Arriva l'ora della preghiera nel monastero dell'Incarnazione, ad Avila, e una monaca, Teresa, guarda l'orologio sperando che finisca presto. Per anni vivrà divisa tra Dio e il mondo. Quella stessa monaca oggi è santa Teresa di Gesù, Teresa d'Avila, la prima donna Dottore della Chiesa. Fu lei a dire che pregare è un rapporto d'amicizia con chi sappiamo che ci ama. E proprio lei impiegò anni a fidarsi di quell'amico. La seppellirono senza imbalsamarla. Più di quattro secoli dopo, riaprirono il suo sepolcro per vedere che cosa restasse di lei. E ciò che trovarono non era quello che ci si aspetta da un corpo così antico.
Di buon mattino
In quella casa arriva con le proprie gambe. Ad Avila, all'alba di un giorno di novembre del 1535, a vent'anni, esce dalla casa di suo padre senza il suo permesso. Lui si è opposto con fermezza a che si faccia monaca. Lei cammina fino al monastero carmelitano dell'Incarnazione, fuori dalle mura, e lì la accoglie la priora.
La casa che sceglie è grande, conta quasi duecento persone. Le sue monache escono in città quando serve e ricevono visite nel parlatorio, la sala con la grata dove si parla con chi viene da fuori. L'anno dopo, lo stesso padre che si era opposto firma la dote, ciò che la famiglia porta al monastero, e sua figlia veste l'abito.
Non era la prima volta che usciva di casa per Dio. Aveva sei o sette anni e leggeva vite di santi con Rodrigo, il suo fratello prediletto. Vedendo quanto soffrivano le martiri, le sembrava che si guadagnassero il cielo a poco prezzo. Così i due fratelli si misero d'accordo per andare a morire martiri in terra di mori, chiedendo l'elemosina lungo la strada, perché laggiù tagliassero loro la testa. Partirono, e dovettero tornare a casa.
Fallito il martirio, si fecero eremiti nell'orto. Tiravano su piccoli eremi di sassolini, che crollavano subito. La bambina cercava angoli appartati per pregare, soprattutto il Rosario, e faceva l'elemosina come poteva, e poteva poco. In quelle letture scoprì che tutto finisce e che solo Dio resta. Lei e Rodrigo se lo ripetevano di continuo, «per sempre, sempre, sempre».
Rodrigo, il fratello di quella fuga verso la terra dei mori, finirà per andare molto più lontano. Nello stesso anno in cui Teresa entra all'Incarnazione, si imbarca a Siviglia per le Indie, e là, sul Río de la Plata, muore probabilmente due anni dopo. I due bambini che sognavano di dare la vita per Dio non si rivedranno più.
La casa che lascia in quell'alba aveva già perso la madre. Donna Beatriz de Ahumada morì quando la figlia aveva tredici anni. La ragazza andò allora al romitorio di San Lázaro, si mise davanti a un'immagine di Nostra Signora della Carità e le chiese ciò che non aveva più. Molti anni dopo lo raccontò così. «La supplicai che fosse mia madre».
Per questo, quell'alba di novembre, non attraversa Avila del tutto sola.
Colei che aspettavano morta
Poco dopo aver pronunciato i voti, nel 1537, Teresa si ammala gravemente e deve lasciare l'Incarnazione per curarsi. Passa l'inverno a Hortigosa, in casa di suo zio Pedro. Lì legge un libro sulla preghiera, il Terzo abecedario spirituale di fra Francisco de Osuna. Con quel libro impara il raccoglimento, un modo di pregare in cui si raccolgono i sensi verso l'interno per stare a tu per tu con Dio. La preghiera le arriva così, all'inizio, sotto forma di libro.
Ma il rimedio non arriva. A Becedas passa mesi sottoposta a cure che non la guariscono, e torna ad Avila più malata di quando era partita.
Nell'agosto del 1539, in casa di suo padre, perde i sensi e resta così per quasi quattro giorni. La danno per morta. Quando torna in sé, ha la lingua tutta lacerata a forza di morderla. Non riesce a mandar giù nemmeno l'acqua. Ha il corpo rattrappito, raccolto come un gomitolo, e muove soltanto un dito della mano destra. Per spostarla, due donne la sollevano in un lenzuolo, ciascuna da un capo.
Resta così fino a Pasqua. Allora chiede di essere riportata al suo monastero. Le monache la riaccolgono, e lei riassume tutto con una frase asciutta. «Quella che aspettavano morta, la ricevettero viva nell'anima, ma con il corpo peggio che morto».
Passa più di otto mesi senza potersi muovere, e quasi tre anni prima di tornare a camminare. Il primo passo non è un passo. Quando finalmente comincia ad andare carponi, loda Dio. Le monache si stupiscono della sua pazienza, e lei la considera un dono del Signore.
I medici della terra non le danno più speranza, così decide di rivolgersi a quelli del cielo. Non vuole devozioni superstiziose. Prende come protettore san Giuseppe, lo sposo della Vergine. Ed è sicura di chi l'abbia rimessa in piedi. Fu san Giuseppe.
Da allora non ricorda di avergli chiesto nulla che lui non le abbia concesso. E a chi non ha nessuno che gli insegni a pregare, lascia un consiglio. «Chi non trovasse un maestro che gli insegni l'orazione, prenda questo glorioso Santo per maestro e non sbaglierà strada».
Di nuovo in piedi, torna alla vita della casa, alle visite e al parlatorio.
L'orologio
Le ore alla grata le passano senza che se ne accorga. Teresa sa conversare, la stimano, e le visite tornano.
Quelle conversazioni la allontanano a poco a poco da Dio. Un giorno, quando ha appena conosciuto una persona, le compare davanti Cristo, molto severo, e le fa capire quanto gli dispiacesse tutto questo. Non lo vede con gli occhi del volto, ma con quelli dell'anima, e più chiaramente che se lo vedesse con quelli del corpo. Ne resta sgomenta. Ma con i giorni si convince di averlo immaginato, e torna alla stessa conversazione.
Un'altra volta, con quella stessa persona e in piena luce, lei e altri presenti vedono venire verso di loro qualcosa di simile a un grosso rospo, molto più veloce di come si muovono i rospi. Non lo dimenticò mai. Lo intese come un altro avvertimento, eppure non lasciò quelle visite.
Per circa un anno e mezzo arriva a lasciare la preghiera. Si vede così cattiva da non sentirsi degna di stare alla presenza di Dio. Lei la chiama falsa umiltà, e dice che fu la più grande tentazione che ebbe. Anni prima aveva insegnato a pregare a suo padre, e lui ha fatto tanta strada che va all'Incarnazione a parlarle di Dio. E a lui Teresa porta come scusa le sue malattie, per non pregare.
Alla fine di dicembre del 1543 suo padre si ammala, e Teresa lo assiste. Non gli lascia vedere alcun dolore, anche se dentro le si spezza l'anima. Lui soffre molto per il mal di schiena. Lei gli suggerisce di pensare al Signore quando portava la croce sulle spalle, e lui non si lamenta più.
Riceve l'unzione degli infermi e chiede ai suoi di raccomandarlo a Dio e di ricordare che tutto finisce. Passa tre giorni quasi privo di conoscenza. Il giorno della sua morte torna in sé e recita il Credo, la preghiera in cui il cristiano professa la sua fede. Muore a metà del Credo, mentre lo recita lui stesso.
L'uomo che non voleva vederla monaca se ne va pregando, come gli aveva insegnato sua figlia, e in pace, come un angelo.
In quel lutto la prende sotto la sua guida il confessore di suo padre, un frate domenicano. Le fa ricevere la comunione ogni quindici giorni e le chiede di non lasciare la preghiera. E allora lei torna alla preghiera, e non la lascia mai più, anche se non si stacca ancora da quelle conversazioni del parlatorio che la stavano allontanando da Dio.
Non le è facile. Ci sono giorni in cui l'unica cosa che aspetta è la fine dell'ora, con gli occhi sull'orologio. Ma non si alza. Resta aggrappata alla preghiera, come a una colonna salda.
E in quella lotta scopre che cosa significa pregare. Per lei è un rapporto di amicizia, uno stare a tu per tu con qualcuno da cui sa di essere amata. A Cristo lo dice con la semplicità di chi parla con un amico. «Oh, che buon amico siete, Signore mio!».
Sono quasi vent'anni che vive così, con il cuore diviso tra Dio e il mondo, quando un giorno entra nell'oratorio della casa e si trova davanti un'immagine che prima non c'era.
Il Cristo coperto di piaghe
L'immagine l'avevano procurata per una festa della casa, e ora la portano nell'oratorio per custodirla lì. È Quaresima, e Teresa resta immobile davanti a lei. È un Cristo coperto di piaghe, così toccante che, a guardarlo, Teresa trema tutta, perché vi vede ciò che ha patito per noi.
Ha trentanove anni e arriva a quel momento stanca di sé stessa. Vorrebbe trovare riposo, ma le sue cattive abitudini non glielo permettono. Da anni si propone di cambiare con le sue sole forze. E ogni volta torna al punto di prima.
Ora guarda quelle ferite e sente quanto poco ne è stata grata. E allora sente che le si spezza il cuore.
Si getta accanto a Lui, piangendo a dirotto, e lo supplica di darle forza una volta per tutte, perché non lo offenda più.
Altre volte ha pianto e ha promesso. Ora non si fida più di sé stessa e mette tutta la sua fiducia in Dio.
E da terra gli parla.
Gli dice che non si alzerà da lì finché Lui non avrà fatto ciò che gli chiede.
E resta lì, a terra. Da quel giorno comincia a migliorare molto. Dio la tira fuori da quella che lei chiama una morte così mortale.
In quegli stessi giorni le danno le Confessioni di Sant'Agostino, come se il Signore lo avesse disposto. È il libro in cui quel santo dei primi secoli racconta come tornò a Dio. In un giardino, Agostino aveva sentito una voce che lo chiamava a cambiare vita.
Quando Teresa arriva a quella pagina, la voce non parla più soltanto ad Agostino. Sente che è il Signore a dirle quelle parole. E resta a lungo sciolta in lacrime.
Poco dopo, nella preghiera, la sorprende qualcosa che non aveva mai vissuto, una presenza di Dio così chiara da non poter dubitare che Egli sia dentro di lei.
Ma questa vicinanza non rassicura tutti. Alcuni suoi amici e alcuni suoi confessori temono che sia il demonio a ingannarla. Nella Spagna di allora si diffidava delle donne che dicevano di ricevere grazie da Dio.
Io ti darò un libro vivo
Così la ascoltano diversi uomini di Dio. Nell'inverno del 1557 passa per Avila Francesco Borgia, un nobile valenciano che ha lasciato tutto per farsi gesuita. Teresa gli racconta la sua preghiera senza tacergli nulla. E da quell'incontro esce con la risposta di lui. Ciò che vive nella preghiera viene da Dio.
Poi le tolgono ciò che più l'aveva accompagnata. Fin da bambina, quando leggeva vite di santi con Rodrigo, i libri sono stati la sua strada verso Dio. Nell'agosto del 1559 l'inquisitore generale, Fernando de Valdés, pubblica l'Indice, l'elenco dei libri proibiti. Con esso spariscono molti dei libri spirituali in castigliano che lei leggeva. Ne soffre molto.
E in quella perdita il Signore le dice «Io ti darò un libro vivo».
Pochi giorni dopo, racconta lei, cominciano le sue visioni. Un giorno di San Pietro del 1560 vede Cristo, ed è Lui stesso quel libro vivo.
Quello stesso anno, in casa della sua amica donna Guiomar de Ulloa, una vedova della città, conosce un francescano anziano e magrissimo. È fra Pietro d'Alcantara, riformatore dei francescani. Teresa gli apre l'anima, e lui le dà luce su tutto.
E in quei mesi, all'Incarnazione, le accade alcune volte la grazia del dardo, una delle scene della sua vita che gli artisti hanno rappresentato di più. Alla sua sinistra vede un angelo. Non è grande ma piccolo, bellissimo, con il volto acceso, e le sembra uno di quelli che chiamano cherubini.
Nelle mani l'angelo tiene un lungo dardo d'oro, con un po' di fuoco sulla punta. Le sembra che alcune volte glielo affondi nel cuore, e che le arrivi fino alle viscere.
Quando lo ritira, la lascia tutta ardente di un grande amore di Dio. Il dolore la fa gemere. E la dolcezza è così grande che non vorrebbe mai esserne liberata.
Non è un dolore del corpo ma dell'anima, anche se il corpo vi partecipa, e molto.
Una stella
Un giorno, mentre è in preghiera, all'improvviso si ritrova dentro l'inferno, nel luogo che i demòni le avevano preparato. Davanti a sé ha un ingresso simile a un vicolo lunghissimo e stretto, come un forno molto basso e buio. Il suolo è di fango. In fondo c'è una cavità nel muro, e lì si vede rinchiusa.
Sente nell'anima un fuoco e una disperazione, una totale mancanza di speranza, che pesa più di tutti i dolori sofferti nel corpo, perfino di quelli dei quattro giorni in cui l'avevano data per morta.
Lì non c'è luce, tutto è oscurità.
Ne esce cambiata. Perde la paura delle sofferenze di questa vita. Le resta un dolore immenso per le anime che si perdono, e soprattutto per i luterani. Sono i cristiani che nel suo secolo si sono separati da Roma seguendo Lutero. Per lei restano membra della Chiesa in virtù del battesimo, e ciò che prova per loro è dolore. Da quella pena le nasce il desiderio di vivere la Regola del Carmelo, la norma di vita del suo Ordine, con tutta la perfezione possibile. All'Incarnazione quella Regola si vive in forma attenuata, con uscite in città e visite in parlatorio.
Una notte di settembre, Teresa e alcune parenti parlano nella sua cella dei Padri del deserto, i primi monaci che lasciarono tutto per pregare in solitudine. Una giovane parente, María de Ocampo, propone di fondare un piccolo monastero e offre la sua eredità. Donna Guiomar de Ulloa, la vedova amica, si unisce a loro. Teresa esita. Nella sua cella è contenta.
Ma un giorno, dopo aver fatto la comunione, Cristo le comanda di lottare per quella casa con tutte le sue forze. Le viene promesso che la casa si farà e si chiamerà San Giuseppe, che il santo ne custodirà una porta e la Vergine l'altra, e che Cristo camminerà con loro. Sarà una stella che darà molta luce.
Nell'udirlo, Teresa si angoscia, perché vede tutto ciò che dovrà soffrire per realizzarla, e la pace della sua cella che dovrà lasciare.
L'angoscia non passa. Nella festa dell'Assunzione del 1561 prega in una chiesa dei domenicani di Avila, la stessa in cui aveva confessato tanti peccati, e se ne ricorda. All'improvviso si vede rivestire di una veste bianchissima e luminosa. La Madonna è alla sua destra e san Giuseppe alla sua sinistra, e sono loro a fargliela indossare. Capisce di essere ormai purificata dai suoi peccati.
La Madonna le prende le mani. Le dice che è molto contenta che Teresa serva san Giuseppe, e le assicura che il monastero si farà.
La casa ha già un nome e due custodi. Ciò che ancora non ha è il denaro.
Tempi duri
Appena Avila lo viene a sapere, cominciano le chiacchiere, le risate, chi dice che è una follia, e l'opposizione arriva da ogni parte. La pressione colpisce tutti quelli che la aiutano. A donna Guiomar, la vedova amica, i suoi confessori negano l'assoluzione finché non abbandona il progetto. Il provinciale, il superiore dei carmelitani della regione, aveva dato il suo permesso, e ora lo ritira. Dice che la casa non avrà di che vivere, e che l'opposizione è troppa. Perfino il confessore di Teresa le ordina di non parlarne più. E all'Incarnazione, il suo stesso convento, la guardano così male che alcune monache chiedono di rinchiuderla per punizione.
Teresa e donna Guiomar si rivolgono allora a fra Pedro Ibáñez, un domenicano, l'uomo più dotto della città. Lui chiede otto giorni per studiare il progetto, convinto che toglierà loro quell'idea. Trascorsi quei giorni, si convince che l'opera è davvero per Dio. E dice loro di sbrigarsi a portarla a termine.
Ma ad Avila si dice già che quella casa nasce da alcune visioni, e che Teresa afferma di averne ricevuto l'ordine da Cristo. E nella Spagna di allora questo era pericoloso. Alcuni amici la avvertono, con molta paura, che potrebbero denunciarla all'Inquisizione, il tribunale che giudicava chi si allontanava dalla fede.
«A me la cosa parve divertente e mi fece ridere», dice Teresa. Sa molto bene che cosa porta dentro di sé. Per la più piccola cerimonia della Chiesa, o per qualunque verità della Scrittura, sarebbe pronta a morire mille volte. Così risponde loro che, se ce ne fosse motivo, andrebbe lei stessa a cercare l'Inquisizione. Poi racconta a Ibáñez, con tutta chiarezza, le sue visioni e il suo modo di pregare, perché veda se c'è qualcosa contro la Scrittura.
Intanto la sorella di Teresa compra in segreto una piccola casa, come se fosse per sé. Soldi non ce ne sono. «Signore mio, come potete chiedermi cose che sembrano impossibili?», dice Teresa a Cristo. Un giorno non ha di che pagare gli operai, quelli che stanno sistemando la casa. Allora le appare san Giuseppe, che lei chiama suo vero padre e signore, e le fa capire che il denaro non le mancherà. E lei li ingaggia senza avere una sola moneta.
La casa le sembra troppo piccola, e pensa di comprarne un'altra. Ma dopo la comunione sente Cristo dirle «Ti ho già detto di entrare come puoi». E la stessa voce aggiunge «Quante volte ho dormito all'addiaccio per non avere dove ripararmi!». Teresa torna alla casetta, la sistema con quello che c'è e vi trova un monastero completo.
Nell'estate del 1562 si ammala il marito di sua sorella, quella che aveva comprato la casetta. Teresa ottiene il permesso di uscire dall'Incarnazione per assisterlo, e così, senza destare sospetti, può occuparsi della casa. La fondazione avviene in gran segreto. Il 24 agosto, quattro giovani ricevono l'abito nella casetta. È San Giuseppe, la casa che Cristo le aveva promesso, con san Giuseppe e la Vergine a custodirne le porte. Un Carmelo povero e di clausura, dove le monache vivono senza uscire. E questa volta, a differenza degli eremi di sassolini della sua infanzia, le pareti non crollano.
Subito dopo Teresa deve tornare all'Incarnazione a rendere conto al provinciale. Lui aveva ritirato il suo permesso, e la casa è nata con quello del vescovo di Avila, don Álvaro de Mendoza. E l'intera città insorge contro la nuova casa. Il Consiglio cittadino, il governo di Avila, riunisce i notabili per chiuderla, e lì la difendono fra Pedro Ibáñez, il dotto domenicano, e altri sacerdoti. La casa resiste. La città continuerà a farle causa in tribunale per più di un anno, ma le monache non escono.
E nella rozza casetta, quattro novizie cominciano a vivere ciò che lei aveva sognato.
La casa rozza
Alla fine del 1562 Teresa torna a San Giuseppe, e questa volta per restarci. La casa è povera e grezza, con alcuni piccoli eremi nell'orto. Ora indossa il saio bruno, una lana ruvida, come le sue novizie. Lì vivrà i cinque anni che chiama i più tranquilli della sua vita.
Anche in quegli anni sereni il demonio non la lascia in pace. Un giorno vede accanto a sé una figurina scura e orribile, che ringhia come disperata. Teresa ride e chiede dell'acqua santa. Gettarsela addosso non serve a nulla, ma appena la getta verso il punto in cui si trova lui, se ne va all'istante.
Una delle sue monache dichiarò anni dopo, quando la Chiesa esaminava la sua santità, che Teresa non voleva mai mettersi in cammino senza acqua santa. La portavano in piccole zucche appese alla cintura.
In quegli anni un sacerdote le confida che da due anni e mezzo vive in un peccato grave che non osa confessare. Teresa promette di pregare per lui e di far pregare altri, e gli scrive tramite una terza persona. Alla prima lettera, lui si confessa.
Ma la tentazione non lo lascia, e lui le racconta che lo tormenta come un inferno. Allora Teresa chiede a Dio che quella tentazione ricada su di lei, e passa un mese di tormenti terribili finché lui non ne è libero. Quando la tentazione torna a stringerlo, rilegge le lettere di Teresa. Lei attribuisce quel cambiamento alla preghiera delle sue sorelle di San Giuseppe.
Per quelle poche sorelle scrive allora Cammino di perfezione, un libro che insegna loro a pregare. Vi parla della Chiesa divisa in due dai luterani, e del dolore che prova per lei. Ne è molto angosciata, e lo scrive così. «Come se io potessi qualcosa o fossi qualcosa, piangevo con il Signore e lo supplicavo di porre rimedio a tanto male».
E nel 1567 bussa alla porta di San Giuseppe il superiore di tutto l'Ordine.
Un frate che voleva farsi certosino
Il visitatore è il priore generale dei carmelitani, l'italiano Giovanni Battista Rossi. Visita la piccola casa, parla con la fondatrice e, prima di riprendere il viaggio, la autorizza a fondare altre case come quella. Qualche mese dopo le concede il permesso anche per due case di frati.
La prima nuova casa apre in agosto a Medina del Campo, una città di mercanti e di fiere. Lì Teresa cerca frati disposti a vivere, come le sue monache, la Regola senza attenuazioni. Il primo a offrirsi è il priore del convento carmelitano, fra Antonio de Heredia. Ma non basta.
Un giorno arriva a Medina un giovane frate carmelitano di venticinque anni. Si chiama fra Giovanni di San Mattia, studia a Salamanca ed è venuto a celebrare la sua prima messa. Teresa parla con lui. Ne resta molto contenta, e viene a sapere che sta per lasciare l'Ordine per farsi certosino. I certosini sono monaci che vivono nel silenzio, ciascuno da solo nella propria cella.
Parlano per settimane. Lei gli propone un'altra solitudine, quella di una vita povera dentro il suo stesso Ordine. Lui promette di unirsi a loro, a una condizione, che non si tardi troppo. Sarà san Giovanni della Croce.
E non si tarda. Nel novembre del 1568, a Duruelo, una casa di contadini sperduta nella campagna, fra Giovanni inaugura la prima casa di frati scalzi. Così si chiamano quelli della riforma, che vivono la Regola senza attenuazioni. Teresa non è lì, perché continua a percorrere le strade fondando nuovi Carmeli uno dopo l'altro, e alla fine della sua vita saranno diciassette.
Pochi anni dopo le ordinano di tornare all'Incarnazione, la casa da cui era uscita, ma ora come priora. E lì le strade dei due si incrociano di nuovo. Come confessore di quelle monache porta con sé fra Giovanni, uno degli scalzi, che lei considera un uomo molto santo.
Un giorno di novembre del 1572, Teresa riceve la comunione dalle mani di fra Giovanni, e con essa la grazia che chiama matrimonio spirituale, l'unione più profonda con Cristo. Anni dopo scriverà che quell'unione avviene nella parte più nascosta dell'anima.
Il libro davanti agli inquisitori
Nel frattempo, una delle sue fondazioni ha preso una brutta piega, quella di Pastrana. Anni prima, donna Ana de Mendoza, la principessa di Eboli, una gran dama della corte, aveva chiamato Teresa nella sua cittadina perché vi fondasse un Carmelo. Rimasta vedova, la principessa stessa entra come monaca in quella casa. La sua presenza e le sue intromissioni rendono impossibile la vita delle monache, e nel 1574 lasciano Pastrana.
Anche la principessa lascia il convento. E in quei mesi denuncia all'Inquisizione un libro di Teresa, il Libro della Vita, il racconto che aveva scritto per i suoi confessori, con le sue visioni e le grazie che riceveva da Dio. L'aveva terminato nel 1565, a San Giuseppe. Nel 1559 a Teresa avevano tolto i suoi libri, e ora è uno dei suoi che l'Inquisizione sta per leggere.
L'anno seguente il vescovo di Avila, don Álvaro de Mendoza, lo stesso che aveva protetto San Giuseppe, consegna all'Inquisizione di Valladolid il manoscritto originale, scritto di pugno da Teresa. Da lì passa al tribunale di Madrid, dove lo esamina il domenicano Domingo Báñez. Nell'estate del 1575 firma il suo parere, ed è favorevole. Vi scrive che quella donna, anche se in qualcosa si inganna, almeno non è un'ingannatrice.
Eppure il libro resta trattenuto per anni.
Sarà pubblicato solo dopo la sua morte.
Nel 1575, mentre il manoscritto aspetta a Madrid, Teresa arriva a Siviglia per fondare. Arriva malata, con poche monache, e tutte insieme hanno soltanto una blanca, la moneta più piccola di Castiglia, e nient'altro che gli abiti che indossano.
La nuova denuncia nasce dal suo stesso convento. Alla fine di quell'anno, una novizia uscita da quel Carmelo denuncia all'Inquisizione Teresa e le sue monache. Nel 1576 gli inquisitori di Siviglia interrogano lei e altre religiose. Teresa risponde con la stessa chiarezza con cui ad Avila aveva raccontato tutto a Ibáñez. Per un consultore del tribunale scrive un racconto della sua vita interiore.
Prima che lasci Siviglia, il padre Girolamo Graziano, un giovane frate scalzo che ora è il suo superiore e al quale lei ha promesso obbedienza, le impone una mortificazione, un esercizio di umiltà. Fu lui stesso a raccontare che era stata una di quelle che le erano costate di più. Le ordina di farsi ritrarre e di obbedire al pittore, e se ne va.
Il pittore è fra Giovanni della Miseria, un frate napoletano non molto abile con il pennello. La rimprovera se ride o se muove il viso. Le prende il volto tra le mani per girarlo verso la luce. Nasce così l'unico ritratto che le fu fatto in vita. Sopra il capo di Teresa dipinge una colomba, e accanto a lei un cartiglio con un versetto dei salmi.
«Misericordias Domini in aeternum cantabo». Sono parole di un salmo, e vogliono dire che canterà per sempre le misericordie del Signore. Da un lato scrive la sua età, sessantun anni.
Si racconta che, vedendo la tela finita, abbia detto al frate che l'aveva dipinta brutta e cisposa.
Con quel volto di sessantun anni lascia Siviglia diretta in Castiglia, ma non per fondare. Il suo stesso Ordine le ha ordinato di ritirarsi in un convento.
Un castello nella tempesta
E chi lo ordina, alla fine, è il priore generale Rossi. Qualche anno prima aveva scritto che lei faceva più bene all'Ordine di tutti i frati carmelitani di Spagna. Il generale si sente disobbedito. In Andalusia sono state aperte case di frati scalzi senza il suo permesso, con quello di un visitatore, l'inviato che ispezionava l'Ordine.
Nel 1575 si riunisce a Piacenza, in Italia, il capitolo generale, la grande assemblea dei superiori carmelitani, e si schiera contro gli scalzi. Da quell'assemblea esce l'ordine di trattenere Teresa. Le arriva perfino la voce, falsa, che l'abbiano scomunicata, cioè esclusa dalla comunione della Chiesa.
Con il suo stesso Ordine contro, Graziano e un confessore le ordinano di scrivere. Nel giugno del 1577, a Toledo, comincia il Castello interiore, che si chiama anche Le Mansioni. Lì l'anima è un castello con sette mansioni, sette stanze una dentro l'altra. È anche un baco da seta che si chiude nel suo bozzolo e ne esce farfalla. E alla fine c'è l'unione dei due sposi, l'anima e Cristo.
Lo termina a novembre, di nuovo a San Giuseppe di Avila. Per il suo insegnamento, nel 1970 papa Paolo VI la proclamerà Dottore della Chiesa, la prima donna a ricevere questo titolo.
Pochi giorni dopo, una notte di dicembre, i frati del ramo antico dell'Ordine, contrari agli scalzi, arrestano fra Giovanni della Croce, il frate che lei aveva convinto a Medina, e lo rinchiudono nella prigione del loro convento di Toledo. Il giorno dopo, da Avila, Teresa scrive al re Filippo II per difenderlo.
E come se non bastasse, la vigilia di Natale cade nella sua casa di San Giuseppe e si lussa il braccio sinistro. Con il braccio in quello stato e l'amico in prigione passa tutto l'inverno. A maggio una guaritrice glielo rimette a posto, con un dolore terribile.
Nel 1578 arriva in Spagna un nuovo rappresentante del papa, il nunzio Filippo Sega. Toglie a Graziano i suoi poteri e mette gli scalzi, frati e monache, sotto i superiori del ramo antico dell'Ordine, quello che si opponeva alla riforma. Si racconta che abbia chiamato Teresa femmina inquieta, girovaga, disobbediente e contumace, una donna che non sta mai ferma e non obbedisce.
Quell'anno le arrivano due notizie. Fra Giovanni è riuscito a fuggire dalla prigione di Toledo. E a Roma è morto il generale Rossi. Teresa lo piange, anche se era stato proprio lui a ordinare di trattenerla.
Alla fine, a schierarsi dalla parte degli scalzi sono i consiglieri dello stesso nunzio, e nel 1580 papa Gregorio XIII, con un breve, una lettera del papa con forza di legge, concede loro una provincia propria, il diritto di governarsi da sé.
Con quella provincia in mano e il braccio ancora dolorante, Teresa si rimette in cammino ancora una volta, verso nord.
È giunta l'ora
Il suo ultimo cammino verso nord comincia con un congedo. Alla fine del 1581, ad Avila, incontra fra Giovanni della Croce. È l'ultima volta. Si conoscevano da Medina, quattordici anni prima, quando lui pensava ancora di ritirarsi in una certosa.
In pieno inverno arriva a Burgos con la salute ormai logorata. L'arcivescovo le crea difficoltà per mesi, e solo nell'aprile del 1582 Teresa apre lì il suo ultimo Carmelo. A maggio si congeda da lei Graziano, che l'ha accompagnata nel viaggio. Quello stesso mese l'Arlanzón, il fiume della città, si ingrossa e l'acqua inonda la casa.
In estate si mette sulla via del ritorno. Vuole arrivare ad Avila per vedere sua nipote pronunciare i voti. Ma fra Antonio de Heredia, quello che a Medina si era offerto per primo per la riforma, le ordina di cambiare strada e di andare ad Alba de Tormes. Lei obbedisce e arriva molto malata. Pochi giorni dopo si mette a letto per non alzarsi più.
Tra le pagine del suo breviario, il libro delle preghiere di ogni giorno, porta con sé una breve poesia, «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi, tutto passa, Dio non cambia, la pazienza ottiene tutto, chi ha Dio nulla gli manca. Solo Dio basta».
La donna che all'Incarnazione sentiva l'orologio e desiderava che finisse l'ora della preghiera ormai non conta più i minuti. Adesso aspetta un'altra ora.
Il 3 ottobre le portano in cella il viatico, l'ultima comunione di chi sta per morire. Accanto al suo letto ci sono Anna di San Bartolomeo, la sorella che la assiste come infermiera, e il sacerdote che le amministra gli ultimi sacramenti. Nel ricevere Cristo, Teresa esclama «È giunta l'ora, Sposo mio, che ci vediamo».
Nelle sue ultime ore attraversa l'agonia in pace. Chi la veglia la sente ripetere i salmi, rendendo grazie a Dio e attendendo da Cristo la salvezza. Dice che muore figlia della Chiesa e chiede perdono per i suoi peccati. Fra Antonio la prega di non morire così presto, e lei gli risponde che ormai non c'è più bisogno di lei. «Ormai, padre, io non servo più».
Muore verso le nove di sera del 4 ottobre 1582.
Quella stessa notte entra in vigore il nuovo calendario di papa Gregorio XIII, che riallinea le date al corso del sole, e al giovedì 4 ottobre segue il venerdì 15. In una sola notte si saltano dieci giorni. Quel venerdì 15 la seppelliscono ad Alba, ed è in quella data che la Chiesa intera celebra ogni anno la sua memoria.
La lasciano nella casa dove è morta.
Eppure lei camminava
Le monache di Alba vegliano la sua tomba. In quel Carmelo si è custodito il ricordo che il suo corpo, sepolto senza essere imbalsamato, rimase per decenni come il primo giorno.
Avila e Alba arrivarono a contenderselo. Nel 1585 lo portarono a San Giuseppe di Avila, e l'anno seguente tornò ad Alba. Accanto al suo sepolcro di Alba si cominciò a parlare di grazie ottenute per sua intercessione. Quella fama contribuì ad aprire a Salamanca l'esame della sua vita, e nel 1622 papa Gregorio XV la proclamò santa.
Quel corpo riposa oggi dietro una grata, in un'urna d'argento donata dai re di Spagna nel Settecento. Per arrivare fino a lui servono dieci chiavi.
Nell'estate del 2024 vengono usate tutte. Prima, le carmelitane della casa, un tribunale della Chiesa e pochi religiosi trasferiscono i reliquiari del suo cuore e del suo braccio, custoditi anch'essi ad Alba. Lo fanno cantando il Te Deum, l'antico inno di ringraziamento. Con loro c'è padre Marco Chiesa, il frate incaricato delle cause di santità dei carmelitani scalzi. Tolgono la lastra di marmo. Tre chiavi aprono la grata, tre il sepolcro e quattro l'urna.
Pregano davanti al corpo. Dopo più di quattro secoli sottoterra, quel corpo oggi dovrebbe essere soltanto ossa. Quello di Teresa è com'era nel 1914, l'ultima volta che l'urna era stata aperta. La pelle è secca e non conserva colore, eppure gli esperti distinguono quasi chiaramente il volto di Teresa. È questo il corpo che tanti fedeli chiamano incorrotto.
Resta il piede. Il suo corpo non si trova tutto intero ad Alba. Come si faceva con i santi, alcune parti furono distribuite come reliquie, e a Roma si conserva un piede. Anche quel piede è stato studiato, e padre Chiesa racconta ciò che vi hanno trovato, delle escrescenze dell'osso, spine calcaree che rendono quasi impossibile camminare. E aggiunge «Eppure lei camminava».
Da bambina partì da Avila verso la terra di mori, e dovette tornare indietro. Dopo la malattia riprese a camminare cominciando a gattoni. Percorse la Castiglia, la Mancia e l'Andalusia su carri e muli. E la monaca che passò quasi vent'anni a guardare l'orologio durante la preghiera finì per camminare con quell'amico fino all'ultimo giorno, su piedi che a stento potevano reggerla.
E se l'ora che a noi sembra lunga fosse anche l'ora di un amico che aspetta?
Santa Teresa di Gesù, tu che nella preghiera sentivi l'orologio e non l'hai abbandonata, insegnaci a stare a tu per tu con chi sappiamo che ci ama. Tu che sei tornata a camminare cominciando a gattoni, accompagna i malati che oggi non possono alzarsi. Tu che hai chiesto alla Vergine di essere tua madre, consola chi piange i propri cari. Ottienici la tua fiducia, perché nulla ci turbi e nulla ci spaventi. E che alla fine del cammino possiamo attendere con te l'ora di vedere lo Sposo. Prega per noi. Amen.





