Vai al contenuto
FIDES VIVA

23 settembre

San Pio da Pietrelcina

Il frate cappuccino del Gargano tra confessione e carità

  • Lettura di 20 min
Dimensione del testo 100%
Aa
Dimensione del testo 100%
Capitoli
  1. 0:00Da Pietrelcina al Gargano
  2. 4:58Nel coro, dopo la Messa
  3. 8:22Esame, silenzio e obbedienza
  4. 12:14Il tempo del confessionale
  5. 16:32Ciò che la devozione ha continuato a raccontare
  6. 19:14La croce fatta cura
  7. 23:46Gli ultimi anni
  8. 26:50Preghiera, carità e un'opera viva

Portava quasi sempre le mani coperte. Su di esse, e anche sui piedi e sul costato, aveva delle piaghe. All'inviato di Roma che venne a interrogarlo, raccontò egli stesso quando erano apparse: una mattina del 1918, al termine della Messa, mentre rendeva grazie a Dio. Eppure, la gente che saliva fino al suo convento nel Sud d'Italia cercava soprattutto un sacerdote. Per oltre cinquant'anni, San Pio da Pietrelcina, Padre Pio, frate cappuccino di San Giovanni Rotondo, celebrò l'Eucaristia e ascoltò le coscienze, ora dopo ora. Perdonava nel nome di Cristo. Già anziano, vide aprirsi le porte di un ospedale nato dal suo impegno, la Casa Sollievo della Sofferenza. Ancora oggi accoglie malati, e la Santa Sede ne custodisce direttamente la continuità.

Da Pietrelcina al Gargano

Alla fine del XIX secolo, il Sannio, la regione dell'entroterra attorno a Benevento, viveva della terra. A Piana Romana, nella campagna di Pietrelcina, i Forgione coltivavano alcuni terreni di loro proprietà. Erano piccoli proprietari, gente che dipendeva da ciò che dava ogni raccolto. Lì, nella primavera del 1887, Grazio Forgione e Maria Giuseppa De Nunzio ebbero un figlio. Lo battezzarono il giorno dopo la nascita con il nome di Francesco.

Il bambino crebbe fra quei campi e il lavoro di casa. In quegli anni passava per il paese fra Camillo, un cappuccino che chiedeva l'elemosina per il suo convento. I cappuccini appartengono alla grande famiglia di San Francesco d'Assisi. Vivono di ciò che ricevono, indossano un abito marrone stretto in vita da un cordone e ordinano tutta la loro vita attorno alla preghiera, alla povertà e all'obbedienza. La figura di quel questuante rimase per sempre legata agli inizi della vocazione del ragazzo.

Entrare nell'Ordine richiedeva prima una preparazione scolastica, e quella preparazione costava denaro. La famiglia fece lo sforzo: Grazio emigrò oltre oceano per pagare gli studi del figlio.

Il giorno dell'Epifania del 1903, a quindici anni, Francesco varcò la porta del noviziato cappuccino di Morcone. Alla fine di quello stesso mese indossò l'abito e lasciò il nome ricevuto nel battesimo. Da allora si sarebbe chiamato fra Pio.

Il noviziato era un anno di prova, con un orario rigoroso che non lasciava spazio alle comodità. Durante quell'anno, sua madre andò a trovarlo a Morcone. Al termine dell'anno, il giovane emise i primi voti. Nel gennaio del 1907 fece la professione solenne, con la quale si consacrava all'Ordine per tutta la vita.

Seguirono gli anni di studio. Nell'agosto del 1910 fu ordinato sacerdote a Benevento, e da allora poté celebrare la Messa. Ma il suo corpo non lo sosteneva. Aveva una salute fragile fin dalla giovinezza, e questo gli impedì di vivere in comunità, come si addice a un frate. Tornò a Pietrelcina, nella casa della sua famiglia. Vi avrebbe trascorso quasi sei anni.

In quegli anni di casa e di malattia scriveva lettere di direzione spirituale. In una di esse, datata alla festa dell'Assunzione del 1914, parlò di Cristo come della divina Guida. E lasciò scritto:

«Per conseguire il nostro fine ultimo è necessario seguire la divina Guida, che vuole condurre l’anima eletta solo per la via percorsa da lui, cioè per quella dell’abnegazione e della croce».

Lo firmava un sacerdote giovane e malato, dal paese dei suoi genitori, lontano dal convento cui apparteneva.

Nel settembre del 1916, i suoi superiori lo destinarono a San Giovanni Rotondo, un paese del Gargano, il promontorio della Puglia che si affaccia sull'Adriatico. I cappuccini vi avevano un piccolo convento, dedicato a Santa Maria delle Grazie. Fra Pio aveva ventinove anni. Non sarebbe più andato via da quel luogo, perché vi avrebbe vissuto fino alla morte.

La malattia lo aveva trattenuto a casa, e ora l'obbedienza lo conduceva su un monte appartato del Sud. In quel convento, ciò che aveva scritto sulla croce non sarebbe rimasto soltanto sulla carta di una lettera.

Nel coro, dopo la Messa

L'anno 1918 trovò l'Italia ancora in guerra. La mobilitazione raggiunse anche i conventi: molti cappuccini furono richiamati al fronte, e altri si ammalarono. Poi arrivò l'influenza spagnola. Nelle sue lettere, fra Pio raccontò ciò che restava della comunità di San Giovanni Rotondo: soltanto tre frati.

Tre uomini per sostenere la vita di un'intera casa religiosa. Dovevano pregare insieme nelle ore stabilite, celebrare la Messa e tenere aperta la chiesa per la gente del paese. L'epidemia non si fermò alla porta del convento. Colpì lui, e colpì anche persone vicine, sia a San Giovanni Rotondo sia a Pietrelcina.

In quel convento quasi vuoto, la mattina del 20 settembre, il frate celebrò la Messa. Aveva trentun anni. Al termine, rimase nel coro, il luogo della chiesa dove i frati si riuniscono per pregare insieme. Era il tempo del ringraziamento: il momento di silenzio che il sacerdote dedica a Dio dopo aver ricevuto la comunione.

Ciò che avvenne in quei minuti appartiene alla sua stessa testimonianza. Lo raccontò tre anni più tardi, quando un vescovo inviato dalla Santa Sede gli chiese di spiegare, punto per punto, come tutto fosse cominciato. Questa fu la sua risposta:

«Il 20 settembre 1918, dopo la celebrazione della Messa, mentre ero nel dovuto ringraziamento in Coro, fui improvvisamente preso da un tremito… Udii questa voce: “ti associo alla mia Passione”… e vidi questi segni dai quali usciva sangue. Prima non li avevo».

Un tremito improvviso. Una voce. E poi, nel suo stesso corpo, ferite che sanguinavano e che prima non c'erano.

In quella stessa dichiarazione disse chi gli aveva parlato. Aveva visto il Signore in atteggiamento di crocifisso. I segni erano nelle mani, nei piedi e nel costato: nei luoghi delle ferite di Gesù sulla croce.

Il suo racconto segue un ordine semplice. Prima l'altare, poi la preghiera, poi la voce, e soltanto alla fine il sangue. Le ferite arrivano come conseguenza di parole, e quelle parole usano un verbo che unisce: associare. Associare qualcuno significa renderlo partecipe di ciò che è proprio. Ciò che Cristo metteva in comune con quel frate era la sua Passione.

Anni prima, malato nella casa dei suoi genitori, aveva scritto che a Dio si giunge per la via dell'abnegazione e della croce. Nel coro di San Giovanni Rotondo, quella croce rimase segnata nella sua carne. Accadde in un anno di fronti e di febbre, in una casa sostenuta da tre frati, durante l'ora più silenziosa del mattino.

Ferite simili non potevano restare tra le mura di un convento. Tre anni più tardi, il silenzio del coro avrebbe lasciato il posto a domande precise e a uno sguardo della Chiesa che non voleva affrettarsi.

Esame, silenzio e obbedienza

Il 14 giugno 1921 arrivò al convento Carlo Raffaello Rossi, un vescovo italiano che anni dopo sarebbe diventato cardinale. Lo inviava il Sant'Uffizio, l'ufficio della Santa Sede incaricato di custodire la fede e di esaminare i casi che la riguardavano da vicino. Rimase otto giorni.

Non veniva a celebrare nulla. Veniva a fare domande. Seduto di fronte al frate, gli pose centoquarantadue domande, una dopo l'altra, e ascoltò ogni risposta. Fra Pio aveva allora trentaquattro anni e rispose a tutte.

Poi il visitatore chiese di vedere le ferite, e le esaminò con i propri occhi. Annotò ciò che aveva davanti. La piaga del costato aveva assunto la forma di un triangolo. Quelle dei piedi e del costato mostravano un luccichio dai riflessi mutevoli, come quando la luce cade su una superficie umida.

Al termine, mise per iscritto il suo giudizio:

«Le stimmate in questione non sono né opera del demonio né un grossolano inganno, né una frode…»

Né, aggiunse, erano effetto della suggestione. Era la conclusione di un uomo che aveva osservato e domandato per otto giorni. Non proclamava un miracolo. Chiudeva, una a una, le porte delle spiegazioni facili.

In quelle pagine rimase anche il ritratto dell'uomo. Rossi annotò che celebrava la Messa con straordinaria devozione. E lasciò una cifra: ogni giorno, il frate trascorreva tra le dieci e le dodici ore nel confessionale.

Dieci o dodici ore ad ascoltare gli altri. Mentre Roma studiava le sue mani, egli le teneva occupate ad assolvere.

L'esame non chiuse le domande. Nel 1931, la Santa Sede dispose restrizioni al suo ministero. Gli fu proibito di confessare e di celebrare la Messa in pubblico. Il sacerdote che passava la giornata ad accogliere penitenti vide svuotarsi il luogo dove li attendeva.

Accettò quella disposizione. Dal 1933, poco alla volta, quelle facoltà gli furono restituite. Fu un recupero lento, passo dopo passo, e ogni passo lo riportava al confessionale.

Quelli non furono gli unici anni difficili. In altri momenti della sua vita sopportò nuove indagini e nuove limitazioni del suo servizio sacerdotale. Ci furono anche accuse ingiuste, e ci furono calunnie.

Davanti a tutto questo, tacque. Affidò la sua causa al giudizio di Dio, a quello di chi dirigeva la sua anima e alla propria coscienza. Accolse ogni restrizione con umiltà, come chi obbedisce alla Chiesa che ama.

C'è un dolore che si vede e un altro che non ha testimoni. Le piaghe appartenevano al primo. Il sospetto, il silenzio e l'attesa appartenevano al secondo. In quel dolore nascosto continuava a prendere forma la croce che aveva accettato di portare seguendo Cristo.

Ciò che si diceva di lui non dipendeva da lui. Dipendeva invece da lui ciò che faceva ogni volta che gli aprivano la porta: tornava a sedersi nel confessionale.

E quando quelle porte si aprivano, le folle non arrivavano soltanto per guardare delle mani coperte. Venivano a mettere davanti a lui la propria coscienza.

Il tempo del confessionale

Lo cercavano in chiesa, in sacrestia e nei corridoi del convento. Alcuni chiedevano di confessarsi. Altri desideravano un consiglio per il cammino della loro anima, ciò che la Chiesa chiama direzione spirituale. Molti venivano semplicemente alla sua Messa. Per più di cinquant'anni, San Giovanni Rotondo fu il luogo dove la gente sapeva di poterlo trovare.

La sua giornata aveva un centro, e quel centro era l'altare. La Messa era il culmine della sua giornata: il momento in cui, come sacerdote, rendeva presente il sacrificio di Cristo sulla croce. Quell'uomo che portava nel corpo le ferite della Passione si chinava ogni mattina sullo stesso mistero che lo aveva segnato.

Dall'altare passava al confessionale, e lì il tempo cambiava misura. Non si contava più nelle ore dell'orologio, ma nelle persone che s'inginocchiavano una dopo l'altra dall'altro lato della grata. Ciascuna portava la propria vita. Ciascuna cercava il perdono di Cristo, che giungeva attraverso la voce di un frate.

Per migliaia di persone era il frate delle piaghe. Per chi si sedeva davanti a lui, era un confessore con una voce, con pazienza e con una parola rivolta soltanto a quella persona.

Giovanni Paolo II avrebbe visto in quel ministero il tratto distintivo del suo apostolato. Ricordò anche che talvolta trattava i pellegrini con un'apparente durezza, e che quegli stessi pellegrini tornavano poi a cercare il perdono del sacramento.

Quell'accompagnamento non terminava uscendo dalla chiesa. Gino Lenti, uno dei tanti che ricorsero a lui, attraversò un tempo di crisi personale e lo ricordò per sempre. Ci fu uno scambio di lettere con il frate. Ci furono visite. Il suo non fu un incontro di un solo pomeriggio, ma una vicinanza costante per tutta la durata della prova.

Così era la sua paternità spirituale: una risposta scritta, una porta che tornava ad aprirsi, un nome che non si perdeva nella folla.

Di sé parlava con parole molto semplici.

«Voglio essere soltanto un povero frate che prega».

E spiegava la preghiera con un'immagine che chiunque poteva comprendere: «Nei libri cerchiamo Dio, nella preghiera lo troviamo. La preghiera è la chiave che apre il cuore di Dio».

Il rosario faceva parte della sua preghiera quotidiana. I grani scorrevano fra mani coperte, e quelle mani, tanto esaminate, erano le mani di un uomo che pregava.

Quella fiducia nella preghiera non rimase tra le mura del convento. Da essa nacque un'opera che egli stesso fondò: i Gruppi di Preghiera. Erano riunioni di fedeli che si ritrovavano per pregare, senza altro programma che pregare con fiducia. Si diffusero poco alla volta, oltre San Giovanni Rotondo, portando in altri luoghi quella stessa certezza che pregare apre il cuore di Dio.

Attorno al confessionale si formò anche un'altra memoria, quella che i cappuccini e i fedeli hanno custodito con affetto. Molti raccontavano di lui che leggeva nelle coscienze dei suoi penitenti con una chiarezza singolare. Altri parlavano di un profumo che percepivano vicino alla sua persona, senza sapere da dove venisse.

Quella memoria accompagna il suo ministero, ma non ne prende il posto. Ciò che riportava tanti uomini e donne a Dio era il sacramento celebrato con fede, la Messa di ogni mattina, le ore di ascolto e il rosario tra le mani.

E attorno a quella vita di ogni giorno, fatta di altare, grata e preghiera, crebbero anche altri racconti che la gente del Gargano ha continuato a tramandare di bocca in bocca.

Ciò che la devozione ha continuato a raccontare

Uno di questi racconti conduce alla cappella di Sant'Anna. Carmelo Durante ricordava una conversazione su quella cappella e la interpretò così: il frate era stato presente lì, in un luogo dove il suo corpo non si trovava. La devozione ha una parola per questo, bilocazione, che significa trovarsi in due luoghi nello stesso momento. Così è rimasto nei ricordi di quanti seguivano Padre Pio.

La guerra ha lasciato un'altra storia. Padre Damaso da Sant'Elia raccontava che, durante la Seconda guerra mondiale, alcuni aviatori in missione di bombardamento sulla regione distinsero nel cielo la figura di un frate che impediva loro di sganciare lì le bombe, e che in quella figura riconobbero Padre Pio.

Altri racconti parlano di una lotta che nessuno vedeva. Tarcisio de Cervinara ne trasmise uno: il combattimento spirituale del frate con il tentatore, quel nemico che, nella fede cristiana, tenta di allontanare l'uomo da Dio. In questa memoria, la vita unita alla croce di Cristo conosceva anch'essa la battaglia, e la battaglia si combatteva con le cose di ogni giorno. Egli stesso aveva chiamato la preghiera «l'arma migliore che abbiamo».

Un'altra storia porta il nome di una bambina. Si chiamava Gemma, e sua nonna la condusse a San Giovanni Rotondo. Si continua a raccontare che i suoi occhi riacquistarono la vista per una grazia che i fedeli attribuirono all'intercessione del frate. È una memoria di gratitudine popolare, diversa dalle guarigioni che la Chiesa avrebbe esaminato molto tempo dopo con medici e giudici.

Nessuno di questi racconti cambiò il ritmo delle sue giornate. Al mattino celebrava la Messa. Poi si sedeva ad ascoltare i penitenti. Tra un impegno e l'altro, pregava. Ciò che la gente vedeva da vicino era un sacerdote che donava il suo tempo, il suo perdono e la sua preghiera nel nome di Cristo, e che non aveva bisogno di meraviglie per continuare a farlo il giorno seguente.

Vicino al convento c'era inoltre una sofferenza che nessuno doveva raccontare, perché era sotto gli occhi di tutti. Su quelle montagne, ammalarsi significava per molte famiglie restare lontane da un medico e da un letto dove il malato potesse essere curato. Quel dolore aveva una casa, un volto e un nome.

La croce fatta cura

L'ospedale al quale bisognava rivolgersi si trovava a Foggia, lontano da quelle alture. Per la gente di San Giovanni Rotondo, scendere fin laggiù con un malato era un viaggio difficile. La difficoltà gravava sempre sulle stesse case: quelle di chi non aveva i mezzi per affrontarlo in tempo.

Da quella mancanza nacque l'idea di costruire un ospedale proprio lì, nel paese, per la popolazione del luogo. Il frate fece suo quel progetto e lo sostenne con tutte le sue forze. Voleva un luogo dove i malati del Gargano potessero essere curati senza dover andare lontano.

L'Italia usciva allora dalla Seconda guerra mondiale. Mancavano il denaro e i materiali. Costruire un edificio di quelle dimensioni, in quegli anni e in quel luogo, richiedeva molto più della buona volontà.

Servivano mani, e le mani arrivarono. Attorno al frate si formò un gruppo di collaboratori disposti a lavorare per quell'opera. Fra quanti vi aderirono c'era anche la scrittrice Barbara Ward. Arrivarono anche donazioni, e ogni offerta si aggiungeva alla precedente come una pietra in più nel muro che ancora non esisteva.

L'opera dovette farsi strada tra difficoltà materiali, una dopo l'altra. I lavori durarono vari anni, sostenuti dalle offerte dei fedeli.

Don Giuseppe Orlando, un sacerdote che visse da vicino quegli inizi, conservò un ricordo preciso. Padre Pio gli chiese di avviare i lavori per aprire la strada di accesso al futuro ospedale.

Prima dei muri, prima delle corsie e dei letti, occorreva questo: una via lungo la quale potessero salire i materiali e, un giorno, i malati. Così l'opera cominciò sul terreno, aprendo una strada sul fianco del monte. Una delle prime cose fatte per chi soffriva fu una strada.

Mentre i muri salivano, il frate restava al suo posto di sempre: l'altare e il confessionale. L'opera cresceva a pochi passi da dove egli ascoltava, ogni giorno, quanti arrivavano con l'anima ferita. Due lavori diversi avanzavano in parallelo, uno di pietra e l'altro di perdono.

L'edificio ricevette un nome che dice quasi tutto. Non si chiamò semplicemente ospedale. In italiano, Casa Sollievo della Sofferenza; una casa, che è il luogo dove si viene accolti, e un sollievo, che è ciò che cerca per prima cosa chi soffre.

Il 5 maggio 1956, la Casa Sollievo della Sofferenza aprì le sue porte. Il frate aveva sessantotto anni. L'opera che aveva promosso veniva consegnata a ciò per cui era nata: alleviare i dolori e le miserie di tante famiglie.

Da allora, un malato di quelle montagne poteva trovare vicino a casa un medico, un letto e qualcuno che si prendesse cura di lui. Il lungo viaggio verso la pianura non era più l'unica possibilità.

Quell'uomo aveva scritto, quando era ancora un giovane sacerdote, che la sua strada era quella della croce. Dal coro del 1918 la portava nel corpo, e aveva dichiarato che Cristo lo univa così alla sua Passione. Non trasformò mai quella ferita in uno spettacolo, né fece del dolore un ideale per gli altri.

Ciò che offrì a chi soffriva fu altro. Reparti puliti, medici vicini, famiglie che non dovevano più scegliere tra il viaggio e l'attesa. L'unione con Cristo crocifisso, che nella sua vita era stata preghiera, silenzio e ascolto, prendeva ora la forma più concreta di tutte: prendersi cura dei malati.

Per decenni aveva trascorso le ore seduto, quasi immobile, curando ferite che nessuno vedeva. Ora, a pochi passi dal suo convento, si aprivano porte per le ferite del corpo.

L'opera cresceva. Ma l'ultima tappa della vita del frate avrebbe conosciuto ancora limiti, malattia e obbedienza.

Gli ultimi anni

La Pasqua del 1961 arrivò al convento dopo una nuova visita. Un inviato ecclesiastico, di cognome Maccari, era passato da San Giovanni Rotondo. Dopo il suo soggiorno giunsero nuove disposizioni: limitavano l'attività liturgica pubblica di Padre Pio.

L'anziano cappuccino aveva settantatré anni. Aveva già conosciuto restrizioni trent'anni prima, e rispose a queste come a quelle: accettando ciò che gli veniva chiesto. La festa che celebra Cristo risorto, la più grande dell'anno cristiano, rimase nella memoria del convento come una Pasqua triste.

Il suo corpo era stato fragile fin da ragazzo. Quella fragilità lo aveva trattenuto nella casa dei suoi genitori dopo l'ordinazione e lo aveva accompagnato per tutta la vita nel Gargano. Negli ultimi anni, la salute peggiorò rapidamente. Le forze che avevano sostenuto intere giornate al confessionale cominciarono a venirgli meno.

Eppure l'altare continuò a essere il centro delle sue giornate. Lì continuava a celebrare il sacrificio di Cristo.

Arrivò il settembre del 1968. Quel mese ricorrevano cinquant'anni dalla mattina nel coro. Padre Pio celebrò allora la sua ultima Messa. Impartì anche un'ultima benedizione.

Il 23 settembre 1968 morì nel suo convento. Aveva ottantun anni. Era arrivato a San Giovanni Rotondo giovane e malato, destinato lì quasi per necessità, e da quel luogo non se ne andò più.

La notizia si diffuse e la gente accorse. I suoi funerali raccolsero una partecipazione straordinaria. Per mezzo secolo lo avevano cercato per confessarsi, per chiedere consiglio, per ascoltarlo celebrare. Ora venivano a dargli l'ultimo saluto.

Il 20 febbraio 1971, Paolo VI ricevette i superiori dei cappuccini. Parlò di quel frate del Gargano e spiegò perché avesse raccolto una fama così grande. La sua risposta fu questa:

«Perché celebrava la Messa umilmente, confessava dalla mattina alla sera ed era... un rappresentante visibile delle piaghe di Nostro Signore. Era un uomo di preghiera e di sofferenza».

Un Papa riassumeva così, in poche frasi, ciò che tanti avevano visto da vicino per cinquant'anni.

La fama di santità non si spense con la sua morte. Continuò a crescere, e la Chiesa si dispose a esaminare nuovamente, questa volta, un'intera vita. Con gli anni, due guarigioni attribuite alla sua intercessione sarebbero passate attraverso l'esame canonico che avrebbe condotto al suo riconoscimento come santo.

Preghiera, carità e un'opera viva

La prima guarigione aveva il volto di una donna di Salerno, Consiglia De Martino. Fu lei stessa a testimoniare ciò che aveva vissuto. Parlò della sua malattia, della preghiera con cui si era affidata a Padre Pio e della sua guarigione.

La sua parola fu l'inizio dell'esame. Nell'arcidiocesi di Salerno si aprì un processo con testimoni e dichiarazioni. Poi, i medici consultati dalla Santa Sede studiarono il caso con attenzione. Nel dicembre 1998, la Chiesa riconobbe quella guarigione come un miracolo ottenuto per intercessione del frate.

Il 2 maggio 1999, Giovanni Paolo II lo dichiarò beato in piazza San Pietro. Con questo passo, la Chiesa permette di venerarlo pubblicamente, anche se ancora in un ambito limitato. Il Papa fissò la sua festa al 23 settembre, il giorno in cui era morto nel suo convento.

La seconda guarigione riportò l'esame a San Giovanni Rotondo. Lì viveva un bambino di nome Matteo Pio Colella. Nel gennaio 2000 si ammalò di meningite. Sua madre raccontò in seguito come tutto fosse iniziato e i giorni trascorsi in ospedale, dove suo figlio arrivò a essere in coma.

Matteo guarì. Divenuto adulto, parlò egli stesso di quei giorni. Disse che durante il coma aveva vissuto un'esperienza di pace e di comunicazione.

L'arcidiocesi di Manfredonia-Vieste esaminò la sua guarigione tra giugno e ottobre del 2000. I medici la studiarono e la Chiesa la riconobbe. Il 26 febbraio 2002 fu firmato il decreto che apriva la strada alla canonizzazione, la dichiarazione solenne che una persona è presso Dio e può essere venerata come santa in tutta la Chiesa.

Il 16 giugno 2002, piazza San Pietro si riempì di pellegrini. Dalla facciata della basilica, l'immagine del frate guardava verso il colonnato. Giovanni Paolo II, ottantaduenne e già curvo per la malattia, lo iscrisse nell'albo dei santi.

Nell'omelia, il Papa ricordò qualcosa di molto personale:

«Anch'io, durante la mia giovinezza, ebbi il privilegio di avvalermi della sua disponibilità verso i penitenti».

L'uomo che proclamava santo Padre Pio era stato, molti anni prima, uno di quei penitenti.

Giovanni Paolo II lesse quella vita come una ricerca sempre più profonda dell'identificazione con Cristo crocifisso. Indicò il confessionale come il tratto proprio del suo apostolato. Ricordò i Gruppi di Preghiera e la Casa Sollievo della Sofferenza. E riassunse tutto il suo insegnamento in due parole: preghiera e carità.

Quella carità continua ad avere letti, corridoi e turni di notte. La Casa Sollievo della Sofferenza continua ad assistere i malati sul versante del Gargano e, come ogni opera umana, ha conosciuto difficoltà. Nel maggio 2026, papa Leone XIV istituì una commissione per dirigerla e vigilarla. Alla fine di agosto la ricevette a Castel Gandolfo per esaminare la sua situazione economica e come rilanciare l'ospedale, preservando lo spirito con cui il suo fondatore lo aveva voluto.

L'opera nata per curare i malati ha bisogno anch'essa che qualcuno se ne prenda cura. Come le persone che serve, dipende da mani che la sostengano.

Padre Pio trascorse la sua vita tra l'altare, il confessionale e il capezzale di chi soffriva. Obbedì quando gli chiusero delle porte e continuò a servire quando si riaprirono. La sua croce, vissuta accanto a quella di Cristo, divenne perdono per coloro che si inginocchiavano davanti a lui e sollievo per coloro che giungevano malati alla sua casa.

Quel povero frate del Gargano continua a servire ancora oggi, ogni volta che un malato trova, sotto il suo nome, qualcuno che si prenda cura di lui.

San Pio da Pietrelcina, tu che hai servito Cristo nella preghiera, all'altare e nella cura di coloro che soffrivano, intercedi per i malati, per quanti li accompagnano e per quanti cercano il perdono di Dio. San Pio da Pietrelcina, prega per noi. Amen.

Fonti

Fonti primarie e magistero

  • Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, «Padre Pio da Pietrelcina (1887-1968). Biografia di canonizzazione» (2002), Servizio Internet Vaticano. vatican.va
  • San Giovanni Paolo II, «Omelia per la canonizzazione del beato Pio da Pietrelcina», piazza San Pietro, 16 giugno 2002. vatican.va
  • Vatican News, «El Papa recibe a la Comisión supervisora del hospital fundado por Padre Pio» (31 agosto 2026). vaticannews.va
  • Convento Santuario di San Pio da Pietrelcina, «Solenne traslazione delle reliquie di San Pio da Pietrelcina» (s. d.). conventosantuariopadrepio.it
  • Santa Sede / Ufficio Stampa, «Visita pastorale del Santo Padre Francesco a Pietrelcina e San Giovanni Rotondo» (17 marzo 2018). press.vatican.va
  • San Giovanni Paolo II, «Angelus del 16 giugno 2002». vatican.va
  • Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, «Fotografia ufficiale della canonizzazione di Padre Pio» (2002). vatican.va

Fonti agiografiche e tradizione

  • Walter Sánchez Silva, «Un día como hoy San Pío de Pietrelcina recibió los estigmas», ACI Prensa (20 settembre 2024). aciprensa.com
  • Opera Padre Pio, «Per la prima volta le stimmate». operapadrepio.it
  • Opera Padre Pio, «I carismi». operapadrepio.it
  • PadrePio.it, «Le bilocazioni di Padre Pio». padrepio.it
  • PadrePio.it, «Padre Pio nei cieli per fermare le bombe». padrepio.it
  • PadrePio.it, «Il diavolo nella vita di Padre Pio». padrepio.it
  • ACI Prensa, «Sanación milagrosa». aciprensa.com

Documenti e studi ecclesiastici, istituzionali e accademici

Il Vangelo e il santo del giorno, ogni mattina nella tua email

Inizia ogni giorno vicino a Cristo e ai suoi santi: il Vangelo della Messa e una vita che ispira. Gratis; ti disiscrivi quando vuoi.

Ti invieremo un’email di conferma. Ogni tanto, anche qualche avviso di Fides Viva. Puoi disiscriverti con un clic. Privacy

giovedì 29 ottobre · Vangelo

Gesù prosegue il suo cammino verso Gerusalemme e piange sulla città che uccide i profeti

In quel tempo, proprio quel giorno, si avvicinarono alcuni farisei a dire a Gesù: «Parti e vattene di qui, perché Erode vuole ucciderti». Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e…