, e Antonio ne approfittò per piegare verso la Francia. L'uomo che lo aveva fermato gli si avvicinò e gli sussurrò «Non lo dica a nessuno». Antonio gli rispose «Andate con Dio».

A Marsiglia salì su un piroscafo diretto in Italia e pagò il posto più povero, sul ponte di prua, all'aperto. Dormiva su un rotolo di cordame, con la testa appoggiata a un cannone. Una notte lo sorprese una tempesta, e rimase fradicio fino all'alba. Il pane e il formaggio che mangiava erano salati dal mare. Un passeggero inglese, cattolico, gli regalò alcuni duros, monete d'argento. Antonio li divise fra alcuni monaci spagnoli esiliati e un connazionale derubato durante il viaggio, e scese dalla nave senza niente.

A Roma non trovò il cardinale che doveva mandarlo in missione. Mentre aspettava fece gli esercizi spirituali, giorni interi di silenzio e preghiera, e lì gli proposero di entrare nella Compagnia di Gesù. Il 2 novembre viveva già nel suo noviziato, la casa dove i gesuiti formano chi comincia. Dall'oggi al domani si ritrovò gesuita.

Imparò a dare gli esercizi spirituali, a predicare e a confessare. Poiché non poteva ancora uscire a lavorare, pregava, e scrisse a Maria una preghiera in cui si metteva nelle sue mani come strumento per convertire i peccatori. In quella preghiera disse alla Vergine «Non tacerò, anche se sapessi che mi faranno a pezzi».

Dopo quattro mesi gli venne alla gamba destra un dolore così forte che non poteva camminare. Il superiore di tutti i gesuiti, il padre generale Jan Roothaan, gli parlò senza esitare. «È volontà di Dio che lei vada presto in Spagna, non abbia paura, coraggio.» Più tardi Roothaan gli scrisse che Dio lo aveva condotto nella Compagnia non perché vi restasse, ma perché imparasse a guadagnare anime.

Tornato in Catalogna, nel 1840 lo misero a capo della parrocchia di Viladrau, un paese del Montseny saccheggiato più e più volte dalla guerra. I medici se n'erano andati. Così fece da medico del corpo e dell'anima, con libri di medicina e quello che sapeva delle erbe, senza mai farsi pagare niente. Nessuno dei malati che visitava gli moriva, e cominciarono ad arrivargliene anche da altri paesi. Quando ormai erano troppi, faceva loro soltanto il segno della croce, e la gente diceva che guarivano. Lui lo attribuiva alla fede dei malati.

Ma usciva anche a predicare in altri paesi, e quelli che si ammalavano in sua assenza morivano davvero. Al suo ritorno, le famiglie lo accoglievano con le parole di Marta a Gesù davanti alla tomba del fratello, che se lui fosse stato lì non sarebbe morto. Lui non poteva risuscitare nessuno, e quelle lacrime lo affliggevano molto.

Per questo chiese al suo superiore di liberarlo da Viladrau e da qualunque parrocchia, per restare disponibile e predicare dove lo mandassero. Nel gennaio del 1841 partì, e il paese ne fu molto addolorato.

Ormai libero da ogni parrocchia, con il fagotto in mano, cominciò a percorrere la Catalogna a piedi.

Il fagotto

Camminava cinque ore al mattino e cinque al pomeriggio, con la neve o con il sole, e portava lo stesso mantello d'inverno come d'estate. In un fazzoletto annodato c'erano il breviario, il libro di preghiere che il sacerdote recita ogni giorno, una camicia e un paio di calze. Per non perdersi portava una carta della Catalogna foderata di tela. Soldi non ne portava e non ne accettava. Un giorno infilò la mano in tasca, credette di toccare una moneta e si spaventò. Era una medaglia che gli avevano dato molto tempo prima, e si sentì tornare dalla morte alla vita.

Roma gli aveva conferito il titolo di missionario apostolico, che lo autorizzava a predicare missioni. Eppure non predicava in nessuna parrocchia senza un ordine esplicito del suo vescovo. Ogni missione popolare voleva dire diversi giorni di prediche, confessioni e preghiera in un paese, e prima di salire sul pulpito recitava il rosario con la gente. Il suo scopo, diceva, era «che Dio sia conosciuto, amato e servito da tutti».

Quella fretta veniva da molto lontano. A Sallent, a cinque anni, il bambino restava a letto senza dormire, pensando all'eternità. Immaginava distanze enormi, ne aggiungeva altre e non arrivava mai alla fine. Sempre, sempre, si ripeteva, e gli faceva molta pena pensare a quelli che avrebbero dovuto soffrire senza fine. Da grande si paragonava a chi vede bruciare una casa di notte e corre per le strade gridando «Al fuoco!».

A volte bastava un pezzo di carta. In una grande città, un bambino gli baciò la mano e gli chiese un santino. L'indomani, dopo la messa, un uomo alto e robusto, con lunghi baffi, avvolto nel mantello fino al viso, gli chiese di confessarsi. In sacrestia scoppiò a piangere. Il bambino aveva lasciato il santino sul tavolo di casa, l'uomo l'aveva letto per curiosità, e ogni parola gli si conficcava dentro come un dardo. Aveva cinquant'anni, non si confessava da quando era bambino ed era stato a capo di gente molto malvagia. Allora chiese «Padre, ci sarà perdono per me?». Claret gli rispose «Sì, signore, sì, coraggio, fiducia».

Con altri due compagni fondò a Barcellona una casa editrice religiosa per stampare libretti e foglietti così economici che chiunque potesse averli. In apertura di quasi tutti mise la sua preghiera alla Vergine. Il giovane che una frase del Vangelo aveva ferito come una freccia ora si offriva a Maria con quella stessa immagine. Le diceva «Io sono come una freccia posta nella vostra mano potente».

Ma quel frutto aveva un prezzo. Il governo arrivò a cercarlo per arrestarlo, perché, come anni dopo gli raccontò un generale a Cuba, temeva le folle che lo seguivano. Nella prima metà di ogni missione correvano contro di lui menzogne di ogni genere, per esempio che aveva rubato un asino. Nella seconda metà tutti lo chiamavano santo. E alla fine, quando più lo lodavano, gli veniva una tristezza che non sapeva spiegare. La intendeva come una zavorra, il peso che una nave porta perché il vento non la rovesci, nel suo caso il vento della vanità.

Per quindici anni fece l'esame di coscienza sull'umiltà due volte al giorno, a mezzogiorno e la sera. Passato tutto quel tempo, confessava «e ancora non sono umile». Aveva momenti buoni e altri così amari che gli pesava la vita stessa. Allora pensava e parlava solo del cielo, e questo gli ridava coraggio.

Nella diocesi di Tarragona quasi tutti gli volevano bene, ma alcuni volevano ucciderlo, e l'arcivescovo lo sapeva. Claret gli chiese di mandarlo dove voleva, e gli disse che, anche se lungo la strada lo avessero aspettato due file di assassini con il pugnale, lui sarebbe andato avanti.

«Lucrum mori», diceva in latino, morire è un guadagno. Desiderava che un giorno il suo stesso sangue suggellasse ciò che insegnava.

Nel 1847 una nuova guerra chiuse le strade della Catalogna, e il suo vescovo lo mise agli ordini del vescovo delle Canarie.

El Padrito

In Catalogna perfino il suo nome era diventato un'arma. Durante la guerra dei matiners, le bande insorte contro il governo, alcuni giornali arrivarono a scrivere che i ribelli non avrebbero mosso un passo senza consultare «Mosén Claret», come allora in Catalogna si chiamavano i sacerdoti. Era un modo per comprometterlo. Così il vescovo delle Canarie lo portò con sé nelle isole.

A Gran Canaria la gente non trovava posto nelle chiese, così Claret predicava nelle piazze. Perché nessuno restasse senza confessarsi, organizzava le confessioni a gruppi di otto. In ogni paese lo accoglievano con gioia e lo salutavano con le lacrime.

A Lanzarote lo accompagnava un sacerdote così corpulento che non reggeva quelle strade, e perché non dovesse andare a piedi montarono tutti e due su un cammello. Arrivati in un paese, qualcuno non volle ascoltare Claret. Quello non poteva essere il missionario di Gran Canaria, diceva, perché quello andava sempre a piedi.

Quando lasciò le isole gli offrirono un mantello nuovo. Lo rifiutò e si portò via quello vecchio, con cinque strappi che gli aveva fatto la gente. Alle Canarie lo chiamavano «el Padrito», il piccolo Padre, un diminutivo pieno d'affetto. Nel 1951 Pio XII lo dichiarò compatrono della diocesi delle Canarie, insieme alla Madonna del Pino.

Con quel mantello sulle spalle tornò a Vic, e lì propose al suo vescovo di riunire altri sacerdoti per andare in missione insieme. Il 16 luglio 1849, festa della Madonna del Carmine, in una cella del seminario, diede inizio con cinque sacerdoti a una congregazione, una famiglia di missionari che sarebbe vissuta sotto un'unica regola. La chiamò Congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria. Lui si considerava l'ultimo di tutti.

Claret descrisse con queste parole ciascuno dei suoi missionari «Un Figlio del Cuore Immacolato di Maria è un uomo che arde di carità e che incendia dovunque passa». Un uomo così, proseguiva, gode delle privazioni e si compiace delle calunnie.

Ma quella famiglia non aveva nemmeno un mese quando, l'11 agosto, mentre Claret scendeva dal pulpito, il vescovo di Vic, Luciano Casadevall, gli mise in mano una nomina della Corona. Lo faceva arcivescovo di Santiago di Cuba. Claret rimase impietrito.

Disse di no. Si sentiva indegno, e non voleva lasciare la casa editrice né la congregazione, appena nate. Respinse le insistenze del nunzio, il rappresentante del Papa a Madrid, e quelle del ministro. Allora si rivolsero al vescovo, al quale lui obbediva in tutto, e il vescovo gli ordinò di accettare.

Quell'ordine lo fece tremare. Non osava dire di sì, ma voleva obbedire. Chiese alcuni giorni di preghiera e incaricò quattro sacerdoti di sua fiducia di raccomandarlo a Dio e di dirgli che cosa fare. Tra loro c'era padre Pedro Bach, il suo direttore dalla notte in cui era arrivato fradicio a Vic. L'ultimo giorno deliberarono e gli diedero la risposta. Era la volontà di Dio.

Il 4 ottobre accettò.

E lo stesso vescovo che gli aveva ordinato di accettare lo consacrò un anno dopo nella cattedrale di Vic. Era il 6 ottobre, festa della Madonna del Rosario e di San Bruno, il santo del santino che teneva sul suo tavolo da seminarista.

Ormai vescovo e ancora missionario, alla fine di dicembre si imbarcò a Barcellona diretto a Cuba, e per quasi due mesi di traversata predicò una missione a chi viaggiava con lui.

La terra che trema

Il 16 febbraio 1851 il nuovo arcivescovo mise piede a Santiago di Cuba. Aveva davanti una diocesi immensa che non aveva mai chiesto.

Pochi giorni dopo andò a pregare davanti alla Madonna della Carità del Cobre. La cappella del santuario, a quattro leghe dalla città, era piena delle offerte che i fedeli lasciavano per ringraziare.

A El Cobre, il paese di quel santuario, predicò una missione, e in quei giorni unì in matrimonio circa quattrocento coppie che vivevano insieme senza essere sposate. La legge civile di allora richiedeva un permesso per sposare bianchi con persone di colore, e così, per non sbagliare, ogni giorno chiedeva al comandante del paese se tra loro ci fosse qualche impedimento di razza. Un giorno si presentò un uomo di Cadice che viveva con una donna meticcia. Avevano nove figli, e lui voleva sposarsi per poterli crescere come si deve. Il segretario dell'arcivescovo gli disse di ripassare.

Quella stessa notte il comandante scrisse al parroco del paese, accusando l'arcivescovo di sposare «gente di classe diversa». Claret rimproverò al comandante quell'accusa, che riteneva calunniosa, e il militare negò di aver avvisato i suoi superiori. Ma il comandante generale, la massima autorità militare della regione, mal consigliato, aprì contro l'arcivescovo un'inchiesta delle più accanite. Fu il suo primo dispiacere a Cuba. Alla fine le autorità decisero di ammettere delle eccezioni, purché i missionari le comunicassero prima al governatore.

Quel dispiacere non fermò le missioni. L'anno seguente predicava a Manzanillo quando, senza sapere come, gli scappò di dire che sarebbero arrivati grandi terremoti.

Il 20 agosto 1852, alle dieci del mattino, si trovava a Bayamo quando sentì la prima scossa.

E a Santiago, la sua sede, la terra continuò a tremare. La cattedrale rimase spaccata e il palazzo in rovina. I cavalli restavano immobili per strada, i malati uscivano dagli ospedali e la gente gridava «Misericordia!». La messa si celebrava in cappelle di tavole erette nelle piazze, e una di esse, nel viale alberato, era la meta delle processioni con cui il popolo chiedeva a Dio di avere pietà.

Nel pomeriggio l'arcivescovo predicava una missione di penitenza, e paragonava Dio a una madre che scuote la branda del figlio dormiglione per svegliarlo e che, se non basta, lo castiga nel corpo. Così lui intendeva quei terremoti, e avvertì che, se non si fossero convertiti, sarebbe arrivata la peste. Alcuni la presero male e mormorarono contro di lui.

Un mese dopo arrivò il colera. In una sola strada morirono tutti gli abitanti in meno di due giorni. L'arcivescovo e i suoi sacerdoti erano sempre in mezzo ai malati, a curarne l'anima e il corpo. Di quei sacerdoti ne morì soltanto uno.

Era il parroco di El Cobre, il paese della Madonna. Era già malato a letto quando vennero a chiamarlo per un moribondo, e rispose «So che, se vado, morirò... ma poiché qui non c'è un altro Sacerdote, ecco, vado».

Andò, tornò, si mise a letto e morì.

La visita pastorale, il giro del vescovo in ogni paese della sua diocesi, andò avanti, a cavallo e a piedi. Tre volte percorse così la maggior parte di quel territorio immenso. La quarta, all'inizio di febbraio del 1856, lo portò a Holguín.

Come cristiano, come sacerdote

Holguín era uno dei tanti paesi di quella diocesi che Claret aveva accettato per obbedienza. Il primo febbraio 1856 l'arcivescovo vi predicò per un'ora e mezza sulla Presentazione di Gesù al Tempio, il giorno in cui Maria e Giuseppe portarono il Bambino per offrirlo a Dio.

Alle otto e mezza di sera uscì per la calle Mayor con quattro sacerdoti, il suo paggio e un sacrestano che faceva luce con una lanterna. Camminava a capo chino, con il fazzoletto sulla bocca. Un uomo si fece avanti, finse di volergli baciare l'anello e tirò fuori un rasoio. Mirava alla gola. Per via del capo chino e del fazzoletto, la lama non arrivò alla gola, ma gli aprì la guancia sinistra fino all'osso, dall'orecchio al mento, e lo colpì anche al braccio destro.

Nella farmacia accanto, davanti ai medici atterriti, il ferito restava sereno, ed era lui a dire loro, passo dopo passo, che cosa dovevano fare. Svenne per un attimo e tornò in sé con l'aceto. I medici calcolarono che avesse perso più di due chili di sangue.

Lo portarono al suo alloggio su una portantina, una barella fatta di pali. A letto sentì qualcosa che non sapeva spiegare, il piacere, il gaudio e la gioia di aver finalmente versato il suo sangue per Gesù e per Maria. Quella gioia contagiava chi andava a trovarlo, e gli durò finché le ferite rimasero aperte.

Vide anche che il demonio aveva aiutato quell'uomo a sferrare il colpo. Si ricordò però di essere ministro di Cristo, e pregò per il suo aggressore con le parole di Gesù sulla croce.

E disse «Padre mio, perdonategli, perché non sa quello che fa».

Sul volto gli si aprì poi una fistola, un piccolo canale da cui gli usciva la saliva. Si affidò alla Madonna, e la fistola si chiuse all'improvviso. Nella cicatrice del braccio vide disegnarsi un'immagine dell'Addolorata, la Vergine ai piedi della croce, che con gli anni andò svanendo.

Restava l'uomo che gli aveva squarciato il volto. Era un uomo delle Canarie, di Tenerife, Antonio Pérez, come lo identificò lo stesso arcivescovo. Un anno prima, su preghiera dei parenti di Pérez, Claret lo aveva fatto uscire di prigione.

Davanti al giudice, il ferito dichiarò che lo perdonava «come cristiano, come Sacerdote e come Arcivescovo».

Il giudice condannò a morte l'aggressore. L'arcivescovo ne chiese la grazia, cioè che gli fosse risparmiata la pena. La chiese al capitano generale, la massima autorità dell'isola, che era arrivato fin lì per vedere il ferito. Si offrì anche di pagare a Pérez il viaggio di ritorno nella sua terra. L'uomo scampò alla garrota, il modo in cui allora si eseguivano le condanne a morte, e scontò dieci anni di lavori forzati in Africa.

Sulla via del ritorno diedero fuoco alla tenuta dove pensavano che avrebbe passato la notte. Santiago lo accolse come uno che tutti ormai davano per morto. Tornava sfigurato, con la cicatrice che gli attraversava il volto, e per mesi la voce gli uscì impacciata.

Un anno dopo, un ordine della Corona lo allontanò da Cuba.

L'uccello in gabbia

A Cuba lo avevano ferito in mezzo alla strada. A Madrid nessuno alzava la mano contro di lui. Nel giugno del 1857 fu nominato confessore della regina Isabella II, il sacerdote che la ascoltava in confessione e guidava la sua vita di fede. Gli toccò anche insegnare la fede alla piccola infanta Isabella.

A palazzo lo rispettavano, e la regina lo stimava davvero. Lui lo riconosceva, eppure vivere a corte era per lui un continuo martirio. Lo spiegò con un'immagine semplice.

«Sono come un uccello in gabbia, che va da una sbarretta all'altra per vedere se riesce a fuggire.»

Arrivò a dire che si sarebbe quasi rallegrato di una rivoluzione, pur di essere cacciato via. Alla regina chiese un solo favore, quello di lasciarlo ritirarsi, e fu proprio quello che non gli concessero mai.

Un giorno i sovrani gli conferirono a sorpresa la croce di Carlo III, un'alta onorificenza del regno. Davanti a tutti tacque. Poi, da solo con la regina, le disse che la cosa gli aveva dato un grande dispiacere, e da allora la indossava solo nelle occasioni di gran cerimonia. Non accettava nemmeno regali. Voleva poter dire, il giorno in cui se ne fosse andato, di non avere dalla regina neppure uno spillo.

Rimase, perché capiva che quella era la volontà di Dio, e ogni giorno tornava a offrirgli quella prigionia.

La sua giornata cominciava alle tre di notte, d'inverno come d'estate, pregando mentre si vestiva. Prima della meditazione recitava il Trisagio, una preghiera di lode alla Santissima Trinità. Prima di pranzo faceva la Via Crucis, la preghiera che ripercorre i passi di Gesù verso la croce, e la sera recitava il rosario intero. La tavola era un'altra battaglia. Non toccava carne, né pesce, né vino, anche se gli piacevano, e il proprio corpo lo chiamava un cattivo asinello, un asino cocciuto che non di rado l'aveva vinta su di lui.

Ciò che gli costava di più era l'ora delle udienze, dalle undici a mezzogiorno. L'anticamera si riempiva di gente che veniva a chiedergli un impiego statale o un favore di palazzo, e lui non li concedeva. Per quante ragioni desse loro, non si convincevano. Prima di uscire chiedeva la grazia di non arrabbiarsi. Mentre uno se ne andava ed entrava il successivo, alzava gli occhi verso un'immagine di Maria. Molti li congedava con qualche aiuto o con un libro, e così se ne andavano meno disperati.

In quegli anni José Xifré, uno dei cinque compagni della cella di Vic e ormai superiore della congregazione, gli ordinò di scrivere la storia della sua vita. La scrisse soltanto per obbedienza, sapendo che avrebbe dovuto raccontare cose che avrebbe preferito tacere. Così nacque la sua Autobiografia. Lì lasciò la preghiera che si era proposto di ripetere senza sosta, quella che oggi è conosciuta come la sua preghiera apostolica. Comincia così. «O mio Dio e Padre mio, fate che vi conosca e vi faccia conoscere, che vi ami e vi faccia amare».

In quelle stesse pagine custodì ciò che aveva vissuto poco prima, un'estate a La Granja, il palazzo dei re vicino a Segovia. Il 26 agosto 1861, alle sette di sera, pregava nella chiesa del Rosario. Lì ricevette una grazia che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita. Cristo presente nell'Eucaristia, nell'ostia consacrata che riceveva quando si comunicava, rimaneva nel suo petto da una comunione all'altra, giorno e notte. Con quella grazia gli giungeva un compito, pregare e opporsi ai mali che minacciavano la Spagna.

Davanti al Santissimo, cioè Gesù presente nell'Eucaristia, gli accadeva qualcosa che confessò con queste parole «Davanti al Santissimo Sacramento sento una fede così viva che non so spiegarlo». Quando arrivava l'ora di andarsene, doveva strapparsi via da lì.

Mesi dopo pensò di cancellare quella grazia da ciò che aveva scritto. Raccontò lui stesso che la Madonna gli disse di non cancellarla, e che durante la messa Gesù gliela confermò.

Fuori dal palazzo, quel rispetto aveva un altro volto, e nel 1864 cominciarono a uscire fogli stampati contro di lui.

Antonio, ritirati

A Madrid circolavano contro di lui giornali, opuscoli e fotografie truccate. Le sue caricature si vendevano dappertutto. Circolarono perfino libretti indecenti stampati con i titoli di due suoi libri, El Ramillete e La Llave de oro, perché la gente credesse che fossero opera sua. Dietro c'erano fazioni politiche che non erano riuscite a servirsi di lui per arrivare alla regina. Ora lo dipingevano come un uomo corrotto e avido di potere.

A volte la sua natura ne soffriva. Allora contemplava Cristo e vedeva quanto fosse lontano dal soffrire ciò che Cristo aveva sofferto per lui, e si calmava. Gli amici gli chiedevano di difendersi. Lui rispondeva che la miglior difesa era non farci caso e pregare per chi lo attaccava. Quell'anno scrisse Il conforto di un'anima calunniata.

Il 21 marzo 1865 si inginocchiò al suo confessionale l'uomo che disegnava quelle caricature. Si era convertito. I suoi disegni erano tanti, pessimi e calunniosi. Ora il caricaturista era dall'altra parte della grata, a chiedere perdono.

Ma quell'estate la prova arrivò da una persona a cui Claret voleva bene, la regina, che si confessava da lui. In Italia era nato un regno nuovo, il Regno d'Italia, che si era preso a poco a poco quasi tutte le terre governate dal Papa. La Spagna si preparava a riconoscerlo. Pio IX aveva già scritto alla regina che le avrebbe sempre sconsigliato quel passo. Claret l'aveva avvertita, e per due volte aveva minacciato di andarsene da Lei gli aveva promesso che, piuttosto che fare quel passo, avrebbe smesso di essere regina. Il 15 luglio il governo approvò il riconoscimento, e la regina pianse.

Due giorni dopo, a La Granja, Claret pregava davanti al Cristo del Perdono, un'immagine di Gesù venerata in quel luogo. Sentì una voce che attribuì a Gesù e che gli diceva «Antonio, ritirati». E partì per la Catalogna.

La regina gli scrisse una lettera per supplicarlo «faccia ancora questo sacrificio per la sua figlia di confessione». Lui chiese al nunzio, il rappresentante del Papa, di consultare Roma. Da lì gli risposero di fare ciò che Dio gli avrebbe ispirato.

Non sapendo che fare, Claret mise la decisione nelle mani dei missionari della sua congregazione. Il 23 agosto, a Vic, il superiore generale José Xifré si riunì con i quattro consultori, i padri che lo aiutavano a guidare la congregazione. I cinque affidarono la decisione a Dio e votarono. Tre votarono perché non tornasse a corte. Due, perché tornasse. Claret fissò la sua decisione con queste parole «Aderendo alla maggioranza dei voti, ho deciso di non andare». Rimase a Vic a predicare esercizi spirituali, giorni di ritiro e di preghiera.

A novembre andò a Roma. Pio IX lo ricevette due volte e gli chiese di restare accanto alla regina.

A dicembre tornò a Madrid, perché il nunzio glielo ordinò. L'uccello tornava in gabbia per obbedienza.

Con Lui morirà

La rivoluzione che Claret aveva quasi desiderato arrivò nel settembre del 1868 e detronizzò Isabella II. La porta della gabbia finalmente si aprì, ma dava sull'esilio. Il confessore passò la frontiera con la regina e rimase con la corte a Pau, ormai in Francia.

Lì gli giunse da La Selva del Camp la notizia che uno dei suoi missionari era stato ucciso, il primo della congregazione a morire martire. Il 7 ottobre scrisse a Xifré una lettera che cominciava con queste parole, «Rendiamo grazie a Dio». Per lui quella morte era come il primo frutto del raccolto, e così lo disse nella lettera, «il Signore e la sua Santissima Madre si sono già degnati di accettare le primizie dei martiri». Gli ricordava anche che le tempeste non durano per sempre.

Ma la tempesta continuò. Il 18 ottobre il governo soppresse la sua congregazione. Xifré, minacciato di morte, viveva nascosto, e Claret approvò che si fosse messo al riparo.

Poi seguì la corte a Parigi. Nella primavera del 1869 se ne separò e andò a Roma, dove lo accolsero alcuni frati mercedari. A un sacerdote amico confidava per lettera «Mi pare di aver già compiuto la mia missione».

Gli restava ancora qualcosa da dire. A dicembre si aprì il Concilio Vaticano I, la grande assemblea dei vescovi di tutto il mondo convocata dal Papa, e lui era tra loro.

Alla fine di maggio del 1870, ascoltando nell'aula cose che lo indignarono, sentì il sangue salirgli alla testa. Ebbe un principio di apoplessia, un piccolo attacco cerebrale. La saliva gli colava dal lato della cicatrice di Holguín e la lingua gli si inceppava. Il 31 maggio chiese comunque la parola. Si discuteva l'infallibilità del Papa, cioè che il Papa, quando definisce solennemente una verità di fede per tutta la Chiesa, non può sbagliare. Claret parlò a favore. Come prova di ciò che credeva offrì le sue sofferenze, soprattutto la ferita che a Cuba gli aveva aperto il volto, e si dichiarò pronto a versare per quella verità tutto il suo sangue.

Quell'estate il Concilio fu interrotto. Il 23 luglio arrivò malato a Prades, un paese del sud della Francia dove vivevano i suoi missionari esiliati. Lì lo avvisarono che volevano arrestarlo per portarlo a processo in Spagna. Dovette fuggire come un malfattore.

In un caldo pomeriggio d'agosto arrivò all'abbazia di Fontfroide, vicino a Narbona, un monastero di monaci cistercensi costruito in pietra tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo. Il priore lo accolse e lo ospitò nella foresteria.

Ogni giorno Claret scendeva molto presto a celebrare la messa, dopo essersi preparato a lungo, e poi faceva visita al Santissimo. A volte seguiva la messa dei monaci da una semplice sedia del coro, la parte della chiesa dove i monaci cantano.

All'inizio di ottobre un attacco gli paralizzò il lato destro, e non si alzò più. Ricevette gli ultimi sacramenti. Nelle mani di Xifré fece la sua professione, la promessa con cui si donava per sempre come un semplice Figlio del Cuore di Maria, la famiglia che lui stesso aveva fondato.

Accanto a lui c'era padre Jaime Clotet, uno dei cinque sacerdoti di quella cella di Vic. Il malato baciava spesso il crocifisso e gli chiedeva di suggerirgli delle giaculatorie, preghiere di una sola riga, per ripeterle insieme a lui. Il 23 ottobre, vedendolo baciare la croce, Clotet gli si rivolse con il titolo che spettava a un arcivescovo.

«Vostra Eccellenza vuole morire con Gesù Cristo, e con Lui morirà.»

Ormai molto grave, Claret gli rispose con voce chiara.

«Lo dica, lo dica, con Lui morirà.»

L'agonia fu lunga, ma serena. La mattina dopo i monaci pregavano in ginocchio nella stanza, e Clotet e un altro missionario erano accanto al letto. Alle otto e quarantacinque del 24 ottobre 1870 Antonio Maria Claret morì, a sessantadue anni.

Clotet non sapeva come raccontare a Xifré quella calma, e nella lettera gli scriveva «Ora vedo bene che la morte dei giusti non è morte, ma sonno». Conosceva Claret da più di vent'anni, e non lo aveva mai visto così bello come quella mattina.

Il missionario che aveva percorso a piedi tante strade restava ora nelle mani dei monaci, in terra straniera, lontano da Vic.

La cassa del falegname

Tre giorni più tardi, terminato il funerale, i monaci lo seppellirono nel loro piccolo cimitero, in una tomba scavata nella roccia. Sulla lapide fu incisa una frase antica attribuita a un papa, «Ho amato la giustizia e odiato l'iniquità, per questo muoio in esilio».

Lì riposò, lontano dalla sua terra, per più di un quarto di secolo. Nel 1897 i suoi resti tornarono a Vic.

Quello stesso anno, a Lerida, una ragazza di quindici anni si ammalò di vaiolo. Era in pericolo di morte e chiese a Claret di intercedere per lei presso Dio. La mattina seguente si svegliò guarita. Anni dopo, Roma esaminò quella guarigione e la riconobbe come miracolo, insieme a quella di una religiosa filippense che guarì all'istante da un'ulcera grave mentre pregava con le sue consorelle.

Con quei due miracoli, nel febbraio del 1934, Pio XI lo dichiarò beato, il passo con cui la Chiesa riconosce che una persona è accanto a Dio e ne permette la venerazione.

Ma nemmeno da morto lo lasciarono in pace. Il 20 luglio 1936, davanti al pericolo di un assalto alla casa dei clarettiani a Vic, padre Bertrans tagliò i sigilli dell'urna e, con altri due padri, ne estrasse il corpo. Un falegname della città aveva costruito una cassa su incarico di padre Bertrans. Con il corpo dentro, il falegname la portò fuori dal convento e la nascose in casa sua.

Così si salvò il corpo di un uomo che Roma dichiarò santo il 7 maggio 1950. Prima aveva riconosciuto come miracolo, tra le altre, la guarigione dal cancro di una religiosa a Santiago di Cuba, la stessa città di cui lui era stato arcivescovo. Ogni 24 ottobre, giorno della sua morte, la Chiesa intera chiede a Dio, nella sua memoria, la carità e la pazienza con cui lo fortificò nell'annunciare il Vangelo.

Oggi il suo corpo riposa a Vic, nella cripta del tempio costruito dalla sua famiglia religiosa, in un sepolcro dello scultore Domènec Fita. È la città in cui era arrivato fradicio una notte di pioggia, a ventun anni, e dove aveva fondato la sua congregazione in una cella. Il tessitore di Sallent che voleva soltanto predicare a piedi fu portato a Roma, a Cuba, a palazzo e in esilio. Alla fine, altre mani lo riportarono a casa.

Sant'Antonio Maria Claret, tessitore di Sallent e missionario a piedi, tu hai lasciato che Dio ti portasse dove non avresti voluto andare. A Holguín hai perdonato chi ti aveva ferito, come cristiano, come sacerdote e come arcivescovo. Ottienici un cuore che obbedisca senza paura e che sappia perdonare. Accompagna i malati, i calunniati e chi vive lontano da casa, come tu hai vissuto l'esilio. Che, come chiedevi ogni giorno, conosciamo Dio e lo facciamo conoscere, lo amiamo e lo facciamo amare. Prega per noi. Amen.

Domande frequenti

Chi fu Sant'Antonio Maria Claret?

Fu un sacerdote e missionario catalano nato a Sallent nel 1807, in precedenza operaio tessile a Barcellona. Fondò i clarettiani, fu arcivescovo di Santiago di Cuba e poi confessore della regina Isabella II.

Come e dove morì Sant'Antonio Maria Claret?

Morì il 24 ottobre 1870, a sessantadue anni, nell'abbazia cistercense di Fontfroide, vicino a Narbona, in Francia, dove era fuggito in esilio. Un attacco gli paralizzò il lato destro all'inizio di ottobre e la sua agonia fu serena.

Che cosa accadde ad Antonio Maria Claret a Holguín?

Il 1° febbraio 1856 un uomo gli aprì la guancia dall'orecchio al mento con un rasoio. Claret lo perdonò davanti al giudice «come cristiano, come sacerdote e come arcivescovo» e chiese che non fosse giustiziato.

Qual è la preghiera apostolica di Antonio Maria Claret?

È la preghiera che lasciò scritta nella sua Autobiografia e che si propose di ripetere senza sosta. Comincia così: «O Dio mio e Padre mio, fate che io vi conosca e vi faccia conoscere; che io vi ami e vi faccia amare».

Che fine ha fatto il corpo di Sant'Antonio Maria Claret?

Fu sepolto a Fontfroide e nel 1897 i suoi resti tornarono a Vic. Nel luglio 1936 fu portato via dalla casa clarettiana per il pericolo di un assalto e un falegname lo nascose. Oggi riposa nella cripta del tempio-sepolcro di Vic.

Fonti

Fuentes primarias (siglo XIX)

  • Antonio María Claret, Autobiografía (1861–1865) — reproducción de las Religiosas de María Inmaculada, Misioneras Claretianas misionerasclaretianasrmi.org
  • Pío IX, Carta a Isabel II sobre el reconocimiento de Italia (1865) — en la Autobiografía, nn. 841–844
  • Isabel II, Carta a Claret (1865) y Carta del nuncio con la respuesta del cardenal Antonelli (1865) — en la Autobiografía, nn. 840–851
  • Testimonios sobre su aspecto físico y pasaporte de 1839 — recogidos en Iter CMF itercmf.org

Fuentes hagiográficas y tradición

  • Catholic.net (fuente EWTN), Antonio María Claret, Santo es.catholic.net
  • Vicente Sanz Tobes cmf, Claret, un hombre (Iter CMF; material de Iris de Paz) itercmf.org
  • Hispania Martyr, San Antonio Mª Claret en Sallent y en Vic (2017) hispaniamartyr.org

Documentos y estudios eclesiásticos y académicos

  • Misioneros Claretianos – Curia General, Biografía de San Antonio María Claret (2018) claret.org
  • Centro de Espiritualidad Claretiana de Vic, Cronología (2021) cescvic.org
  • CESC Vic, Lugares claretianos – Fontfroide (2021) — https://www.cescvic.org/lugares-claretianos-fontfroide/ y cescvic.org
  • CESC Vic, Burial place of Fr. Claret in Santa Eugenia de Berga (2022) cescvic.org
  • Gobierno General CMF, Caritas Christi urget nos (2020) centroamericacmf.org
  • Claret Sanctus Paulus, Los últimos días de san Antonio María Claret (2025) claretpaulus.org
  • Curia General CMF, Commemorating Adversities that Opened Unexpected Horizons (2018) claret.org
  • Misioneros Claretianos, 14 de agosto y 24 de octubre (Claret contigo) (2018) — https://www.claret.org/14-august/ y claret.org
  • Misioneros Claretianos, Por el París del P. Claret (2026) claretianos.es
  • Misioneros Claretianos, February 25 – Beatification of our Father Founder (2018) claret.org
  • Misioneros Claretianos, May 22 – St. Joaquina Vedruna (2023) claret.org
  • Iter CMF, Canonización del P. Fundador itercmf.org
  • Pablo VI, Sancta amicitia (1964) — AAS 56 (1964) 800–801 vatican.va
  • Juan XXIII, Discurso a los peregrinos de la canonización de Joaquina de Vedruna (1959) vatican.va
  • Missale Romanum y Liturgia Horarum, memoria del 24 de octubre — reproducción en liturgies.net
  • Jeanne Moisand, El padre Claret y el escándalo de los matrimonios interraciales, en Gobernar colonias, administrar almas (2018) — Casa de Velázquez books.openedition.org
  • Juan Ramón Royo García, San Antonio María Claret y los claretianos en Aragón (2024) iglesiaenaragon.com
  • Dominicos, Francisco Coll y Guitart, OP ser.dominicos.org
  • Capuchinos de Pamplona, Relieves en bronce. Vida de Esteban de Adoáin iglesiasanantonio.capuchinospamplona.org

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