Al calar della sera di una domenica d'inverno, in una cella di Płock, in Polonia, una giovane suora che vende il pane in un negozio vede Gesù vestito di bianco. Dal suo petto escono due raggi, uno rosso e uno pallido. Lui le chiede un'immagine, con sotto una scritta di quattro parole.
Quella suora si chiamava Elena Kowalska. In convento era suor Faustina. Non sapeva dipingere. Era andata a scuola appena tre anni, e una delle sue formatrici l'aveva giudicata «per niente promettente».
Oggi quell'immagine si trova in case e parrocchie di mezzo mondo. Molti recitano la Coroncina che Gesù le insegnò, e tutta la Chiesa celebra la Domenica della Divina Misericordia, che lei aveva chiesto. Prima ci fu un sacerdote che non le credette e fece esaminare la sua salute mentale. Ci furono dei quaderni che lei stessa bruciò. E ci fu un giorno in cui Roma proibì di diffondere quella devozione così come lei l'aveva lasciata. Quella Domenica della Divina Misericordia sarebbe arrivata, ma lei non l'avrebbe vista.
Le quattro parole erano queste: Gesù, confido in Te.
Chi era quella ragazza a cui quasi nessuno credeva, e come sono arrivate quelle quattro parole sulle labbra di milioni di persone?
L'angelo che la svegliava
Era notte in una casa a pianterreno di Głogowiec, lontana dalle strade, con una piccola cappella davanti. Una bambina si alzò dal letto, si mise in ginocchio e cominciò a pregare. Era Elena, la terza dei dieci figli di due poveri contadini. Era nata nel 1905 in quel villaggio della Polonia centrale, in una terra ancora governata dalla Russia.
Sua madre, che non sapeva leggere ma era lei a insegnare la fede ai figli, la trovò in ginocchio e la rimproverò: «Diventerai matta, a svegliarti così tanto e a non dormire». La bambina le rispose: «Mammina, sarà l'angelo che mi sveglia perché non dorma e preghi». Al mattino era il padre a cantare il Piccolo Ufficio della Madonna. Se la madre lo sgridava perché avrebbe svegliato i bambini, lui rispondeva: «Fin da piccoli devono imparare che il più importante è Dio».
Quella preghiera notturna aveva un inizio. A sette anni era ai Vespri in parrocchia, la preghiera della sera, con il Signore Gesù esposto nell'ostensorio sull'altare. Lì sentì per la prima volta l'amore di Dio riempirle il piccolo cuore. Da allora seppe di essere chiamata.
A nove anni fece la Prima Comunione e tornò a casa da sola. Una vicina le chiese perché non andasse con le sue amiche. Lei rispose: «Non vado da sola, vado con il Signore Gesù».
La sua fede si faceva gesto. Al villaggio arrivavano i poveri a chiedere pane, e una volta lei indossò i vestiti vecchi di sua madre e andò di casa in casa travestita da mendicante. Quello che raccolse lo consegnò al parroco, per loro. Leggeva ad alta voce le vite dei santi della piccola biblioteca di suo padre. Il giorno dopo, mentre badava al bestiame, le raccontava agli altri bambini: eremiti che mangiavano solo radici, bacche e miele selvatico. Diceva loro che da grande sarebbe entrata in convento. Loro ridevano.
Ma la povertà segnava il limite. La scuola arrivò a Świnice, il paese della parrocchia, nel 1917, quando quelle terre si liberarono dal dominio russo. Le durò poco: Elena dovette lasciare il suo posto ai bambini più piccoli.
A sedici anni salutò per la prima volta i suoi. Andò a servizio ad Aleksandrów, vicino alla città di Łódź, in una casa con negozio e panetteria, senza acqua corrente. Portava secchi d'acqua, faceva le pulizie e serviva da mangiare ai fornai. Un giorno vide lì un grande chiarore. Credette che fosse scoppiato un incendio e gridò, proprio mentre i fornai infornavano il pane. Non bruciava niente.
Poco dopo tornò a Głogowiec e chiese il permesso di entrare in convento. I genitori le dissero di no. Non volevano quel destino per la migliore delle loro figlie, e come scusa dissero che non c'erano soldi per la dote, il contributo che una candidata doveva portare al suo ingresso.
Elena tornò a servizio, questa volta a Łódź, e quella chiamata partì con lei.
La musica del parco Venezia
Nella casa di Łódź dove abitava c'era un uomo malato, rintanato in un buco sotto le scale. Elena gli portava giù da mangiare. Si preoccupò anche della sua anima e gli cercò un sacerdote.
A diciotto anni tornò a chiedere ai genitori di lasciarla entrare in convento. La risposta fu la stessa: no. Allora si lasciò andare alle distrazioni della vita. I richiami della grazia non cessavano, ed erano diventati per lei «un gran tormento». Cercava di soffocarli distraendosi. Per questo, quando la invitarono a una festa da ballo nel parco Venezia, disse di sì.
Appena cominciò a ballare, quel luglio del 1924, vide all'improvviso accanto a sé Gesù. Era martoriato, spogliato delle vesti, coperto di piaghe. Le parlò:
«Fino a quando mi farai soffrire, fino a quando mi ingannerai?».
Disse a chi era con lei che aveva mal di testa e se ne andò. La chiesa più vicina era la cattedrale di Santo Stanislao Kostka.
Dentro, davanti al Santissimo, si prostrò a terra, distesa con le braccia aperte in croce. Chiese al Signore di dirle che cosa doveva fare. La risposta arrivò chiara, nell'anima:
«Va' subito a Varsavia, là entrerai in un convento».
Non chiese di nuovo il permesso ai genitori. Raccolse le sue cose e partì per la capitale.
A Varsavia non conosceva nessuno. Andò a chiedere aiuto al parroco della chiesa di San Giacomo. Il sacerdote scrisse qualche riga su un biglietto: non conosceva la ragazza, ma si augurava che qualcuno la prendesse a servizio. Con quel biglietto la mandò a Ostrówek, in casa di una famiglia che aveva bisogno di aiuto con i bambini.
Lì la trattarono come una di casa. La signora sentiva spesso la sua risata, sana e allegra, e la sua voce, perché cantava molto. Un canto le tornava sempre sulle labbra: «Devo adorare Gesù nascosto nel Sacramento».
La signora pensò di trovarle marito. Ma nell'ottava del Corpus Domini, gli otto giorni che prolungano la festa del Corpo di Cristo, durante i Vespri, Dio riempì l'anima di Elena di una luce interiore. Con parole semplici, promise a Gesù castità per sempre. In quel momento si fece nel cuore «una celletta», e lì si sarebbe sempre incontrata con Lui.
Il biglietto del parroco le aveva dato un lavoro. Le mancava ancora un convento. Da Ostrówek prendeva più e più volte il treno per Varsavia, per bussare alle porte dei conventi.
«Questa ragazza non fa per noi»
A Varsavia, in ogni convento dove bussava, la mandavano via. Alla fine bussò alla casa di una congregazione in via Żytnia. Una di quelle suore, che anni dopo sarebbe stata sua formatrice, avrebbe riassunto la sua prima impressione senza giri di parole: «Una magrolina, gracile, povera, senza espressione, per niente promettente».
La superiora della casa, madre Michaela Moraczewska, volle vederla di persona e scese in parlatorio, la sala dove le suore ricevevano le visite. Socchiuse la porta. La ragazza era seduta e non la vide. Aveva un aspetto un po' trascurato. La madre pensò: «Eh, questa ragazza non fa per noi!».
Richiuse la porta senza far rumore. Voleva mandare un'altra suora a dirle di no.
Ma si fermò. Per amore del prossimo, doveva almeno farle qualche domanda. Tornò indietro e parlò con lei. Da vicino, la madre fu conquistata dal sorriso della ragazza, dal suo volto, dalla sua semplicità e dal suo buon senso, e presto volle accoglierla.
Elena ricordava un passo in più di quella mattina. La superiora la mandò a chiedere al «Padrone di casa», e lei capì che doveva andare in cappella. Lì, davanti a Gesù, sentì nell'anima: «Ti accolgo, sei nel mio Cuore». Tornò in parlatorio e glielo ripeté. La risposta fu: «Se il Signore ti ha accolta, ti accolgo anch'io». Madre Michaela, nel suo ricordo, conservò soltanto la porta e le domande.
Restava la povertà. Elena non aveva il corredo, i vestiti e il necessario che ogni candidata doveva portare entrando. Quella congregazione era nata per accogliere ragazze che avevano bisogno di rifarsi una vita, e la casa non aveva fondi per procurarglielo. Si accordarono: avrebbe servito per un po' e avrebbe portato quello che riusciva a risparmiare. La superiora la salutò e si dimenticò della faccenda.
Mesi dopo, una giovinetta si presentò in portineria con sessanta złoty perché glieli custodissero, e disse che lo faceva su indicazione della superiora. Lo scrissero a madre Michaela, che era già a Vilnius, e le ci volle un momento per ricordare di chi le parlassero. In capo a un anno erano diverse centinaia: abbastanza per il modesto corredo di una suora.
Il primo agosto 1925, vigilia della festa di Santa Maria degli Angeli, Elena varcò la soglia della clausura, la parte del convento riservata alle suore. Si sentiva felicissima, come se entrasse «nella vita del paradiso».
Tre settimane dopo, qualcosa le pesava. In quella casa c'era poco tempo per pregare. Decise di passare a un convento di regola più severa.
Quella notte, prostrata a terra con le braccia in croce nella sua cella, vide il volto sofferente di Gesù. Gli chiese chi gli avesse causato tanto dolore. Sentì:
«Mi ferirai dolorosamente se esci da questo convento. Ti ho chiamata qui e non altrove, e ti ho preparato molte grazie».
Chiese perdono. E all'istante cambiò la sua decisione.
Ma la sua salute cominciò a vacillare, e la mandarono a rimettersi in una casa fuori città, a Skolimów.
La notte e il genero
In quella casa di Skolimów, con il corpo consumato dai digiuni, Elena chiese a Gesù per chi dovesse pregare. La risposta fu una visione del purgatorio. Era un luogo «nebbioso, pieno di fuoco», dove il tormento più grande delle anime era la nostalgia di Dio. Nel profondo dell'anima sentì: «La mia misericordia non lo vuole, ma la giustizia lo esige».
Da allora pregò per quelle anime con più fervore.
Nel noviziato di Cracovia, a Łagiewniki, si chiamava ormai suor Maria Faustina. Alla fine del primo anno, l'anima le si oscurò. Cominciava la sua notte oscura, un tempo in cui la preghiera non dà alcuna consolazione e sembra che Dio se ne sia andato. Non capiva quello che leggeva. Sentiva che la sua preghiera non era gradita a Dio. Non osava alzare gli occhi verso di Lui: si prostrava «come polvere ai suoi piedi» e mendicava la sua misericordia. Arrivò a pensare con forza che Dio l'avesse respinta.
La maestra delle novizie capì che cosa le stava succedendo. Le chiese di lasciare le preghiere lunghe e di recitare giaculatorie, preghiere brevissime che stanno in un sospiro. E le spiegò che Dio è sempre Padre, anche quando mette alla prova.
Ci furono anche giorni di luce. Nella primavera del 1928, il giorno dei suoi primi voti, i genitori varcarono la porta del convento. Non la vedevano da anni. La trovarono felice, piena di gioia. Al padre, che si era opposto con tutte le sue forze, la giovane suora disse:
«Vedi, papà… Colui al quale ho fatto i voti è il mio sposo e tuo genero».
Quelle parole e la gioia della figlia li convinsero. Accettarono la sua vita di suora.
Poi la mandarono di casa in casa, e in diverse le toccò la cucina; negli ultimi anni, anche la portineria. A Płock la misero dietro il banco di un negozio, a vendere il pane che usciva dal forno. Una domenica di febbraio del 1931, quando ormai calava la sera, tornò nella sua cella.
La cella di Płock
Nella penombra c'era Gesù, vestito di bianco. Teneva la mano destra alzata per benedire. Con la sinistra toccava la veste sul petto, e da lì uscivano due raggi, uno rosso e uno pallido. Suor Faustina lo guardava in silenzio. Dopo un momento, Lui parlò:
«Dipingi un'immagine secondo il modello che vedi, con sotto la scritta: Gesù, confido in Te».
Gesù voleva che quell'immagine fosse venerata prima nella cappella delle suore e poi nel mondo intero. E le promise che l'anima che l'avesse venerata non sarebbe perita.
Lei ne parlò al suo confessore. Il sacerdote la ascoltò e le diede una risposta prudente: dipingesse quell'immagine nella sua anima. Ma uscendo dal confessionale, Faustina sentì: «La mia immagine è già nella tua anima». Gesù la voleva dipinta col pennello e benedetta solennemente la prima domenica dopo Pasqua: «Quella domenica deve essere la Festa della Misericordia».
La superiora della casa chiese un segno. La risposta di Gesù fu semplice: il segno sarebbero state le grazie che Lui avrebbe concesso per mezzo di quell'immagine. Quel segno bisognava aspettarlo.
Faustina non sapeva dipingere. Chiese aiuto a un'altra suora, che non sapeva farlo nemmeno lei e le propose di scegliere tra i tanti bei santini che conservava. Faustina la ringraziò e non ne accettò nessuno.
Nei corridoi cominciarono i mormorii. Alcune la mettevano in guardia: era un'illusione. Altre la rimproveravano come isterica ed esaltata. Lei decise di sopportare tutto in silenzio. Le superiore la mandavano dai sacerdoti, e i sacerdoti la rimandavano dalle superiore.
Quando Gesù tornò, lei gli chiese: «Gesù, sei Tu il mio Dio o sei un fantasma? Le superiore mi dicono che esistono illusioni e fantasmi di ogni genere». Se era il suo Signore, che la benedicesse. Lui tracciò su di lei un grande segno di croce, e lei si fece il segno della croce. Poi gli chiese perdono per quella domanda. Gesù le rispose che non gli era dispiaciuta. Anzi: la sua fiducia gli era molto gradita.
Quella fiducia trovò un sostegno a Walendów, nel novembre del 1932, durante gli esercizi spirituali, giorni interi di silenzio e di preghiera. Un gesuita che insegnava a Roma la ascoltò in confessione. Le assicurò che la sua non era isteria, né sogno, né illusione. Le chiese di essere fedele a quelle grazie e di pregare Dio perché le desse un direttore che la guidasse.
Piena di gioia, proseguì per Varsavia per la sua terza probazione, l'ultimo periodo di preparazione prima dei voti per sempre. Lì parlò con la madre generale, madre Michaela, la stessa che anni prima l'aveva accolta nel parlatorio di via Żytnia. Faustina le disse che doveva dipingere un quadro.
La madre generale le rispose:
«Va bene, sorella, le darò colori e tela perché dipinga».
Faustina se ne andò rattristata.
A Cracovia emise i voti perpetui, e il vescovo le consegnò un anello con inciso il nome di Gesù. Poi la destinarono a Vilnius, a curare un giardino, lei che non aveva mai fatto la giardiniera. Lì aspettava il sacerdote che il Signore le aveva promesso.
Il sacerdote che non voleva credere
A Vilnius, una città che oggi appartiene alla Lituania, arrivò la settimana in cui la comunità si confessava. Quando vide il sacerdote, suor Faustina riconobbe con gioia un volto che conosceva già da una visione, e sentì nell'anima: «Ecco il mio servo fedele, lui ti aiuterà a compiere la mia volontà qui sulla terra».
Era don Michele Sopoćko, confessore delle suore e professore all'università della città. Lei gli disse senza giri di parole che lo conosceva da una visione e che doveva essere lui il suo direttore. Il sacerdote non diede credito al racconto e decise di metterla alla prova.
Con il permesso della superiora, Faustina cercò un altro confessore. Dopo qualche tempo tornò da lui. Gli disse che era disposta a sopportare tutto ciò che fosse necessario, ma che non avrebbe più cercato di sfuggirgli.
Lui temeva illusioni, allucinazioni. Chiese informazioni alla superiora della casa, madre Irene, e fece esaminare la salute fisica e mentale di quella suora. La dottoressa che la visitò stabilì che era sana di mente.
Nonostante questo, don Sopoćko aspettò. Pregò. Consultò altri sacerdoti senza dire loro di chi si trattasse. Alla fine decise di far dipingere l'immagine, e non ne nascose il motivo: «più spinto dalla curiosità di sapere come sarebbe stata l'immagine che dalla fede nell'autenticità delle visioni di suor Faustina».
All'inizio del 1934, insieme a madre Irene, Faustina entrò per la prima volta nello studio di Eugenio Kazimirowski. Era un pittore che abitava nella stessa casa di don Sopoćko e accettò l'incarico dietro compenso. Per non attirare l'attenzione delle consorelle, ogni sabato andavano a Messa al santuario della Madonna di Ostra Brama e poi passavano dallo studio. Lì lei indicava ogni dettaglio.
Don Sopoćko faceva domande sui raggi, sulla scritta. Lei le portava a Gesù nella preghiera e tornava con la risposta: i raggi erano il Sangue e l'Acqua, e lo sguardo doveva essere «uguale allo sguardo dalla croce». Quando il quadro era quasi finito, madre Irene e Faustina andarono ad approvarlo. Faustina non ne fu del tutto contenta, e il pittore si preoccupò.
A giugno il quadro fu terminato. Tornata nella cappella del convento, Faustina si lamentò piangendo: «Chi ti dipingerà bello come sei Tu?».
La risposta arrivò: «Non nella bellezza del colore, né in quella del pennello sta la grandezza di questa immagine, ma nella mia grazia».
Don Sopoćko non osò chiedere all'arcivescovo il permesso di appenderlo in una chiesa: si vergognava di spiegare da dove venisse. Lo mise in un corridoio buio accanto alla chiesa di San Michele, di cui era rettore.
In quei mesi lui le aveva chiesto un'altra obbedienza: che mettesse per iscritto ciò che viveva. Lei cominciò a riempire alcuni quaderni. Un giorno, mentre il sacerdote era lontano da Vilnius, un presunto angelo le suggerì di bruciarli, e lei gettò nel fuoco quanto aveva scritto. Per le sue consorelle non ci sono dubbi: quell'angelo era travestito, ed era un demonio.
Quando don Sopoćko tornò, lei gli raccontò tutto. Lui le chiese di riscrivere ogni cosa. Per questo il primo quaderno mescola ciò che viveva in quei giorni con ricordi di anni prima. Erano i quaderni del suo Diario, gli stessi che un giorno, copiati con errori, sarebbero arrivati a Roma.
Il quadro, intanto, restava nella penombra del suo corridoio.
La finestra di Ostra Brama
Suor Faustina chiedeva a don Sopoćko di appendere a ogni costo l'immagine in chiesa, e lui non aveva alcuna fretta. Nella Settimana Santa del 1935 gli portò una richiesta precisa: Gesù insisteva perché l'immagine fosse esposta per tre giorni a Ostra Brama, il santuario della Madonna. Lì si sarebbe chiuso il Giubileo della Redenzione, per i diciannove secoli della Passione. La chiusura cadeva proprio la prima domenica dopo Pasqua, la stessa che Gesù le aveva chiesto a Płock per la Festa della Misericordia.
Poco dopo, il rettore del santuario chiese a don Sopoćko di predicare in quella celebrazione conclusiva. Lui accettò a una condizione: che l'immagine della Misericordia venisse collocata nella finestra del portico.
E lì rimase, dal 26 al 28 aprile, in alto, visibile da molto lontano. Attirava l'attenzione di tutti, ancor più dell'immagine della Madonna. Faustina era tra la folla.
Mentre don Sopoćko predicava sulla misericordia di Dio, Faustina vide che l'immagine assumeva un aspetto vivo e che i raggi entravano nel cuore della gente radunata. Udì: «Tu sei testimone della mia misericordia».
Finita la festa, il quadro tornò nel suo angolo buio. Lì sarebbe rimasto altri due anni, finché non fu benedetto e collocato, finalmente, dentro la chiesa di San Michele.
Nella sua cella di Vilnius, un venerdì di settembre, Faustina vide un angelo che veniva sulla terra a punire il mondo per i suoi peccati. Lo supplicò di aspettare, perché il mondo avrebbe fatto penitenza. Ma davanti alla maestà della Santissima Trinità non osò ripetere la sua supplica.
Solo quando sentì nell'anima la forza della grazia cominciò a pregare, con parole che udiva dentro di sé. E mentre pregava, vide che l'angelo non poteva eseguire il castigo.
La mattina dopo, quando entrò in cappella, Gesù le insegnò a recitare quella preghiera con una comune corona del rosario. Sui grani del Padre Nostro: «Eterno Padre, io Ti offro il Corpo e il Sangue, l'Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Signore nostro Gesù Cristo, in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero». Su quelli dell'Ave Maria: «Per la Sua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero». Era la Coroncina alla Divina Misericordia.
Faustina la portò alla madre generale, madre Michaela, su un foglio scritto di suo pugno. La madre generale non permise di recitarla in comunità: la sera le suore recitavano già una coroncina simile.
«Ma questa è un'altra», rispose Faustina.
La madre generale conservò quel foglio.
Nel marzo dell'anno seguente Faustina lasciò Vilnius per sempre; la sua strada l'avrebbe riportata a Cracovia. L'immagine restava nascosta nel suo corridoio.
La coroncina a Prądnik
Guidata da un angelo, suor Faustina si trovò negli abissi dell'inferno. Fu alla fine di ottobre del 1936. La prima pena che vide, quella che fa di quel luogo un inferno, era la perdita di Dio. Poi i rimorsi che non cessano mai e un fuoco che penetra l'anima senza annientarla. Sarebbe morta davanti a tutto questo, se non l'avesse sostenuta l'onnipotenza di Dio. Una cosa le rimase impressa: la maggior parte delle anime che si trovavano lì non credeva che l'inferno esistesse.
Quando tornò in sé, non riusciva a riprendersi dallo spavento. Da allora pregò con più fervore per la conversione dei peccatori e implorava per loro, senza sosta, la misericordia di Dio. Quella supplica avrebbe avuto molto presto un volto.
Era malata di tubercolosi, che le aveva già colpito i polmoni e l'apparato digerente. A dicembre la ricoverarono a Prądnik, l'ospedale di Cracovia per i malati contagiosi. Il terzo giorno del ricovero trovò una donna in agonia, e sentì nell'anima: «Recita la coroncina che ti ho insegnato».
Corse a prendere il rosario, si inginocchiò accanto al letto e pregò. A un tratto la morente aprì gli occhi, posò lo sguardo su suor Faustina e morì con una serenità misteriosa.
Quasi due anni dopo, don Sopoćko arrivò a Cracovia e andò a trovarla in ospedale, dove era ricoverata per la seconda volta. La trovò pronta a morire. Parlarono di un'altra cosa che lei aveva voluto fare, oltre al quadro e alla Festa: fondare una nuova congregazione. Ora la malata gli disse che era stata soltanto un'illusione, e che forse lo era anche tutto il resto. Lui promise di chiederlo a Gesù nella preghiera.
Il giorno dopo, don Sopoćko celebrò la Messa per lei. All'altare gli venne un pensiero: lei non aveva potuto dipingere il quadro e aveva soltanto dato le indicazioni, e allo stesso modo non poteva fondare la congregazione, ma solo orientarla. Quando tornò, lei gli disse che non c'era bisogno di parlarne ancora, perché sapeva che Gesù gli aveva dato luce durante quella Messa. Poi gli chiese una cosa sopra ogni altra: che facesse in modo che fosse istituita la Festa della Divina Misericordia la prima domenica dopo Pasqua.
Il 2 settembre il sacerdote l'aveva già salutata e si era allontanato di qualche passo, quando si ricordò che le aveva portato una dozzina di libretti stampati a Cracovia con le sue preghiere: la novena, le litanie e la coroncina. Tornò subito indietro e aprì la porta. La vide seduta, completamente immersa nella preghiera, «quasi come sospesa al di sopra del letto», con lo sguardo fisso su qualcosa che lui non vedeva e le pupille un po' dilatate.
Lui volle ritirarsi senza disturbarla. Ma lei tornò in sé, lo vide e gli chiese scusa per non averlo sentito bussare né entrare. Il sacerdote le diede i libretti. Nel congedarsi, suor Faustina gli disse:
«Ci vedremo in cielo!».
A metà settembre la riportarono al convento di Łagiewniki, in una stanza isolata dell'infermeria, ad attendere la morte.
Il cero arse per tutto il tempo
Don Sopoćko entrò in quella stanza per l'ultima volta il 26 settembre. Suor Faustina non volle più, o non poté più, conversare con lui. Gli diede una sola ragione: «Sono occupata con il mio Padre Celeste».
Quello stesso giorno gli disse anche un'altra cosa: che sarebbe morta dieci giorni dopo.
Poco prima della fine, la malata si sollevò un poco sul letto e chiese alla superiora di avvicinarsi. Era madre Irene, la stessa che a Vilnius, il sabato, la accompagnava nello studio del pittore. China sul cuscino, la sentì sussurrare: «Il Signore vuole innalzarmi e farmi santa».
Madre Irene non vide in lei orgoglio, ma una grande serietà: Faustina accoglieva quella promessa come un dono. La superiora uscì dalla stanza commossa, senza rendersi ancora conto di ciò che aveva appena udito.
Nel suo ultimo giorno, alle quattro del pomeriggio, padre Józef Andrasz, il suo confessore di Cracovia, la ascoltò in confessione e le diede l'assoluzione per l'ultima volta.
All'ora di cena suonò il campanello. Le suore si alzarono dalla tavola del refettorio e salirono. Accanto al letto c'erano il cappellano e madre Irene; le altre rimasero nel corridoio. Recitarono insieme le preghiere per i moribondi. Allora suor Faustina disse alla superiora che non sarebbe morta ancora. E le suore scesero per la preghiera della sera.
Tra loro c'era Eufemia, una suora juniores, cioè una giovane suora che non aveva ancora emesso i voti per sempre. Aveva sentito dire che suor Faustina sarebbe stata sicuramente santa, e voleva vedere come muoiono i santi. Ma non aveva il permesso di vegliare una malata di tubercolosi. Così chiese alle anime del purgatorio di svegliarla in tempo, si coricò nella sua cella e si addormentò subito.
Nella notte, una voce la svegliò: «Sorella, se vuole assistere alla morte di suor Faustina, si alzi».
La suora che la chiamava era venuta a cercare Amelia e aveva sbagliato cella. Eufemia andò a svegliare Amelia, indossò l'abito e la cuffia, e tutte e due corsero verso l'infermeria.
Nel letto, suor Faustina aprì appena gli occhi. Sorrise un poco. Poi chinò il capo.
Amelia disse che era morta. Eufemia guardò la compagna senza dire nulla. Continuarono a pregare, e il cero arse per tutto il tempo.
Erano le undici meno un quarto della sera del 5 ottobre 1938. Suor Faustina aveva trentatré anni.
Due giorni dopo la seppellirono nella tomba della Congregazione, in fondo all'orto del convento. Della sua famiglia non venne nessuno: lei non aveva voluto che spendessero per il viaggio. Fuori da quelle mura, quasi nessuno sapeva che cosa lasciava: alcuni quaderni, alcune preghiere stampate in libretti e quattro parole ai piedi di un'immagine.
Diciannove anni sull'altare
Una fotografia del quadro, grande appena un centimetro, cucita nel berretto di un soldato: così cominciò a viaggiare l'immagine senza di lei, quando arrivò la guerra, l'anno dopo la sua morte. A Vilnius, su incarico di don Sopoćko, un fotografo ne fece circa mille copie di diverse grandezze, e alcune finirono anche sulle uniformi. Dentro i pacchi, le immaginette entravano nelle carceri e nei campi di concentramento.
A Cracovia, un pittore che non l'aveva mai conosciuta, Adolf Hyła, dipinse l'immagine come ex voto, un'offerta di gratitudine a Dio per la protezione della sua famiglia durante la guerra. Quella tela non entrava nell'altare laterale della cappella di Łagiewniki, e così ne dipinse un'altra con la misura esatta del vano. La benedisse padre Andrasz, il confessore che aveva dato l'assoluzione a Faustina nel suo ultimo giorno. Era la prima domenica dopo Pasqua del 1944: la domenica in cui Gesù, a Płock, aveva chiesto che la sua immagine fosse benedetta.
Con gli anni, il pittore avrebbe sostituito il paesaggio alle spalle di Gesù con un terreno sotto i suoi piedi e un fondo verde scuro.
Nel 1959 arrivò da Roma un documento della Santa Sede che vietava di diffondere la devozione nelle forme che lei aveva trasmesso.
La sua stessa Congregazione ne indica una delle ragioni. A Roma era stata letta una copia dattiloscritta dei suoi quaderni, piena di errori, tradotta in italiano, che non distingueva nemmeno quando a parlare era Gesù. Il Diario non era ancora stato pubblicato.
Il documento lasciava a ogni sacerdote la scelta se togliere l'immagine, e in molte chiese venne rimossa. Nella cappella di Łagiewniki, per decisione dell'arcivescovo che allora guidava Cracovia, rimase sul suo altare. Per diciannove anni, quel vano fatto su misura non rimase vuoto.
La storia di chi avrebbe chiesto di rivedere quel divieto comincia prima, negli anni della guerra, con un ricordo che a Cracovia passa di bocca in bocca. Un giovane operaio della fabbrica Solvay, Karol Wojtyła, tornando dal lavoro allungava la strada per pregare sulla tomba di suor Faustina, in fondo all'orto.
Anni dopo, quell'operaio era l'arcivescovo di Cracovia. Fece studiare a fondo la vita e le virtù di suor Faustina, e chiese che si facesse chiarezza su quel divieto.
Nel 1978, in seguito alle richieste giunte soprattutto dalla Polonia, l'organismo del Vaticano che veglia sulla dottrina della fede esaminò molti documenti originali che nel 1959 non si conoscevano. Dichiarò che quei divieti non erano più vincolanti.
Ciò che lei vide e udì è quella che la Chiesa chiama una rivelazione privata: non aggiunge nulla alla fede che Cristo ha consegnato, aiuta a viverla.
Tre anni più tardi, il suo Diario fu pubblicato per la prima volta, in polacco, e la sua voce poté finalmente essere letta senza gli errori di quella copia.
Quello stesso anno, una donna americana che aveva smesso di credere arrivò con la sua famiglia a Łagiewniki, davanti alla sua tomba.
La domenica che lei chiese
Bob Digan era sicuro che ci sarebbe stato un miracolo. Sua moglie, Maureen, non lo era. Avevano attraversato l'oceano dal Massachusetts con il figlio di otto anni, e lei era venuta soltanto per il bene del suo matrimonio. Fin dall'adolescenza soffriva di un linfedema, un gonfiore cronico che le era già costato una gamba. Da anni non praticava più la fede, perché credeva che Dio non la amasse.
Una sera, nel santuario, recitava la Coroncina con un gruppo. Nel suo racconto, sentì interiormente la voce di suor Faustina, che le offriva il suo aiuto se lei glielo avesse chiesto. Maureen le rispose che, se l'aveva trascinata così lontano da casa, facesse qualcosa subito. E guarì, anche se all'inizio non voleva ammetterlo.
I medici che la visitarono non trovarono una spiegazione. Roma riconobbe la sua guarigione come il miracolo che apriva la strada alla beatificazione, il passo che precede la canonizzazione. Giovanni Paolo II, l'ex operaio della fabbrica Solvay, dichiarò beata suor Faustina in piazza San Pietro.
A Baltimora, padre Ronald Pytel aveva il cuore malato. Una valvola ristretta lasciava passare appena un quinto del sangue. Lo operarono, ma il suo medico non gli prometteva una vita normale.
Il 5 ottobre 1995, anniversario della morte di suor Faustina, la sua parrocchia passò la giornata in preghiera davanti al Santissimo esposto. Nel pomeriggio, un gruppo chiese la sua guarigione per intercessione della beata, e lui venerò le sue reliquie. Quella notte, respirando a fondo, sentì vicino al cuore un dolore che non aveva mai provato. Il farmaco cominciò a non fargli più bene.
Settimane dopo, il suo cardiologo, il dottor Fortuin, guardò l'ecocardiogramma e fece entrare il sacerdote nel suo studio. Rimase a guardarlo in silenzio a lungo. Poi gli disse che qualcuno aveva interceduto per lui, e aggiunse: «Il tuo cuore è sano». Il sacerdote, stupito, chiese: «Come?». E il medico ripeté: «Il tuo cuore è sano».
Appena uscito, padre Pytel telefonò al suo migliore amico, un altro sacerdote, che gli rispose: «È il miracolo che chiedevamo». Medici e teologi lo studiarono per anni, e quella guarigione fu il miracolo della canonizzazione. Il segno chiesto a Płock, che si era dovuto attendere, arrivava così: grazie che i medici non sapevano spiegare.
Il 30 aprile 2000 era la seconda domenica di Pasqua, cioè la prima domenica dopo Pasqua: quella che Gesù le aveva chiesto in una cella di Płock e che lei non arrivò a vedere.
In piazza San Pietro, Giovanni Paolo II la iscrisse tra i santi. Annunciò che, da quel giorno e in tutta la Chiesa, quella domenica si sarebbe chiamata Domenica della Divina Misericordia.
Alla fine si rivolse a lei e recitò insieme a lei la sua preghiera, nella lingua di entrambi: «Jezu, ufam tobie». Gesù, confido in Te.
Quella domenica è quella che lei chiese a nome di Gesù. Il suo giorno, nel calendario di tutta la Chiesa, è un altro: il 5 ottobre, il giorno in cui morì a Łagiewniki.
Sotto l'immagine
Lontano dalla piazza, nella cappella del convento di Łagiewniki, sull'altare campeggia l'immagine dipinta da un uomo che non l'aveva mai conosciuta. Ai suoi piedi restano quelle parole.
Sotto la mensa di quell'altare c'è un piccolo feretro di marmo bianco. Dentro, una cassetta di legno di sandalo custodisce i resti di santa Faustina, che nessuno vede. Alle tre del pomeriggio, l'ora in cui Gesù agonizzava sulla croce, la gente si inginocchia davanti a quell'immagine e recita la Coroncina, grano dopo grano. È l'Ora della Misericordia, la preghiera che Gesù le chiese per quell'ora proprio in questo convento.
Il primo quadro, quello che la fece piangere quando lo vide finito e che passò anni in un corridoio buio, si trova oggi a Vilnius, nella chiesa della Santissima Trinità.
La suora che vendeva il pane fu sepolta in fondo all'orto. Ora riposa sotto l'immagine che non sapeva dipingere. Non vide la domenica che aveva chiesto, e quasi nessuno le credette. Confidò e obbedì, anche al buio, e altri portarono l'immagine, la preghiera e la domenica a tutta la Chiesa.
La fiducia di una ragazza povera sta oggi in poche parole, e ogni giorno c'è chi le prega davanti alla sua tomba.
Santa Faustina, apostola della Divina Misericordia, tu che hai venduto il pane, curato un giardino e aperto la portineria senza che nessuno sapesse ciò che il Signore ti affidava, e che nel dubbio hai continuato a obbedire fino alla fine: ottienici da Gesù Misericordioso la grazia di confidare in Lui quando non capiamo, di essere misericordiosi con chi soffre accanto a noi e di non lasciare solo nessuno nell'ora della sua morte, perché anche noi sappiamo dirgli con la tua stessa semplicità: Gesù, confido in Te. Santa Faustina, prega per noi. Amen.





