Ogni 29 settembre la Chiesa celebra in un'unica festa gli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, gli unici angeli che la Scrittura chiama per nome. I tre nomi finiscono in «El», una parola ebraica che significa Dio: parlano di Lui prima ancora che di sé.
Uno affronta il diavolo e non lo maledice. «Ti condanni il Signore!», gli dice.
Un altro viene mandato a Nazaret, da una giovane, Maria, che sarà la madre del Figlio dell'Altissimo.
Il terzo cammina accanto a un ragazzo, Tobia, che non sa con chi sta viaggiando.
Molti recitano ogni giorno una preghiera a San Michele, e si racconta che sia nata da una visione che lasciò immobile un Papa. È andata davvero così? E qual è la preghiera che la Chiesa propone a tutti?
E quel compagno, mandato a guarire un padre cieco e una giovane che aveva perso sette mariti, quando disse finalmente chi era?
Nomi in terra d'esilio
La storia di questi nomi comincia in una città assediata: Gerusalemme, circa seicento anni prima di Cristo. La circonda l'esercito di Nabucodònosor, re di Babilonia. Il re fa scegliere giovani di stirpe reale e di famiglie nobili perché servano nel suo palazzo. Tra loro c'è un ragazzo di nome Daniele. Tutti si lasciano alle spalle la loro terra, la loro casa e il Tempio del loro Dio. In esilio, Daniele sentirà due dei tre nomi: Gabriele e Michele.
Il terzo nome viene da un altro esilio, ancora più antico: quello degli israeliti che il re d'Assiria deportò a Ninive. Lì vive un anziano, Tobi, il padre di Tobia, quel ragazzo in cammino. Un giorno la sua porta si aprirà per il compagno di viaggio di suo figlio.
In queste due storie di esilio compaiono, con il loro nome, i tre arcangeli. Ma che cos'è un angelo? La Chiesa insegna, come verità di fede, che gli angeli esistono. Sono spiriti dotati di intelligenza e di volontà: non hanno corpo e non muoiono. Servono Dio e portano i suoi messaggi. E al centro del loro mondo c'è Cristo: lo accompagnano da quando si fa uomo fino a quando sale al cielo.
Per questo la Chiesa li onora per ciò che sono: servitori di Dio, sempre rivolti verso di Lui. E nella devozione chiede una cosa concreta: non dare agli angeli nomi che la Scrittura non dà loro. Circolano elenchi con altri nomi, ma nella Scrittura ne compaiono soltanto tre: Michele, Gabriele e Raffaele.
Torniamo a quella strada. Uno dei giovani si volta a guardare la sua città. È Daniele. E nella sua storia entra il primo dei tre: Michele.
Michele: una domanda davanti al Drago
Passano gli anni, e Daniele è ancora a Babilonia. Un giorno comincia un lutto di tre settimane: non assaggia carne né vino, e si umilia davanti al suo Dio per capire che cosa ne sarà del suo popolo. Senza saperlo, non è solo.
Allora un messaggero di Dio gli porta la risposta: «Non temere, Daniele». E gli racconta che un nemico, «il principe di Persia», gli ha sbarrato la strada per ventun giorni, finché Michele è venuto in suo aiuto. E gli lascia una promessa per i giorni più bui: «In quel tempo, sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo».
È così che Michele entra nella Bibbia: come il protettore di un piccolo popolo davanti agli imperi. Perfino il suo nome è una domanda: Michele significa «Chi è come Dio?». E quella domanda porta già la risposta: nessuno è come Dio.
Una breve lettera del Nuovo Testamento, quella di San Giuda, custodisce un'altra scena. Michele disputa con il diavolo per il corpo di Mosè, colui che condusse Israele fuori dall'Egitto.
Michele ha davanti il nemico di Dio. Eppure non osa giudicarlo da sé. Lascia che sia il Signore a giudicare e dice soltanto: «Ti condanni il Signore!».
L'arcangelo non risponde con un insulto. Risponde nominando Dio. Ma la Bibbia li mette di nuovo faccia a faccia.
Sarà nel suo ultimo libro, l'Apocalisse, che apre il cielo come un grande palcoscenico. Appare un segno: una Donna vestita di sole, nella quale la Chiesa riconosce la Vergine Maria. Subito ne appare un altro, un Drago rosso come il fuoco, «con sette teste e dieci corna». Il Drago si pone davanti a lei per divorare suo figlio non appena fosse nato. Ma il bambino viene portato fino a Dio, fino al suo trono.
Allora scoppia una battaglia nel cielo.
Michele e i suoi angeli combattono contro il Drago. Il Drago combatte, e i suoi angeli con lui. E il Drago cade. È il serpente antico, il diavolo, precipitato sulla terra insieme ai suoi angeli.
Poi si ode nel cielo una voce potente. Proclama la salvezza, perché è stato precipitato «l'accusatore dei nostri fratelli». E la voce dice anche come i fratelli lo hanno vinto. Lo hanno vinto grazie al sangue dell'Agnello.
L'Agnello è Cristo, colui che ha dato la vita sulla croce.
Non è la spada a vincere: la vittoria viene da quel sangue.
La Scrittura mostra Michele nel cielo e accanto al suo popolo. Sulla terra, furono i popoli a cercarne i luoghi. Molti secoli più tardi, su una montagna del Sud Italia, un toro smarrito compare inginocchiato all'ingresso di una grotta.
Dove i popoli lo cercarono
Il padrone del toro, un signore ricco che lo stava cercando, tende l'arco e gli scocca una freccia. La freccia non raggiunge l'animale. Si volta a mezz'aria e ferisce lui, a un piede.
Così lo raccontano da secoli a Monte Sant'Angelo, il paese sorto su quella montagna del Gargano, e i suoi pellegrini collocano la storia nell'anno 490. La vicenda arriva a Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto, la città sulla costa lì vicino. Il vescovo ordina tre giorni di preghiera e di penitenza.
Il terzo giorno, l'arcangelo gli appare e gli dice chi è: «Io sono l'arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio». La grotta, aggiunge, è consacrata a lui. Lì saranno perdonati i peccati. Lì sarà concesso ciò che si chiederà nella preghiera.
In un'altra apparizione, l'arcangelo annuncia al vescovo una vittoria di Siponto. La tradizione la colloca un 8 maggio, e in quel giorno il Gargano continua a ricordare l'apparizione.
Poi i vescovi della Puglia salgono in processione per dedicare la grotta a Dio. Entrando, trovano un altare primitivo già eretto.
La leggenda aggiunge qualcosa in più: sulla roccia sarebbe rimasta l'impronta dell'arcangelo. Quella roccia oggi è racchiusa nell'Altare delle Impronte, che da quelle orme prende il nome. Non è una reliquia. Gli angeli non hanno corpo, e di loro nulla può essere custodito in un reliquiario. Ciò che la grotta offre è la memoria di un luogo dove si prega da secoli.
In epoca bizantina, il Gargano venerava Michele soprattutto in due modi. Era colui che presenta le anime dei defunti davanti al trono di Dio. Ed era colui che guarisce. Dalla roccia gocciolava un'acqua, la «stilla», e i racconti le attribuivano guarigioni. L'idea che San Michele porti le anime davanti a Dio vive in questa devozione antica; non è una pagina della Bibbia.
Nel 1507 arrivò nella grotta una statua di marmo bianco, attribuita allo scultore Andrea Sansovino. Michele vi appare come un adolescente sorridente, con i capelli ricci e una corazza da soldato romano. Sotto i suoi piedi si contorce un mostro dal volto di scimmia, con coscia di capra, artigli di leone e coda di serpente. Così lo ha immaginato lo scultore, non la Scrittura. La spada è ancora levata in alto.
A Roma, la spada racconta un'altra storia. In cima a Castel Sant'Angelo, sul Tevere, un angelo la rimette nel fodero, e lì si dice da secoli che l'arcangelo liberò la città dalla peste.
La Normandia, nel nord della Francia, ha la sua leggenda. Nel 708 l'arcangelo sarebbe apparso tre volte in sogno al vescovo Auberto per chiedergli un santuario su un isolotto chiamato Mont-Tombe. Quell'isolotto oggi è Mont-Saint-Michel.
L'abbazia è ancora un santuario: dal 2001 una comunità monastica vi tiene viva la sua tradizione.
I figli di San Francesco d'Assisi ricordano un altro monte, La Verna, in Toscana. Verso la fine della sua vita, Francesco vi iniziò, nel giorno dell'Assunzione della Vergine, una Quaresima: una quarantina di giorni di preghiera in onore di Dio, della Vergine e di San Michele. In quei giorni vide Cristo crocifisso in forma di serafino e ricevette nel suo corpo le stimmate, le ferite di Gesù nelle mani, nei piedi e nel costato. Scese dal monte nel giorno della festa dell'arcangelo.
Quella Quaresima non finì con lui. Oggi molti fedeli la vivono in Brasile e in Francia, dal 15 agosto al 29 settembre.
Dall'altra parte dell'oceano, a Tlaxcala, in Messico, sorge il santuario di San Miguel del Milagro. La memoria della sua gente racconta che tutto cominciò il 25 aprile 1631, durante la processione di San Marco. Un giovane indigeno, Diego Lázaro de San Francisco, ebbe allora una visione interiore di San Michele. L'arcangelo gli annunciò una sorgente d'acqua che avrebbe guarito, nascosta sotto un masso.
Diego tacque, perché aveva paura. E si ammalò.
Quando era ormai in agonia, vide un raggio di luce e l'arcangelo, che lo condusse fino al burrone. Lì l'arcangelo toccò il suolo con il suo bastone, e Diego fu guarito. I suoi familiari non riuscivano a spostare le rocce che coprivano il punto. Le spostò un giovane dall'aspetto straordinario.
Ma, per timore della gente, Diego continuò a tacere. Sei mesi dopo, durante la Messa, un dolore lo trafisse, e l'arcangelo gli apparve per la terza volta, con un rimprovero. Questa volta Diego non tacque. Portò l'acqua della sorgente al vescovo. Il vescovo promise di indagare e fece distribuire l'acqua ai malati. Quelli che la bevvero guarirono.
Davanti alla chiesa del santuario c'è ancora il pozzo di quell'acqua.
Alla fine dell'Ottocento, un Papa chiese a tutta la Chiesa di concludere ogni Messa invocando San Michele. Attorno a quella preghiera nacque una storia che molti ripetono.
La preghiera di un Papa
Il racconto viene attribuito al ricordo di alcuni testimoni. Il 13 ottobre 1884, al termine della Messa, l'anziano Leone XIII resta immobile per una decina di minuti. Il suo volto mostra terrore e stupore. Poi si ritira e scrive una preghiera a San Michele. La invia ai vescovi. Dirà di aver visto legioni di demoni e l'intervento dell'arcangelo.
La domanda è se quella preghiera sia nata davvero da quella visione.
La preghiera ha una sua data. Nel 1886 Leone XIII introdusse un'invocazione a San Michele tra le preghiere che si recitavano al termine della Messa in tutta la Chiesa. Le sue prime parole venivano da un versetto che già si cantava con l'alleluia nelle Messe dell'arcangelo.
Nel 1934 uno studioso di liturgia scrisse contro quella storia, che cominciava a passare di bocca in bocca. E le date non tornano: il racconto fa nascere la preghiera proprio quel giorno del 1884, mentre l'invocazione arrivò nelle Messe solo due anni più tardi.
C'è poi un altro ricordo, raccontato di seconda mano decenni dopo. Un anziano cardinale, di cui non si ricordava il nome, avrebbe detto che il Papa aggiunse l'invocazione contro la minaccia della massoneria, spinto da una rivelazione. È un ricordo per sentito dire. La preghiera è del 1886; della visione del 1884 resta soltanto un racconto discusso.
Quell'invocazione breve è la preghiera che la Chiesa propone a tutti. Un'istruzione del 1964, nell'ambito della riforma liturgica, la tolse dalla fine della Messa. Trent'anni dopo, nel 1994, durante il Regina Caeli, la preghiera alla Vergine del tempo pasquale, Giovanni Paolo II invitò a non dimenticarla e a recitarla. Dice così: «San Michele Arcangelo, difendici nella lotta. Sii nostro aiuto contro la malvagità e le insidie del demonio. Supplichevoli preghiamo che Dio lo comandi. E tu, principe della milizia celeste, con la potenza che ti viene da Dio, ricaccia nell'inferno satana e gli altri spiriti maligni, che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime. Amen».
Circola anche una formula lunga, presentata come «potente». Comprende l'esorcismo pubblicato per ordine di Leone XIII, un rito riservato ai sacerdoti con il permesso del loro vescovo, e i fedeli non devono usare quella parte. La Chiesa esclude dalla pietà popolare la magia e la superstizione: nessuna formula agisce da sé. Ciò che tutti possono pregare è l'invocazione breve a San Michele e la richiesta che Gesù ha insegnato nel Padre Nostro: «liberaci dal male».
Il 5 luglio 2013, nei Giardini Vaticani, papa Francesco inaugurò un monumento a San Michele. In quell'occasione consacrò lo Stato della Città del Vaticano a San Michele e a San Giuseppe. Benedetto XVI era presente.
Quel nome, che era una domanda, «Chi è come Dio?», ricevette allora una risposta dalle labbra di Francesco.
«San Michele vince perché in lui è Dio che agisce».
Il libro di Daniele non nomina soltanto Michele. Vi compare anche un altro messaggero, che non combatte: Gabriele.
Gabriele: il dubbio e il sì
Il suo nome significa «forza di Dio». Nel libro di Daniele, questa forza si esercita con la parola. Davanti a una visione che il profeta non riesce a decifrare, Gabriele gliene svela il senso. In un altro momento gli annuncia avvenimenti che devono ancora venire.
Molti secoli dopo, nel 1951, papa Pio XII dichiarò Gabriele patrono delle telecomunicazioni. È anche patrono della Radio Vaticana. Il messaggero di Dio restò legato ai mestieri che portano lontano la voce umana.
Ma i due annunci che la Chiesa ricorda di più accadono nelle prime pagine del Vangelo di Luca.
Nel Tempio di Gerusalemme, un sacerdote di nome Zaccaria offre l'incenso sull'altare. Il fumo sale lento nella penombra. E alla destra dell'altare c'è qualcuno in piedi.
È un angelo. Gli annuncia che Elisabetta, sua moglie, gli darà un figlio, e che quel figlio si chiamerà Giovanni: colui che un giorno sarà conosciuto come il Battista.
Zaccaria non lo crede possibile. È vecchio, e anche sua moglie è ormai avanti negli anni. Chiede che gli si spieghi come possa accadere una cosa simile. La risposta non discute le sue ragioni. Gli dà un nome.
«Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio».
Sul Gargano, la memoria dei pellegrini metteva parole simili sulle labbra di Michele. Qui le pronuncia il Vangelo. Il messaggero viene dalla presenza di Dio, e da lì porta la sua notizia. Ma Zaccaria non ha creduto, e l'angelo gli annuncia: «Sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno».
Lo stesso messaggero viene poi mandato a Nazaret, un piccolo villaggio della Galilea. Va da una giovane, «una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe». La vergine si chiama Maria.
Gabriele la saluta: «Rallégrati, piena di grazia».
Poi le annuncia: «Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo». Le spiega che lo Spirito Santo scenderà su di lei.
L'anziano sacerdote ha dubitato nel luogo più santo del culto. Lei, in una casa di paese, ascolta.
Benedetto XVI lo ha detto con semplicità: «Gabriele è il messaggero dell'incarnazione di Dio». Per mezzo di lui, Dio chiede a una giovane il suo «sì». Non glielo impone: attende la risposta di una donna libera.
E Maria lo dà: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
Il Figlio di Dio si fa uomo.
Le parole dell'angelo non rimasero in quella casa. Il saluto di Gabriele apre l'Ave Maria. Ogni volta che qualcuno la recita, ripete il saluto che un messaggero di Dio rivolse a Maria. E l'Angelus, la preghiera che ricorda l'Incarnazione, comincia proprio dal suo annuncio: «L'Angelo del Signore portò l'annunzio a Maria».
Gabriele annunciò due nascite: quella di Giovanni e quella di Gesù. Per questo molti si rivolgono a lui con le loro attese più intime. A chi cerca come pregare con San Gabriele, la Chiesa non offre una formula nuova. Gli restituisce le parole dello stesso angelo, pronunciate a Nazaret e pregate ogni giorno da allora.
I due annunci di Gabriele avvengono nel Tempio e in una casa. Il terzo nome compare su una strada che parte da Ninive, dove un anziano deportato vive cieco da anni.
Il compagno di viaggio
Quell'anziano è Tobi. Il libro di Tobia, che la Chiesa riconosce come Parola di Dio, lo presenta attraverso ciò che fa. Tra i deportati di Ninive, fa l'elemosina ai poveri. Paga le decime, la parte dei beni che la legge di Mosè riservava a Dio. E seppellisce i morti che altri lasciano abbandonati dietro le mura di Ninive.
Questa fedeltà gli costa cara. Perde ciò che aveva. E un giorno, dopo un gesto di carità, perde anche la vista.
L'uomo che si prendeva cura degli altri ora ha bisogno degli altri per fare un passo.
Lontano da lì, nella regione della Media, vive una giovane donna di nome Sara. Si è sposata sette volte. E per sette volte il marito è morto la notte delle nozze, per opera di un demonio che il libro chiama Asmodeo.
Sara pensò di impiccarsi. Non lo fece, e il motivo che il libro indica è suo padre. Non volle che quell'anziano scendesse nella tomba sopraffatto dal dolore.
Due case separate dalla distanza. Un anziano che non vede più e una donna che non spera più nulla. Tutti e due pregano. E le loro preghiere giungono davanti al Signore.
Dio manda qualcuno a guarire tutti e due. Né Tobi né Sara sanno ancora chi.
Tobi pensa a suo figlio. C'è del denaro che ha lasciato in custodia a un amico, in una terra lontana. Chiede a Tobia di andare a recuperarlo.
Il ragazzo non ha mai fatto quel viaggio. Seguendo il consiglio del padre, cerca qualcuno che lo guidi. E il primo che incontra è un viandante che conosce bene quelle terre e accetta di andare con lui.
Per Tobia è uno sconosciuto che sa la strada. Tanto basta per partire.
Una sera si fermano presso il Tigri. Tobia scende in acqua. E all'improvviso un grosso pesce balza verso di lui.
Il ragazzo si spaventa. Il suo compagno lo incoraggia. Allora Tobia afferra il pesce e lo tira a riva.
Seguendo le indicazioni del compagno, toglie al pesce il cuore, il fegato e il fiele, e li mette da parte. Niente di tutto questo sembra ancora importante.
Ormai vicino alla meta, il compagno gli consiglia di fermarsi in casa di alcuni parenti. In quella casa vive Sara, cugina di Tobia. La legge di Mosè la destinava in sposa a lui.
Tobia la conosce. E si sposano.
Arriva la notte, la stessa che per sette volte è finita in lutto. Su consiglio del compagno, Tobia mette il cuore e il fegato del pesce sul braciere dei profumi, il recipiente dove si bruciavano gli aromi.
Il demonio fugge fino in Egitto, e il compagno lo insegue e lo lascia lì legato mani e piedi. Allora gli sposi si alzano e pregano insieme. «Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri», comincia Tobia, e conclude chiedendo: «Dégnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». Tutti e due rispondono: «Amen, amen!».
Questa volta, la notte delle nozze non si porta via nessuno.
Tornano a Ninive. Tobia si avvicina al padre con ciò che resta del pesce del Tigri. Gli spalma il fiele sugli occhi.
E Tobi vede.
La famiglia vuole pagare il compagno di Tobia. Gli devono il viaggio, le nozze, la vista. Ma lui li prende in disparte.
Dice loro che, quando pregavano, era lui a presentare le loro preghiere davanti al Signore. E che era stato mandato da Dio.
Allora dice il suo nome.
«Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della gloria del Signore».
Un ragazzo era partito da casa con uno sconosciuto che sapeva la strada. Tornava sapendo di aver camminato accanto a un inviato di Dio.
Le preghiere di un cieco e di una donna senza speranza non si erano perse nel vuoto. Qualcuno che sta davanti alla gloria del Signore le aveva portate a Dio. E ne era tornato con la risposta, a piedi, per le stesse strade percorse da loro.
Raffaele significa «medicina di Dio». Era stato mandato a guarire tutti e due: Tobi, perché tornasse a contemplare la luce di Dio, e Sara, per liberarla dal demonio e darla in sposa a Tobia. Il suo nome diceva fin dall'inizio da dove veniva la guarigione. A chi cerca come pregare con San Raffaele per un malato, per un matrimonio o per un figlio che parte, il libro lascia un modello: la preghiera di Tobi e di Sara, che lo stesso Raffaele presentò davanti al Signore.
Il libro si chiude con la famiglia a casa. Ma il compagno di Tobia non è rimasto nelle sue pagine. Secoli dopo, sulle strade del Medioevo, continuava ad accompagnare altri giovani che lasciavano la loro casa.
Medicina di Dio a Cordova
Quei giovani portavano con sé il compagno di Tobia su una piccola tavoletta, dipinta con due figure: Tobia e l'arcangelo.
Già dall'undicesimo secolo i cristiani d'Occidente rendevano culto a San Raffaele. Col tempo, la devozione popolare ne fece il patrono dei viaggiatori e dei medici. Tutte e due le cose nascono dalle stesse pagine: una strada percorsa insieme e degli occhi che tornano a vedere.
Una città fece sua quella medicina. A Cordova, alla fine del tredicesimo secolo, arriva la peste.
Quello che accadde dopo, i cordovesi lo raccontano di generazione in generazione, come una cosa di casa loro. L'arcangelo chiede, per mezzo di un frate, fra Simón de Sousa, che la sua immagine venga posta in cima a una torre della città. Il vescovo lo fa. E il contagio cessa.
Secoli dopo, nella parrocchia di San Pedro vengono ritrovate delle ossa. Nel 1578 un sacerdote della città, Andrés de las Roelas, riceve più volte la visita dell'arcangelo. E l'arcangelo gli rivela che quei resti sono dei martiri di Cordova, i cristiani che lì morirono per la loro fede.
Il 7 maggio l'arcangelo gli fa un giuramento:
«Io ti giuro per Gesù Cristo Crocifisso che sono Raffaele, Angelo, che Dio ha posto come Custode di questa Città».
Roelas lo confidò a un altro sacerdote, Juan del Pino. E Juan del Pino lo custodì per venticinque anni. Nel 1603 le autorità della diocesi approvarono il racconto.
La casa di Roelas è oggi la Chiesa del Giuramento, e ogni 24 ottobre Cordova celebra il suo Custode con una festa propria.
Nel 1651 tornò la peste. Quando finì, la città innalzò una statua di San Raffaele sul Ponte Romano, in rendimento di grazie.
Oggi Cordova ha anche i suoi «trionfi», i triunfos: alte colonne coronate dall'arcangelo. I suoi pittori lo ritrassero con un pesce in mano. Il pesce del Tigri, quello che balzò verso un ragazzo spaventato, è finito sulle tele di un'intera città.
Ogni città custodisce il suo arcangelo. Ma il 29 settembre la Chiesa intera li riunisce tutti e tre in un solo giorno.
Un solo giorno per tutti e tre
La data della festa nasce a sei miglia da Roma, sulla via Salaria, dove fu dedicata una basilica a San Michele. Il Martirologio, il libro con cui la Chiesa di Roma fa memoria ufficiale dei suoi santi, celebra i tre arcangeli nel giorno di quella dedicazione, il 29 settembre. L'edificio non esiste più, ma il suo giorno è ancora vivo, e nella Chiesa latina il culto di Michele diventò quasi universale.
Per secoli i tre arcangeli furono celebrati in date diverse. Nel 1969 la riforma della liturgia li riunì proprio in quel giorno. Il 2 ottobre rimase agli angeli custodi, quelli che la Chiesa riconosce accanto a ogni persona, dall'inizio della vita fino alla morte.
È l'alba del 29 settembre. Chi ha cominciato la Quaresima di San Michele il giorno dell'Assunzione arriva stamattina alla fine del suo cammino di preghiera.
Nelle chiese, all'inizio della Preghiera eucaristica, il popolo canta il Sanctus, il triplice «Santo» con cui la Messa si unisce al canto degli angeli. Durante quel canto, la voce della terra e quella del cielo dicono la stessa cosa.
Poi, quando arriva la consacrazione, il centro della festa non sono più gli arcangeli. È Cristo, colui che essi servono.
La Chiesa non si limita a cantare con gli angeli. Nel Canone romano, la grande preghiera della Messa, invoca il loro aiuto. E quando accompagna uno dei suoi defunti nell'ultimo saluto, prega con queste parole: «In paradiso ti accompagnino gli angeli».
A Monte Sant'Angelo, quello stesso giorno, la spada lascia la mano dell'arcangelo. È quella della statua di marmo, che l'arcangelo tiene alzata sul mostro da più di cinque secoli. La portano in processione solenne per le vie del paese.
Non è una reliquia. È la spada di un'opera d'arte che la devozione porta alla luce del giorno.
A Roma, l'angelo di Castel Sant'Angelo ripone la sua nel fodero. Qui la spada attraversa le strade in mezzo al popolo.
Il combattimento contro il male ha una fine, ma ci raggiunge ancora: nella lotta che non vinciamo da soli, nella notizia che non sappiamo come accogliere, nel corridoio di un ospedale, nel figlio che parte da casa.
Per quelle ore, la Chiesa ci dà tre nomi: Michele, «Chi è come Dio?»; Gabriele, «forza di Dio»; Raffaele, «medicina di Dio». Tutti e tre parlano di Lui prima che di sé. E la vittoria che quella spada ricorda non è mai stata dell'angelo: fin dal principio appartiene a Dio.
Signore Dio, che hai inviato i tuoi arcangeli come messaggeri del tuo amore: Michele, che davanti al male lasciò il giudizio nelle tue mani e il cui nome domanda «Chi è come Dio?»; Gabriele, che portò a Maria l'annuncio del tuo Figlio; e Raffaele, che camminò accanto a Tobia e presentò davanti a te le preghiere di chi soffriva. Per la loro intercessione, liberaci dal male, apri il nostro cuore alla tua Parola e accompagna chi è in cammino, i malati e chi non vede più una via d'uscita. Per Gesù Cristo, nostro Signore.
San Michele, principe della milizia celeste; San Gabriele, messaggero dell'Incarnazione; San Raffaele, patrono dei viaggiatori; santi arcangeli, pregate per noi.
Amen.





