Vai al contenuto
FIDES VIVA

18 ottobre

San Luca, evangelista

Il compagno di viaggio di Paolo che scrisse un Vangelo e gli Atti

  • Lettura di 23 min
Dimensione del testo 100%
Aa
Dimensione del testo 100%
Capitoli
  1. 0:00Cercammo
  2. 4:18Paolo e noi
  3. 8:22Sia fatta la volontà del Signore
  4. 12:43Né il sole né le stelle
  5. 17:25Il caro medico
  6. 19:14Solo Luca è con me
  7. 21:26Un resoconto ordinato
  8. 25:22Una cassa di piombo
  9. 28:30Il pomeriggio in cui fu aperta l'arca
  10. 31:52Un cuore solo e un'anima sola

Luca, l'evangelista, viaggiò per anni accanto a Paolo e raccontò quei viaggi in un libro. Ma in quel libro non scrive mai il suo nome. Si lascia scoprire da una sola parola.

Succede di notte, a Troade, un porto sulla costa dell'Asia. Paolo, l'apostolo che portava il Vangelo di città in città, vede in visione un uomo della Macedonia che lo supplica di attraversare il mare e di aiutare la sua gente. Fino a quel momento, chi racconta i viaggi non compare. Nella frase successiva entra nel racconto e dice noi.

Quella parola porterà Luca sulla riva di un fiume della Macedonia, a quattordici notti di tempesta senza vedere il cielo, all'ultimo carcere di Paolo, a Roma. E lì, quando gli altri se ne saranno andati, sarà Paolo, e non Luca, a dire chi gli è rimasto accanto.

Cercammo

Quella parola nasce durante un viaggio rimasto senza strada. Verso l'anno 51, Paolo attraversa l'interno dell'Asia Minore con Sila e con Timoteo, un ragazzo che ha appena preso con sé. Vogliono annunciare Cristo nella provincia romana chiamata Asia, e lo Spirito Santo glielo impedisce. Piegano verso nord, e anche lì lo Spirito non li lascia passare.

Con due strade chiuse, scendono fino alla costa e arrivano a Troade, un porto aperto sul mare. Davanti a loro non c'è più terra. Ciò che accade dopo la visione dell'uomo della Macedonia lo scrive uno che è nel porto con loro. «Subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo».

Scrive «cercammo», al plurale. La visione l'ha avuta Paolo, ma la decisione di attraversare il mare è di tutti.

Quella voce è la voce di Luca. La memoria più antica della Chiesa lo dice figlio di Antiochia, la grande città della Siria, e medico di professione. La liturgia della sua festa aggiunge che nacque in una famiglia pagana, di quelle che onoravano gli antichi dèi, e che abbracciò la fede. Come arrivò a credere, e chi gli parlò per la prima volta di Cristo, nessuno lo ha tramandato. Quello che si vede è che, la prima volta che lo si sente, parla già come uno che Dio ha chiamato.

Fin dai primi secoli, la Chiesa riconosce in questo compagno di Paolo l'autore del libro che racconta questi viaggi e di uno dei quattro Vangeli. Non fu uno dei dodici apostoli, e non conobbe Gesù di persona.

Deciso il viaggio, salpano da Troade e fanno vela dritti verso l'isola di Samotracia. Il giorno dopo toccano terra a Neapoli, e da lì salgono a Filippi, una colonia romana, la prima città di quella parte della Macedonia. Vi restano alcuni giorni.

Un sabato, il giorno di riposo degli ebrei, escono dalla porta della città e vanno lungo il fiume, dove pensavano ci fosse un luogo di preghiera. Si siedono e parlano alle donne che si sono radunate lì. Una di loro, Lidia, commercia in porpora, la tintura preziosa dei mantelli di lusso, e viene dalla città di Tiatira. Adorava già il Dio d'Israele. Ascolta Paolo, e il Signore le apre il cuore.

Lidia riceve il battesimo con tutta la sua famiglia. Poi li prega di restare in casa sua, se davvero la ritengono fedele al Signore, e insiste tanto che non riescono a dirle di no. Tra gli ospiti di quella casa c'è Luca.

Paolo e noi

Un giorno, mentre vanno verso il luogo di preghiera, una ragazza comincia a seguirli gridando. È una schiava che ha uno spirito di divinazione, e i suoi padroni ricavano molto denaro dalle sue predizioni. Per giorni e giorni va dietro a Paolo e ai suoi, quelli che Luca chiama ancora noi, gridando per strada che quegli uomini sono servi del Dio Altissimo e annunciano la via della salvezza.

Paolo sopporta, finché, infastidito, si volta. Si rivolge allo spirito e gli ordina, nel nome di Gesù Cristo, di uscire dalla ragazza. Lo spirito esce in quello stesso istante.

Con lo spirito se ne va anche il guadagno, e i padroni lo capiscono subito. Afferrano Paolo e Sila, soltanto loro due, e li trascinano davanti ai magistrati della colonia, che camminano scortati da guardie con fasci di verghe. Li accusano di essere giudei che mettono in subbuglio la città con usanze che i romani non possono accettare. I magistrati ordinano di strappare loro le vesti e di batterli con le verghe, e li chiudono nella cella più interna, con i piedi stretti nei ceppi, un legno con dei fori che impedisce ogni movimento.

A mezzanotte, al buio, Paolo e Sila pregano e cantano inni a Dio. Un terremoto scuote il carcere e spalanca le porte. Il carceriere crede che i prigionieri siano fuggiti e sta per togliersi la vita, e Paolo gli grida di non farsi del male, perché sono tutti lì.

Il carceriere chiede loro che cosa deve fare per essere salvato. Lava loro le ferite, riceve il battesimo con tutta la sua famiglia e li fa sedere alla sua tavola. Il giorno dopo, Paolo fa sapere che lui e Sila sono cittadini romani, che nessuno poteva battere senza processo, e pretende che i magistrati vengano di persona a farli uscire. Usciti, passano da casa di Lidia, incoraggiano i nuovi cristiani e lasciano la città.

Da quando hanno portato via Paolo e Sila, chi racconta tutto questo ha smesso di dire noi. Forse Luca rimase a Filippi per continuare ad annunciare il Vangelo. È ciò che suppongono gli studiosi, perché lui non lo racconta.

La voce che si era taciuta a Filippi torna a farsi sentire a Filippi. Sono passati alcuni anni. Finita la festa degli Azzimi, la settimana della Pasqua ebraica, Luca torna a scrivere noi, e da lì salpa con Paolo.

In cinque giorni arrivano a Troade, lo stesso porto di quella prima chiamata. Il primo giorno della settimana, la domenica, si riuniscono in una sala al piano alto per spezzare il pane, la messa di quei primi cristiani. La sala è piena di lampade. Paolo, che deve partire il giorno dopo, parla all'assemblea e prolunga il discorso fino a mezzanotte.

Ciò che accade allora, Luca lo vide. Un ragazzo di nome Eutico è seduto sul davanzale della finestra, e mentre Paolo parla si addormenta a poco a poco. Vinto dal sonno, cade dal terzo piano. Quando lo sollevano, è morto.

Paolo scende, si getta su di lui e lo abbraccia. Poi dice a tutti «Non vi turbate, è vivo!». Risale, spezza il pane, mangia e continua a parlare con loro fino all'alba. Riaccompagnano a casa il ragazzo vivo, e tutti si sentono molto consolati.

Alle prime luci, Paolo si rimette in cammino.

Sia fatta la volontà del Signore

In quel viaggio, Paolo ha fretta. Vuole essere a Gerusalemme per Pentecoste, la grande festa ebraica, e così non si ferma a Efeso. Dal porto di Mileto manda a chiamare gli anziani di quella Chiesa, i responsabili della comunità, che scendono fino alla costa.

Paolo ricorda loro di aver servito il Signore con umiltà e tra molte lacrime, e di essersi guadagnato il pane con le proprie mani. Ora va a Gerusalemme come incatenato dallo Spirito, senza sapere che cosa lo attende là. Di città in città, lo Spirito Santo lo avverte che lo aspettano catene e tribolazioni. Dice loro che non lo vedranno più, e li affida al Signore.

Prima di concludere, ricorda loro le parole del Signore Gesù, «Si è più beati nel dare che nel ricevere». Luca sente quella frase in quel porto e la mette per iscritto, come metterà per iscritto altre parole di Gesù che gli riferiranno i testimoni.

Poi Paolo si inginocchia e prega con tutti loro. Tutti piangono. Lo abbracciano e lo baciano, addolorati soprattutto perché non vedranno più il suo volto. Poi lo accompagnano fino alla nave.

Il vento li porta veloci di porto in porto, e poi, su un'altra nave, fino a Tiro, sulla costa della Fenicia. Lì trascorrono una settimana con i cristiani della città. Mossi dallo Spirito, dicono a Paolo di non salire a Gerusalemme.

Al momento del congedo, la comunità intera, con le donne e i bambini, si inginocchia con loro sulla spiaggia per pregare.

A Cesarea l'avvertimento non è più soltanto una parola. Il gruppo è ospite in casa di un cristiano del posto, e lì si trattiene molti giorni. Dalla Giudea scende un profeta, Agabo. Entra, prende la cintura di Paolo e con essa si lega i piedi e le mani. Dice che lo Spirito Santo annuncia che così, a Gerusalemme, legheranno il padrone di quella cintura e lo consegneranno ai pagani.

Allora tutti, i cristiani di Cesarea e anche quelli che viaggiano con lui, Luca tra loro, supplicano Paolo in lacrime di non salire.

Paolo li guarda e dice loro «Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore?» È pronto a essere legato, e anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù.

Poiché non riescono più a convincerlo, smettono di insistere e dicono l'unica cosa che resta da dire, «Sia fatta la volontà del Signore».

Qualche giorno dopo, fatti i preparativi, salgono con lui a Gerusalemme.

A Gerusalemme i cristiani li accolgono con gioia. Il giorno dopo, Paolo va con Luca e gli altri a trovare i responsabili di quella Chiesa, riuniti tutti in una casa. Racconta loro ciò che Dio ha compiuto tra i pagani, e loro, nell'ascoltarlo, glorificano Dio. Qui Luca, ancora una volta, smette di dire noi.

Pochi giorni dopo, nel Tempio, alcuni giudei venuti dall'Asia riconoscono Paolo. Sobillano la folla e lo accusano di aver fatto entrare dei pagani nel recinto sacro. Lo trascinano fuori e lo picchiano, finché arriva il tribuno, il comandante della guarnigione romana, con i suoi soldati. Il tribuno lo fa legare con due catene, come aveva annunciato Agabo con la cintura, e ordina di portarlo nella fortezza, mentre la gente grida di ucciderlo.

In cima alla scalinata, Paolo chiede il permesso di parlare. Si fa un grande silenzio, e lui parla loro in ebraico, con le catene addosso.

Né il sole né le stelle

Paolo resta in catene. Trascorre due anni prigioniero a Cesarea, la città dove Agabo lo aveva avvertito con la cintura, e alla fine chiede di essere giudicato da Cesare, l'imperatore di Roma. Verso l'anno 60, nel porto di quella stessa città, la voce di Luca, rimasta in silenzio da Gerusalemme, torna a dire noi, e si stabilisce che si imbarchino per l'Italia. Luca sale a bordo insieme a Paolo.

Paolo e altri prigionieri sono affidati a un centurione di nome Giulio, un ufficiale romano al comando di cento soldati. Con Luca viaggia anche Aristarco, un macedone di Tessalonica. A Sidone, il primo scalo, Giulio tratta Paolo con umanità e gli permette di andare dai suoi amici.

Da lì in poi i venti soffiano contrari. Più avanti passano su una nave di Alessandria diretta in Italia, e avanzano a fatica fino a un luogo di Creta chiamato Buoni Porti. È già passato il digiuno degli ebrei, il giorno dell'Espiazione, quando cominciano le tempeste, e navigare è diventato pericoloso. Paolo avverte che il viaggio porterà danno al carico, alla nave e anche alle vite. Ma quel porto non è adatto a passarvi l'inverno, e il centurione dà più ascolto al pilota e al capitano della nave. Decidono di salpare.

Appena salpati, si abbatte su di loro l'Euroaquilone, un vento forte di nord-est. La nave non riesce a tenergli testa, e la lasciano andare alla deriva. I marinai passano delle funi sotto lo scafo perché non si apra. Poi gettano in mare parte del carico, e quindi, con le proprie mani, l'attrezzatura della nave.

Passano i giorni senza che si veda il sole. Passano le notti senza stelle. La tempesta non si placa. A bordo, anche Luca e i suoi compagni perdono ogni speranza di salvarsi.

Da molto tempo nessuno mangia. Allora Paolo si alza in mezzo a tutti. Racconta che gli è apparso un angelo del Dio al quale appartiene e che serve. L'angelo gli ha detto di non temere, che deve comparire davanti a Cesare, e che Dio gli fa dono della vita di tutti quelli che navigano con lui.

Così arriva la quattordicesima notte. I marinai calano lo scandaglio, una corda con un peso per misurare il fondale, e trovano venti braccia, la misura di due braccia aperte. Poco più avanti, quindici. La terra è vicina. Gettano quattro àncore da poppa e aspettano che faccia giorno.

Alcuni marinai tentano allora di fuggire con la scialuppa. Paolo se ne accorge e avverte il centurione e i soldati che, se quegli uomini non restano sulla nave, nessuno potrà salvarsi. I soldati tagliano le funi e lasciano cadere la scialuppa in mare.

All'alba, Paolo prega tutti di mangiare. Sono quattordici giorni che aspettano quasi senza toccare cibo. Assicura loro che neppure un capello del capo di nessuno andrà perduto.

Prende del pane. Rende grazie a Dio davanti a tutti. Lo spezza, e comincia a mangiare.

È il gesto di quella sala piena di lampade a Troade, ora sul ponte di una nave perduta. Tutti si fanno coraggio e mangiano anche loro. Sono duecentosettantasei persone.

Quando hanno mangiato, gettano in mare il frumento che la nave trasportava, per alleggerirla. Con la luce vedono un'insenatura con una spiaggia e cercano di portarvi la nave. Ma si incagliano. La prua resta conficcata nel fondale, e la poppa si sfascia sotto i colpi delle onde.

I soldati vogliono uccidere i prigionieri perché nessuno fugga. Il centurione Giulio glielo impedisce, perché vuole salvare Paolo. Chi a nuoto e chi aggrappato alle tavole della nave, tutti arrivano a terra.

Neppure uno dei duecentosettantasei è andato perduto. L'isola si chiama Malta.

Il caro medico

Di quelli che sono usciti vivi dal mare, due proseguono con Paolo fino a Roma, Aristarco, il macedone, e Luca. Nella capitale dell'impero, Paolo aspetta il processo sotto custodia per altri due anni, e Luca è spesso al suo fianco.

Da quella prigionia Paolo scrive a comunità lontane, e alla fine di ogni lettera lascia che salutino quelli che ha intorno. È lì che compare finalmente il nome dell'uomo che nel suo stesso libro non ha mai detto chi fosse.

Ai cristiani di Colossi, una città dell'Asia Minore, Paolo manda i saluti di Luca, il caro medico, e anche di Dema, un altro dei suoi compagni.

Sono due parole, medico e caro, dette di passaggio, alla fine di una lettera. La prima dice che mestiere faceva quel compagno. L'altra, che cosa era per il prigioniero che scrive la lettera.

Per la prima di queste parole, oggi la Chiesa invoca Luca come patrono dei medici e di tutti quelli che si prendono cura dei malati. In Brasile, nel giorno della sua festa, si celebrano messe per loro.

Di nuovo in quella prigionia romana, un'altra lettera si chiude allo stesso modo. È indirizzata a un solo uomo, un amico di Paolo. Gli mandano i saluti Marco, Aristarco, Dema e Luca, che Paolo chiama suoi collaboratori, quelli che lavorano con lui per il Vangelo.

Luca viene nominato accanto a Marco, l'uomo che dà il nome a un altro dei quattro Vangeli.

Sono quattro compagni intorno a un prigioniero, e Paolo li nomina uno per uno.

Solo Luca è con me

Nelle lettere di quella prima custodia, Dema mandava i saluti accanto a Luca. Più tardi, al tempo dell'imperatore Nerone, Paolo è di nuovo prigioniero a Roma, e questa volta è l'ultima prigionia. Da lì scrive a Timoteo, il giovane che camminava con lui quando a Troade comparve il noi.

Paolo fa il bilancio della sua vita. Dice a Timoteo che ha combattuto la buona battaglia e che ha terminato la corsa. Poi gli chiede di venire presto a trovarlo, e gli racconta chi se n'è andato e chi è rimasto con lui.

La lista è breve.

Dema, innamorato di questo mondo presente, ha abbandonato Paolo. Crescente è partito per la Galazia. Tito è andato in Dalmazia.

E allora Paolo scrive una frase soltanto.

«Solo Luca è con me».

La parola nata quella notte a Troade arriva fino a questo carcere di Roma. Per anni il compagno ha raccontato la storia senza dire chi fosse, nascosto dentro un noi che passava per il fiume, per la sala delle lampade, per la casa di Cesarea dove tutti piansero e per la nave alla deriva. Alla fine, il nome di chi è rimasto lo dice Paolo.

Così finisce il cammino di Paolo. Muore martire a Roma, nella stessa città dove viene crocifisso l'apostolo Pietro.

Di quell'ultima lettera resta la frase sul compagno. Ancora oggi, nella messa della festa di Luca, la Chiesa la rilegge ad alta voce, con Dema, con Crescente, con Tito e con l'unico che è rimasto.

Ciò che Paolo predicava di città in città non si perde con lui, e non si perde nemmeno ciò che raccontarono quelli che avevano visto Gesù con i propri occhi, perché l'uomo rimasto al fianco di Paolo ha messo tutto per iscritto.

Un resoconto ordinato

Alla fine del secondo secolo, a Lione, in Gallia, il vescovo della città, Ireneo, mette in fila i Vangeli che si leggono nelle Chiese e indica per ciascuno la sua origine. Del terzo dice che Luca, il compagno di Paolo, raccolse in un libro il Vangelo che Paolo predicava.

Quel libro comincia come una lettera. Si rivolge a un uomo di nome Teofilo e, prima di raccontare qualsiasi cosa, gli spiega da dove viene tutto ciò che sta per leggere.

Racconta che molti avevano già cercato di mettere per iscritto ciò che era accaduto, così come l'avevano trasmesso quelli che lo videro fin dal principio. E poi parla di sé. «Così anch'io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teofilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.»

In quelle pagine ci sono scene che nessun altro Vangelo riporta. Il buon samaritano. Il figliol prodigo. Il mendicante Lazzaro della parabola, disteso alla porta del ricco. La donna che tutti additano come peccatrice e che, perdonata, lava i piedi di Gesù. Sono storie di poveri, di feriti e di gente che ritorna. Poi verrà un secondo libro, gli Atti degli Apostoli, che nomina di nuovo Teofilo e in cui, un giorno, comparirà la parola noi.

Quel compagno che non vide mai Gesù è anche colui che racconta di sua Madre ciò che nessun altro racconta. L'annuncio dell'angelo a Maria. Il suo viaggio per andare a trovare Elisabetta. Il suo canto, in cui Dio innalza gli umili e ricolma di beni gli affamati. La presentazione del Bambino al Tempio. E l'angoscia di Maria e di Giuseppe quando perdono il Bambino e lo cercano.

Il cuore che il Signore aprì a Lidia lungo il fiume ritorna in queste pagine come il cuore di una madre. Luca si sofferma due volte sullo stesso gesto, e lo scrive così.

«Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore».

Intorno a Luca è nata anche una memoria molto cara. In Oriente si raccontava fin dai tempi più antichi che l'uomo che scrisse quelle pagine avesse dipinto anche il volto della Madre di Dio, con il Bambino in braccio, su una tavola di legno.

A Bologna raccontano la loro storia di quella Madonna. Un eremita venuto da Costantinopoli salì sul Colle della Guardia con un'immagine dipinta su legno di cedro, che secondo loro era opera di Luca. L'immagine fu affidata a una donna della città, che volle con tutte le sue forze costruirle un santuario lassù.

Secoli dopo venne un tempo di piogge e di fame. I bolognesi portarono l'immagine giù in città con grande devozione. Il maltempo cessò, tornò il sole, e loro lo videro come un segno che la Vergine aveva pregato per loro.

Da allora, ogni anno, la Madonna di San Luca scende dal suo colle in processione e resta una settimana in mezzo alla sua gente. Per questa memoria di Luca pittore della Vergine, gli artisti lo considerano il loro patrono.

Nel santuario, gli affreschi dell'abside di Vittorio Bigari mostrano san Luca che dipinge l'immagine della Vergine su una tavola sorretta dagli angeli.

Una cassa di piombo

Il libro di Luca passa da una Chiesa all'altra, e in tutte viene letto. Della sua vita, invece, arriva molto meno. I cristiani dei primi secoli ricordarono la sua vecchiaia, e non la ricordarono allo stesso modo.

Alcuni raccontano che non si sposò, che scrisse il suo Vangelo in Acaia, in Grecia, e che morì a settantaquattro anni, pieno di Spirito Santo. Altri dicono che visse fino a ottantaquattro anni, a Tebe, una città della Grecia, e c'è chi aggiunge che morì martire, anche se nessuno lo sa con certezza. Da questa memoria viene la tomba di pietra, un antico sarcofago che i cristiani di Grecia venerano come il suo primo sepolcro.

Ma le sue ossa non rimasero a Tebe. Nel quarto secolo furono portate a Costantinopoli, la nuova capitale dell'Impero, insieme a quelle dell'apostolo Andrea, e deposte nella basilica dei Santi Apostoli. Alla fine di quello stesso secolo lo annota San Girolamo, uno dei grandi maestri della Chiesa antica.

A un certo punto quelle ossa viaggiarono verso Occidente, e la traccia successiva riaffiora sottoterra. Nel dodicesimo secolo, nel cimitero accanto alla chiesa di Santa Giustina a Padova, nel nord Italia, viene alla luce una cassa di piombo. Secondo il racconto del ritrovamento, all'esterno porta incisi alcuni vitelli e una doppia croce, e all'interno il nome dell'evangelista. Da questi segni la riconoscono come la cassa di Luca.

Più di un secolo dopo, l'abate del monastero di Santa Giustina fa costruire per quei resti una dimora degna, un'arca di marmo. La sorreggono quattro angeli, e nei suoi rilievi compaiono la figura di Luca, angeli con fiaccole e alcuni buoi scolpiti. Quell'arca è ancora lì, nella basilica, dove i fedeli venerano san Luca.

Quei vitelli e quei buoi vengono da molto lontano. Ireneo, quel vescovo di Lione, aveva dato a Luca un animale, il vitello che si offriva in sacrificio nel Tempio di Gerusalemme, perché il suo Vangelo comincia con un sacerdote, Zaccaria. Da qui il bue che lo accompagna nelle immagini.

Nel 1354 arriva a Padova una richiesta dell'imperatore Carlo IV, re di Boemia. Per la nuova cattedrale di San Vito, a Praga, la sua città natale, vuole il prestigio di una reliquia dei tempi degli apostoli. Il cranio di Luca lascia Padova e parte verso nord.

Il corpo resta nell'arca, senza testa. Per più di sei secoli, testa e corpo riposano in due paesi diversi, e a Tebe la tomba di pietra rimane vuota.

Il pomeriggio in cui fu aperta l'arca

Secoli dopo, il vescovo ortodosso di Tebe desidera deporre in quella tomba vuota un piccolo frammento dei resti di Luca, come gesto di amicizia tra la sua Chiesa e quella di Roma, e scrive a Padova per chiederlo.

A Padova, il vescovo cattolico della città ordina una ricognizione ufficiale delle reliquie, l'esame che la Chiesa compie su resti venerati, e chiama quattordici esperti. Li presiede un medico che studia il corpo umano dopo la morte.

Il pomeriggio del 17 settembre 1998 sollevano il coperchio dell'arca, che non veniva aperta da quasi cinque secoli. Dentro c'è la vecchia cassa di piombo, lunga quasi due metri, ancora sigillata, e al suo interno uno scheletro senza testa, ben conservato, di un uomo morto in età avanzata. Tra le ossa ci sono alcune monete antiche, una delle quali dell'anno 299, e uno degli esperti vi vede il segno che, in altri tempi, qualcuno aveva aperto la cassa e poi l'aveva richiusa.

Restava aperta la domanda lasciata dal viaggio della testa. Il cranio di Praga e il corpo di Padova appartenevano allo stesso uomo? Portano il cranio da Praga, lo accostano allo scheletro, e combacia con la prima vertebra del collo. Testa e corpo, separati al tempo dell'imperatore Carlo IV, tornano a essere uniti.

Gli esperti lavorano per quasi tre anni. Le ossa sono di un uomo alto un metro e sessantatré, con l'artrosi che lasciano gli anni. La prova del carbonio 14, che misura l'età delle ossa, le colloca tra la seconda metà del primo secolo e l'inizio del quinto. Il DNA che si eredita dalla madre indica un'origine siriana e non greca, e Antiochia, la città che la memoria antica gli attribuiva come patria, si trovava in Siria.

Dentro la cassa c'è anche una tavoletta di piombo, scritta in latino e in greco, copia di un'iscrizione più antica.

Dice «Ossa Lucae Evangelistae», le ossa di Luca evangelista.

Alla fine, la commissione conclude che non esiste un solo elemento contrario al fatto che si tratti dello scheletro di San Luca evangelista.

Le stesse analisi arrivano anche a Roma. Nel sesto secolo, un ambasciatore del papa a Costantinopoli aveva portato a Roma una testa venerata come quella di Luca. La prova del carbonio 14 mostra che è di secoli più recente di Luca. Non può essere la sua.

E la lettera di Tebe riceve la sua risposta. Nel 2000, una costola dello scheletro di Padova parte per la Grecia, fino al sarcofago che forse fu la prima tomba di Luca. Esce da una basilica cattolica ed entra nella tomba venerata da una Chiesa ortodossa. Due Chiese che non sono ancora unite si ritrovano, per un momento, davanti allo stesso santo.

Un cuore solo e un'anima sola

La prima cosa che Luca raccontò della Chiesa nel suo secondo libro accade a Gerusalemme. Quando Gesù è ormai stato portato in cielo, gli undici apostoli tornano dal monte degli Ulivi e salgono nella stanza al piano superiore di una casa. Lì perseverano insieme nella preghiera, con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù.

Arriva Pentecoste, il giorno in cui lo Spirito Santo scende su di loro. Poi quelli che hanno ricevuto il battesimo perseverano nell'insegnamento degli apostoli, nella vita comune, nelle preghiere e nello spezzare il pane, lo stesso gesto che Paolo compirà anni dopo, di notte, a Troade. Spezzano il pane nelle loro case con letizia e semplicità di cuore, e nessuno considera suo ciò che possiede. Tutto sta nella frase con cui Luca li descrive, «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola».

Quella frase torna a risuonare ogni 18 ottobre, il giorno della festa di Luca. Nella messa di quel giorno, davanti all'arca di Padova o in qualsiasi parrocchia del mondo, il sacerdote allarga le mani e si rivolge a Dio con una preghiera antica, scritta in latino. Gli ricorda che ha scelto Luca per rivelare, con la predicazione e con gli scritti, il mistero dell'amore di Dio per i poveri. Poi gli chiede che quanti già credono in Lui perseverino con un cuore solo e un'anima sola, e che tutti i popoli vedano la sua salvezza.

Ciò che Luca raccontò di quelle case di Gerusalemme, la Chiesa ora lo chiede per sé, con le stesse parole di Luca. E il compagno che nel racconto dei viaggi si era lasciato sentire soltanto con la parola noi viene chiamato per nome, a chiare lettere, nella preghiera di tutta la Chiesa.

Luca non scrisse mai il proprio nome nel suo libro, ma era sulla nave e, nell'ultima prigionia, accanto a chi soffriva.

San Luca, caro medico, tu hai cercato i testimoni e hai messo in ordine ciò che Gesù ha fatto e insegnato. Sei rimasto accanto a Paolo sulla nave alla deriva e nella sua ultima prigionia, quando gli altri se ne erano andati. Accompagna oggi i malati, chi se ne prende cura e chi è rimasto solo. Ottienici un cuore che custodisca la Parola come la custodiva Maria. E chiedi a Dio che tutti quelli che credono nel suo Figlio diventino un cuore solo e un'anima sola. Prega per noi. Amen.

Fonti

Fuentes primarias (siglos I–IV)

  • Conferencia Episcopal Española, Sagrada Biblia, Evangelio según san Lucas y Hechos de los apóstoles (2011) — conferenciaepiscopal.es
  • El Libro del Pueblo de Dios, Hechos 20–21 — Libreria Editrice Vaticana, vatican.va
  • R. A. Knox, The Holy Bible, Hechos 16 y 27 (ed. 2012) — Baronius Press / New Advent
  • San Ireneo de Lyon, Adversus haereses III,1 (c. 180) — New Advent
  • Eusebio de Cesarea, Historia eclesiástica III (s. IV) — New Advent
  • San Jerónimo, De viris illustribus 7 (392–393) — New Advent
  • Liturgia Horarum, fiesta de san Lucas, Vísperas — breviarium.info
  • Missale Romanum, ed. typica tertia (2002), colecta del 18 de octubre — catholiccrossreference.online

Fuentes hagiográficas y tradición

  • Santuario della Beata Vergine di San Luca, Guida alle opere (2025) — santuariodisanluca.it
  • Parroquia de San Vicente Ferrer (Madrid), blog, San Lucas (2021) — sanvicenteferrer.archimadrid.es
  • ACI Prensa, Santo del Día: San Lucas, Evangelista (2021) — angelusenespanol.com
  • Vatican News, s. Lucas, evangelista, médico, patrón de los artistas — vaticannews.va

Documentos eclesiásticos y estudios

  • Benedicto XVI, Audiencia general del 28 de diciembre de 2011 — vatican.va
  • Francisco, El ocaso del apóstol, meditación del 18 de octubre de 2013 — vatican.va
  • Catholic Encyclopedia, Gospel of Saint Luke (1913) — New Advent
  • L. Bianchi, San Luca testimone della fede che unisce, 30Giorni 02-2004 — 30giorni.it
  • S. Falasca, Luca riposa a Padova, 30Giorni 11-1998 — 30giorni.it
  • 30Giorni, San Luca, suplemento Ne scelse dodici (2007) — 30giorni.it
  • Abbazia di Santa Giustina, San Luca Evangelista (2024) — abbaziasantagiustina.org
  • Comune di Bologna, Santuario della Madonna di San Luca — storiaememoriadibologna.it
  • Iuncturae, La vicenda delle reliquie di San Luca Evangelista (2023) — iuncturae.eu

Iconografía

  • Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. copt. 9, f. 388v (miniatura de san Lucas) — vaticannews.va
  • Vittorio Bigari, frescos del ábside (1755–1764), Santuario de San Luca, Bolonia — santuariodisanluca.it
  • Arca de san Lucas (1313), basílica de Santa Giustina, Padua — abbaziasantagiustina.org

Contexto contemporáneo

  • La Santa Sede, León XIV — vatican.va
  • Arquidiocese de Juiz de Fora, programa de São Lucas (2026) — arquidiocesejuizdefora.org.br
  • Arquidiocese de São Salvador da Bahia, São Lucas Evangelista em Campinas de Pirajá (2024) — arquidiocesesalvador.org.br
  • Diocese de São Mateus, Festa do padroeiro São Lucas em Nestor Gomes (2024) — diocesedesaomateus.org.br
  • Secretaría de Cultura de México, Fiesta de San Lucas, Tixtla — sic.cultura.gob.mx
  • M. Raschi, Madonna di San Luca, la storia dell'icona, Il Resto del Carlino (2026) — ilrestodelcarlino.it

Il Vangelo e il santo del giorno, ogni mattina nella tua email

Inizia ogni giorno vicino a Cristo e ai suoi santi: il Vangelo della Messa e una vita che ispira. Gratis; ti disiscrivi quando vuoi.

Ti invieremo un’email di conferma. Ogni tanto, anche qualche avviso di Fides Viva. Puoi disiscriverti con un clic. Privacy

giovedì 29 ottobre · Vangelo

Gesù prosegue il suo cammino verso Gerusalemme e piange sulla città che uccide i profeti

In quel tempo, proprio quel giorno, si avvicinarono alcuni farisei a dire a Gesù: «Parti e vattene di qui, perché Erode vuole ucciderti». Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e…