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FIDES VIVA

30 settembre

San Girolamo

Dottore della Chiesa e autore della Vulgata, la Bibbia latina dell'Occidente

  • Lettura di 21 min
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Capitoli
  1. 0:00Un ragazzo di provincia innamorato di Cicerone
  2. 4:13Il deserto di Calcide: lacrime ai piedi di Gesù
  3. 8:55Di nuovo a Roma: l'incarico di papa Damaso
  4. 11:31Calunnie a Roma e una lettera dalla nave
  5. 15:29Betlemme: la mangiatoia e una casa per i pellegrini
  6. 18:27La Bibbia dall'ebraico
  7. 22:30La penna che feriva, il cuore che piangeva
  8. 25:17Betlemme nel cuore

Ha la febbre. In mezzo alla febbre si vede trascinato davanti a un tribunale. Qualcuno gli chiede chi è.

«Cristiano», risponde.

E dal seggio del Giudice arriva la voce: «Menti; tu sei ciceroniano, non sei cristiano».

Cicerone, il grande oratore dell'antica Roma, era lo scrittore che quell'uomo amava di più. Si chiamava Girolamo, e fu lui stesso, anni dopo, a raccontare quel sogno.

Oggi quasi tutti lo conoscono per altro. È il santo che tradusse la Bibbia, l'anziano a cui i pittori mettono un leone ai piedi. Ma in quella febbre aveva soltanto un verdetto piantato nel cuore, e tutta una vita davanti per dargli una risposta.

Come riuscì quell'uomo innamorato di Cicerone a donare alla Chiesa la Bibbia nella sua lingua, il latino, proprio accanto alla mangiatoia di Betlemme? E da dove viene quel leone?

Un ragazzo di provincia innamorato di Cicerone

Roma, metà del quarto secolo. La capitale di un impero che ormai si dice cristiano vede arrivare un ragazzo di provincia. Viene da Stridone, al confine tra la Dalmazia e la Pannonia, dove è nato intorno all'anno trecentoquarantacinque. La sua famiglia è cristiana e benestante, e lo manda a Roma a studiare retorica, l'arte di parlare e di scrivere bene.

A scuola scopre i classici latini, e soprattutto Cicerone. Il rotolo dell'oratore non gli cade mai di mano. Con grande cura e grande fatica, si costruisce a poco a poco una biblioteca tutta sua.

Ha a portata di mano anche la Bibbia, ma non intera: i cristiani di lingua latina la leggono a pezzi, in traduzioni parziali fatte dal greco. Accanto a Cicerone, quelle pagine gli suonano rozze e povere di stile. E la grande città gli offre in più la vita del mondo, con i suoi piaceri e il suo chiasso.

Ma la domenica Roma gli mostra altro. Con altri ragazzi della sua età, visita le tombe degli apostoli e dei martiri e scende nelle catacombe: gallerie scavate sotto terra, con i morti sepolti nelle pareti, da una parte e dall'altra. Laggiù la luce quasi non c'è. E perfino in quel buio, lo ricorderà lui stesso, gli torna in mente un verso di Virgilio, il poeta di Roma: «Ovunque l'orrore, e perfino il silenzio atterrisce».

In quella stessa Roma, ormai giovane adulto, riceve il battesimo. Anni dopo, scrivendo al papa, dirà di aver ricevuto lì «la veste di Cristo». Ma il suo tesoro resta sugli scaffali della sua biblioteca. Un giorno, un giudice glielo rinfaccerà.

Finiti gli studi, viaggia verso nord, fino a Treviri, una città imperiale sulle rive della Mosella. Lì incontra per la prima volta qualcosa che arriva dall'Oriente: uomini che lasciano tutto per vivere da soli nel deserto, dediti alla preghiera.

Tornato in Italia, ad Aquileia, si unisce a un gruppo di cristiani ferventi che vivono insieme. Lui li chiamerà il «coro di beati», cioè una compagnia di uomini felici. Tra loro c'è Rufino, il suo amico di gioventù. Condividono la fede e il desiderio di donarsi interamente a Dio.

Quando quel coro si disperde, Girolamo fa ciò che aveva visto a Treviri. Per il Regno dei cieli, lo racconterà lui stesso, lascia la casa, i genitori, la sorella, i parenti e, cosa che gli costa di più, il cibo raffinato a cui era abituato.

Una sola cosa non riesce a lasciare: la biblioteca che aveva raccolto a Roma. Con quella prende la strada dell'Oriente. Intorno all'anno trecentosettantaquattro passa per Antiochia e prosegue, fino a un deserto della Siria.

Il deserto di Calcide: lacrime ai piedi di Gesù

Il deserto si chiama Calcide. Ci sono valli profonde, monti scoscesi e rupi che il sole brucia fin dal mattino. Girolamo vive lì da eremita, cioè da monaco che abita da solo, lontano da tutto.

Anni dopo lo racconterà a una giovane di Roma, senza risparmiarsi nulla. Il digiuno lo ha ridotto all'osso. La veste di sacco ruvida che indossa gli deforma le membra. La pelle gli si è annerita per il sole e per l'incuria, e il volto è pallido e freddo. Eppure, in quella solitudine riarsa, l'immaginazione lo riporta ai piaceri di Roma, tra le danze delle fanciulle. Il corpo è quasi morto, ma il desiderio resta vivo.

Piange e geme ogni giorno. Si getta ai piedi di Gesù, li bagna di lacrime e li asciuga con i capelli. Si batte il petto per notti intere, finché, al rimprovero del Signore, torna la calma.

Cerca le valli più profonde e le rupi più aspre per pregare. Quelle rocce sono il suo oratorio, il suo luogo di preghiera. A volte, dopo molte lacrime, gli sembra di trovarsi tra i cori degli angeli, e canta di gioia. Non si vergogna di confessare la sua miseria.

I digiuni non gli bastano per calmare i pensieri. Così cerca un altro rimedio, e anche questo lo racconterà lui stesso: chiede a un fratello, che era stato ebreo prima di farsi cristiano, di insegnargli l'ebraico, la lingua in cui fu scritta la maggior parte dell'Antico Testamento.

Il giovane che si era nutrito dell'eloquenza di Cicerone torna a imparare l'alfabeto da capo. Deve pronunciare parole aspre e gutturali. Quante volte si scoraggia, quante volte lascia perdere e poi, per la voglia di imparare, ricomincia. Molto tempo dopo ringrazierà Dio: da quel seme gettato nell'amarezza, dice, raccoglie frutti dolci.

Ma in quegli anni di Siria c'è qualcosa che non è cambiato: i libri di Roma sono ancora con lui. Lui stesso confesserà che cosa faceva. Digiunava per poter poi leggere Cicerone. Dopo notti di veglia e di lacrime per i suoi peccati, riprendeva in mano Plauto, un autore di commedie. E quando apriva i profeti della Bibbia, il loro stile gli pareva rozzo e gli ripugnava.

«Poiché i miei occhi ciechi non vedevano la luce», scriverà, «pensavo che la colpa non fosse dei miei occhi, ma del sole».

A metà di una Quaresima, forse quella dell'anno trecentosettantacinque, su quel corpo indebolito si abbatte una febbre che lo riduce pelle e ossa. Lo danno per morto. Già preparano il suo funerale. Il corpo gli si va raffreddando, e il calore della vita batte ormai solo nel petto.

All'improvviso si sente rapito in spirito e trascinato davanti al tribunale del Giudice: il tribunale dell'inizio di questa storia. La luce è così forte che si getta a terra e non osa alzare gli occhi. Gli chiedono chi è; risponde che è cristiano, e si sente dire che mente. Ma il Giudice non si ferma lì. Aggiunge una frase del Vangelo: «Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore».

Poi ordina di flagellarlo. E più dei colpi, gli brucia la coscienza. Grida: «Abbi pietà di me, Signore, abbi pietà di me». Quelli che circondano il tribunale cadono in ginocchio e chiedono al Giudice di perdonare la sua giovinezza e di dargli il tempo di pentirsi.

Allora Girolamo giura, invocando il nome di Dio: «Signore, se mai avrò libri profani, o se li leggerò, ti avrò rinnegato».

E torna in sé. Quelli che lo vegliano lo vedono aprire gli occhi così pieni di lacrime che perfino gli increduli gli credono. Lui insiste che non fu un sogno vano: aveva le spalle livide e sentì i colpi a lungo dopo il risveglio.

Da allora, scrive, lesse i libri di Dio con più passione di quanta ne avesse messa nei libri degli uomini.

Di nuovo a Roma: l'incarico di papa Damaso

Esce dal deserto con due cose che gli sono costate care: un giuramento e una lingua nuova. Ad Antiochia viene ordinato sacerdote.

Dal deserto aveva già scritto a papa Damaso, il vescovo di Roma. In una Chiesa d'Oriente divisa in fazioni, gli diceva da che parte stava: «Chi aderisce alla cattedra di Pietro è mio». La cattedra è la sede da cui Pietro e i suoi successori guidano la Chiesa.

Nell'anno trecentottantadue Girolamo torna a Roma, e quel papa, ormai anziano, se lo trova davanti. Lo sceglie come segretario e consigliere. E presto gli affida qualcosa di molto più grande delle lettere papali: una nuova traduzione latina della Bibbia. La stessa Bibbia che da studente gli suonava rozza.

Sul colle Aventino, in casa di Marcella, una nobile vedova, un gruppo di donne delle grandi famiglie romane lo sceglie come maestro della Scrittura. Tra loro c'è Paola, anche lei vedova, con la figlia Eustochio.

Non si accontentano di ascoltarlo. Imparano il greco e l'ebraico. Paola ed Eustochio arrivano a leggere e a cantare i Salmi nella lingua in cui furono scritti. Le lettere che Girolamo compitava disperato tra le rocce della Siria ora risuonano, cantate, in una casa di Roma.

Eustochio decide di consacrare a Dio la sua verginità. E Girolamo le scrive una lunga lettera sulla vita che ha scelto. È la giovane a cui racconta il deserto e il tribunale della febbre. Nella stessa lettera le insegna a pregare: «Se preghi, parli con lo Sposo; se leggi, è lui che ti parla». Lo Sposo è Cristo.

Mentre insegna, porta avanti l'incarico del papa. Nell'anno trecentottantaquattro corregge il testo latino dei quattro Vangeli e fa una prima revisione del Salterio, il libro dei Salmi. Il giovane a cui la Bibbia pareva rozza passa ora le giornate a pesarne ogni parola. Lì comincia il lavoro che, con gli anni, diventerà la Vulgata.

Nel cerchio dell'Aventino c'è anche Blesilla, un'altra figlia di Paola. È rimasta vedova a vent'anni e decide di consacrarsi a Dio. Pochi mesi dopo, Girolamo dovrà scrivere a Paola una lettera che nessuno vorrebbe mai scrivere.

Calunnie a Roma e una lettera dalla nave

Blesilla muore poco tempo dopo essersi consacrata a Dio. Girolamo scrive a Paola per consolarla, e confessa di farlo tra le lacrime: si definisce padre spirituale di Blesilla. Ma nella lettera ricorda anche ciò che si sentì dire al funerale.

Paola svenne, e dovettero portarla fuori dal corteo. E tra la gente correvano mormorii: quella ragazza l'ha uccisa il digiuno. Alcuni andavano oltre: «Fino a quando non cacceremo da Roma questi detestabili monaci? Perché non li prendiamo a sassate o non li gettiamo nel Tevere?».

Per questo Girolamo chiede alla madre qualcosa di più difficile che piangere insieme: di moderare il suo dolore. Un dolore senza misura darebbe a quella gente l'occasione che cerca. E l'uomo che guida queste donne nella Scrittura è al centro di tutti gli sguardi.

Finché Damaso è vivo, le critiche hanno un limite. Nel dicembre dell'anno trecentottantaquattro l'anziano papa muore.

Allora viene allo scoperto tutto ciò che la penna di Girolamo aveva ferito. Per anni ha criticato duramente molti, e ora quelle parole gli si ritorcono contro. L'invidia e l'incomprensione fanno il resto. Lui stesso racconterà che gli si rimproverava tutto: «c'era chi attaccava il mio modo di camminare o di ridere».

L'accusa più grave prende di mira la sua amicizia con Paola. Un uomo lo accusa e poi ritratta. Ma molti che avevano creduto a quell'uomo quando mentiva non gli credono quando si smentisce. La vita che Girolamo aveva a Roma diventa impossibile, e lo spingono fuori.

Agosto del trecentottantacinque. Nel porto di Ostia, alla foce del Tevere, una nave sta per salpare. Girolamo è già a bordo. Scrive in tutta fretta ad Asella, una delle donne dell'Aventino, che resta a Roma.

È sopraffatto dal dolore e dalle lacrime. Le ricorda che, prima di conoscere Paola, quasi tutti a Roma lo ritenevano degno di diventare vescovo. E le dice che nessun'altra nobildonna della città era riuscita a domarlo: solo Paola, con la sua penitenza.

L'uomo che la città voleva vescovo se ne va da accusato.

Eppure la lettera non finisce nella vendetta. Girolamo rende grazie a Dio di essere degno dell'odio del mondo. Poi chiede ad Asella di pregare per lui, perché possa arrivare a Gerusalemme, la città dove Cristo è morto ed è risorto.

Con il molo di Ostia restano alle spalle il segretario del papa, il maestro dell'Aventino e il vescovo che forse sarebbe stato. Ciò che viaggia con lui, su quella nave, è la gratitudine.

Quello stesso anno, a Portus, l'altro porto di Roma, anche Paola sale su una nave diretta in Oriente.

Sulla riva restano i suoi figli. Il piccolo Tossozio le tende le mani da terra. Rufina, sua figlia, piange. Paola alza gli occhi al cielo e vince il suo amore di madre con l'amore per Dio.

Girolamo non è su quella riva. Anni dopo racconterà quel distacco gesto per gesto: le mani del bambino, le lacrime della figlia, lo sguardo della madre rivolto in alto.

In Oriente le loro strade si incontrano. E il pellegrinaggio li porta in una piccola città della Giudea chiamata Betlemme.

Betlemme: la mangiatoia e una casa per i pellegrini

A Betlemme, Paola scende nella grotta dove è nato Cristo. Girolamo è accanto a lei.

La grotta è piccola, di roccia. Paola guarda la mangiatoia e afferma, davanti a Girolamo, di vedere lì, con gli occhi della fede, il Bambino. Vede i Magi. Vede la stella. Vede la Madre vergine e Giuseppe.

Poi scoppia a piangere. E in mezzo alle lacrime le sale la gioia. Anche lei, esclama, una peccatrice, è stata trovata degna di baciare la mangiatoia in cui pianse il Signore bambino, e di pregare in questa grotta.

Paola bacia la mangiatoia.

Girolamo ha passato metà della vita tra parole scritte. In questa grotta la Parola di Dio si fece carne e pianse come un neonato.

Lui custodisce ciò che ha udito. Lo metterà per iscritto molto più tardi, quando Paola non potrà più raccontarlo.

Da lì continuano a percorrere la Terra Santa e si spingono fino in Egitto. Ma tornano a Betlemme, e questa volta per restarci. Nell'anno trecentottantasei, con i beni di Paola, sorgono un monastero maschile, uno femminile e una foresteria per i pellegrini che arrivano da ogni parte nei luoghi di Cristo.

Girolamo spiegherà perché vollero quella casa. La costruirono, scrive, «pensando che Maria e Giuseppe non avevano trovato un luogo dove alloggiare».

L'uomo rimasto senza un posto a Roma ora è colui che apre la porta.

Secoli dopo, i pittori gli daranno due cose che non ebbe mai. La prima è un mantello rosso da cardinale: con quella porpora volevano dire che aveva servito accanto al papa, come membro del clero di Roma. Ma ai suoi tempi quella porpora non esisteva ancora.

La seconda è il leone. Arrivò molto più tardi, con una leggenda del Medioevo: un giorno nel monastero di Betlemme entra un leone con una ferita alla zampa; Girolamo gliela fa curare, e l'animale, riconoscente, resta a vivere con i monaci. Quella storia prima si raccontava di un altro monaco, e con i secoli passò a Girolamo. I pittori l'accolsero volentieri: una belva mansueta accanto all'uomo dei libri.

Quello che vide in quella casa un viaggiatore della Gallia, Postumiano, che visse alcuni mesi con lui, non fu affatto un leone. Lo raccontò in poche righe: «È tutto nella lettura, tutto nei libri; non si riposa né di giorno né di notte; legge o scrive sempre qualcosa».

La Bibbia dall'ebraico

È lo stesso uomo che, da studente, restava incantato da una frase di Cicerone. La passione per le parole è rimasta intatta. Ciò che è cambiato è il libro che ha davanti.

Verso l'anno trecentonovanta intraprende il compito più lungo della sua vita. L'Antico Testamento che leggevano i cristiani di lingua latina veniva dal greco, dalla versione dei Settanta. Girolamo decide di risalire più indietro: tradurlo direttamente dall'ebraico, quella lingua aspra che nel deserto gli era costata tanta fatica imparare.

Gli ci vorranno circa quindici anni, fino al quattrocentocinque.

Ha sotto mano la grande opera di Origene, un maestro cristiano di Alessandria, che disponeva il testo ebraico in colonne, accanto alle traduzioni greche, per confrontarle. Riga per riga, guarda una colonna e poi l'altra. Soppesa ogni parola. Torna indietro.

In quei primi anni compie un passo decisivo. Aveva considerato ispirata la traduzione greca, e ora smette di farlo. Per lui ispirato è soltanto l'originale.

Le sue regole sono semplici ed esigenti. Rispetta perfino l'ordine delle parole, perché nella Scrittura, scrive, quell'ordine «è un mistero». E quando i manoscritti latini o greci non concordano tra loro, torna alla fonte: all'ebraico o al greco originale.

Tutto questo lo fa pregando. Chiede a Dio che la sua traduzione nasca con lo stesso spirito con cui furono scritti i libri.

Così risponde, con gli anni, al giudice di quella febbre. Il talento per la bella frase, che lo allontanava dalla Scrittura, ora è al suo servizio. Non cerca più che il testo suoni come Cicerone. Cerca che dica ciò che Dio ha voluto dire.

All'inizio non tutti accolsero bene la sua traduzione. A Oea, una città sulla costa dell'Africa che oggi è Tripoli, un vescovo fa leggere in chiesa il libro di Giona nella nuova versione. C'è un passo che tutti conoscono a memoria: la pianta che Dio fa crescere per dare ombra al profeta. Avevano sempre sentito «zucca». Ora sentono «edera».

Scoppia un tale tumulto che il vescovo rischia di restare senza fedeli, e deve correggere il passo. A raccontarlo a Girolamo, in una lettera, è Agostino, il grande vescovo di Ippona. E Girolamo gli risponde che l'ebraico non dice zucca: nomina un arbusto dalle foglie grandi, che cresce in fretta e si regge da solo.

Col tempo la sua versione divenne patrimonio comune. È la Vulgata, la traduzione latina che finì per diventare il testo di tutta la Chiesa d'Occidente. Per secoli, nei monasteri, nelle cattedrali e nelle parrocchie, la Scrittura si lesse con le parole che lui aveva soppesato a Roma e a Betlemme.

Più di mille anni dopo, nel sedicesimo secolo, i vescovi riuniti nel Concilio di Trento la dichiararono «autentica»: la versione latina che la Chiesa riteneva affidabile per leggere, predicare e insegnare in pubblico.

Che cosa animasse quegli anni senza riposo, davanti alle colonne di ebraico e di greco, lo disse lui stesso nella sua frase più ripetuta:

«L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo».

Ma la stessa penna che serviva la Parola sapeva anche ferire. Tra coloro che finirono per scontrarsi con lui c'era un amico dei giorni di Aquileia: Rufino.

La penna che feriva, il cuore che piangeva

Tra i due vecchi amici si mise di mezzo Origene, il maestro delle colonne. Aveva lasciato opere immense e anche idee discusse. Girolamo lo aveva tradotto e se ne era servito nel suo lavoro. Rufino, che ammirava Origene, chiese a Girolamo di giustificare quell'uso.

Girolamo rispose in fretta e con parole dure.

Gli scritti andavano e venivano, e ogni risposta accendeva la successiva. Verso l'anno quattrocentouno, l'uomo di Betlemme continuava a difendersi e ad attaccare con la penna. Di quel «coro di beati» di Aquileia, tra loro non restava che una disputa amara.

Non fu l'unica ferita aperta dalla sua penna. In un libro contro un altro scrittore parlò del matrimonio con espressioni sprezzanti, e già al suo tempo ci furono cristiani che glielo rimproverarono.

Papa Francesco riconobbe senza giri di parole gli eccessi di Girolamo, un linguaggio che a volte arrivò a essere violento. E ricordò, al tempo stesso, ciò che quell'uomo cercava in fondo: una pace di Cristo, senza inimicizie.

Nel gennaio dell'anno quattrocentoquattro, nel mezzo di quelle battaglie, muore Paola. La donna che con i suoi beni aveva costruito la casa dei pellegrini non è più a Betlemme.

Girolamo promette a Eustochio, la figlia di Paola, una lettera che racconti chi è stata sua madre. Ma quando prende la penna, non ci riesce. Le dita gli si irrigidiscono, la mano gli ricade e le forze lo abbandonano. Deve dettarla. Gli ci vogliono due notti.

Alla fine, lui stesso avverte che lo stile gli è venuto rozzo, senza eleganza né grazia. Quella goffaggine, dice, è testimone del dolore di chi scrive. Il giovane che non si staccava da Cicerone non cerca più la bella frase: in quelle pagine comanda il dolore.

E in quella lettera rimasero custoditi il bambino che tendeva le mani dalla riva di Portus e le lacrime di gioia davanti alla mangiatoia. Ciò che Paola disse nella grotta è giunto fino a noi perché l'uomo che le stava accanto lo dettò per sua figlia.

È la stessa mano che aveva ferito un amico. Per Paola, quella mano non riesce nemmeno a reggere la penna.

Sul suo tavolo aspettano ancora i profeti. Gli stessi che, da giovane, accanto a Cicerone, gli sembravano rozzi.

Betlemme nel cuore

Sta lavorando proprio su di loro quando dall'Occidente arriva una notizia terribile: Roma è stata assediata e presa. Era la città della sua giovinezza e della sua biblioteca, quella che gli aveva affidato la Bibbia latina e che lo aveva visto partire tra le calunnie.

Lo scrive lui stesso: «La voce mi si attacca alla gola, e i singhiozzi mi spezzano le parole mentre detto. La città che ha conquistato il mondo intero è stata conquistata».

Nella stessa lettera racconta che cosa accadde a Marcella, la vedova dell'Aventino nella cui casa insegnava la Scrittura. Da quanto gli hanno riferito, alcuni soldati entrano in casa sua e le chiedono oro. Lei, ormai anziana, indica la sua veste povera: non ha nulla di nascosto. Non le credono, e la picchiano. E lei, ai loro piedi, supplica soltanto per la ragazza che vive con lei. Muore pochi giorni dopo, tra le braccia di quella ragazza.

Il lavoro andò avanti. Finì il commento a Isaia e poi si dedicò a Ezechiele. I suoi ultimi anni furono per Geremia.

Ma la penna gli riservava ancora un'ultima battaglia. Già anziano, aveva scritto contro i seguaci di Pelagio, un monaco che confidava così tanto nelle forze dell'uomo da lasciare poco spazio alla grazia di Dio. Nell'anno quattrocentosedici, secondo quanto Agostino venne a sapere, alcuni sostenitori di Pelagio assaltano i monasteri di Betlemme. Picchiano monaci e monache, uccidono un diacono e danno fuoco alle case. Girolamo si salva a stento, rifugiandosi in una torre ben difesa.

Tre anni dopo muore Eustochio, la figlia di Paola. Con lei se ne va l'ultima delle due donne che lo avevano seguito da Roma fino a Betlemme. Lui stesso scrive ad Agostino che la malattia e quella morte lo hanno fatto soffrire molto.

In quella terra lasciò scritta una frase che è quasi il suo ritratto: «Beato colui che ha Betlemme nel suo cuore, e nel cui cuore Cristo nasce ogni giorno».

Lo stesso papa che ne aveva riconosciuto gli eccessi raccontava di lui una storia, avvertendo che era apocrifa. In quella storia Girolamo chiede al Signore che cosa voglia da lui.

«Non mi hai ancora dato tutto», si sente rispondere.

Lui elenca ciò che ha già donato: questo, e questo, e questo. E il Signore gli risponde: «Manca una cosa: dammi i tuoi peccati, per avere la gioia di perdonarli ancora».

Un 30 settembre, intorno all'anno quattrocentoventi, Girolamo muore nella sua cella, accanto alla grotta della Natività. Muore ormai molto anziano, nella comunità che aveva fondato. Lo seppelliscono in una grotta vicina a quella della Natività, accanto a Paola ed Eustochio.

L'uomo che a Roma non aveva trovato posto si congeda dal mondo a pochi passi dal luogo dove neppure Maria e Giuseppe lo avevano trovato. Proprio lì, senza un posto, era nato Cristo.

La città che lo aveva visto partire custodisce oggi ciò che resta di lui. I suoi resti riposano a Roma, nella basilica di Santa Maria Maggiore, una delle grandi chiese dedicate alla Vergine.

Alla fine del Duecento, papa Bonifacio VIII stabilì che tutta la Chiesa celebrasse con particolare solennità la festa dei quattro grandi maestri dell'Occidente: Ambrogio, Agostino, Gregorio e Girolamo. È Dottore della Chiesa, un maestro della fede il cui insegnamento la Chiesa riconosce come sicuro per tutti.

Ogni 30 settembre la Chiesa intera ne celebra la memoria e ricorda il suo amore vivo e soave per la Sacra Scrittura.

Questa memoria non resta chiusa tra i libri. In alcuni luoghi ha strade, musica e gente in ginocchio.

I fedeli di Masaya, in Nicaragua, lo chiamano San Jerónimo Doctor, San Girolamo Dottore. Ogni anno, dal venti settembre al sette ottobre, tutta la città fa festa per lui.

I promesantes, quelli che vengono a mantenere una promessa fatta a lui, ballano al suono delle marimbe. Gli portano ex voto, offerte in ringraziamento di una grazia ricevuta, e vestono la sua immagine. Alcuni entrano in chiesa in ginocchio e recitano il rosario davanti alle immagini. Il giorno 30 scende in strada un torovenado, una danza popolare che esce soltanto quel giorno.

L'eremita che tra le rocce della Siria bagnava di lacrime i piedi di Gesù oggi è accolto da un popolo in ginocchio.

La parola «cristiano», a cui in sogno un giudice non volle credere, lui la mantenne poi con tutta la vita, pagina dopo pagina, fino a morire accanto alla mangiatoia di Betlemme.

Signore Gesù Cristo, che hai voluto nascere a Betlemme e parlarci nella tua Parola: tu hai accolto le lacrime di San Girolamo ai tuoi piedi e hai trasformato il suo amore per le parole in servizio alla tua Scrittura. Per sua intercessione, donaci un cuore che non si stanchi di ascoltarti nel Libro santo, che sappia offrirti anche i nostri peccati e che faccia posto a chi non ne ha, perché tu nasca in noi ogni giorno. San Girolamo, prega per noi. Amen.

Fonti

Fonti primarie (secoli IV–V)

  • San Girolamo, Lettera 22 a Eustochio (384) — trad. NPNF II/6, New Advent newadvent.org
  • San Girolamo, Lettera 39 a Paola — trad. NPNF II/6, New Advent newadvent.org
  • San Girolamo, Lettera 45 ad Asella (385) — trad. NPNF II/6, New Advent newadvent.org
  • San Girolamo, Lettera 108 a Eustochio (404) — trad. NPNF II/6, New Advent newadvent.org

Fonti agiografiche e tradizione

Documenti e studi ecclesiastici e accademici

  • Benedetto XVI, Udienza generale: San Girolamo (1) (2007) — Santa Sede, vatican.va
  • Benedetto XVI, Udienza generale: San Girolamo (2) (2007) — Santa Sede, vatican.va
  • Francesco, Lettera apostolica Scripturae Sacrae affectus (2020) — Santa Sede, vatican.va
  • Louis Saltet, «St. Jerome», The Catholic Encyclopedia, vol. 8 (1910) — Robert Appleton Company / New Advent
  • John Chapman, «Doctores de la Iglesia», Enciclopedia Católica — ACI Prensa ec.aciprensa.com
  • Dicastero per l'Evangelizzazione, «Basilica di Santa Maria Maggiore» (2025) — iubilaeum2025.va

Iconografia

  • Francesco, Scripturae Sacrae affectus (2020), sezione «La chiave sapienziale del suo ritratto» — Santa Sede

Contesto contemporaneo

  • Santa Sede, Biografia del Santo Padre Leone XIV (2025) — vatican.va
  • Conferenza Episcopale Argentina, scheda dell'Arcidiocesi di Córdoba (2026) episcopado.org
  • Diocesi di Segovia, «El Parral celebra el centenario de la restauración de los Jerónimos» (2025) — diocesisdesegovia.es
  • Ministero dell'Educazione del Nicaragua, Mapa del Arte y la Cultura: Masaya — mined.gob.ni
  • Arcidiocesi di Xalapa, «Fiesta patronal en honor de San Jerónimo» — arquidiocesisdexalapa.com

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