Oggi i detenuti invocano la Madonna della Mercede. Il suo nome è nato otto secoli fa, sulle rive del Mediterraneo, da un'opera molto concreta. Fare mercede significava andare di porta in porta a chiedere l'elemosina, moneta dopo moneta, fino a mettere insieme il prezzo di una persona prigioniera al di là del mare. E riportarla a casa.
I frati che compivano quest'opera nel nome di Santa Maria ricordano ancora un viaggio a Tunisi. Il denaro bastò per duecentonove prigionieri. Non per tutti. Uno di quei frati, Pedro de San Dionisio, rimase.
Rimase con quelli che non avevano potuto partire, perché non perdessero anche la fede.
Molti hanno sentito raccontare che la Vergine apparve una notte a un mercante di Barcellona. Quella notte la custodisce la memoria dell'Ordine. Accanto a essa restano le pergamene di quegli stessi anni, con i loro nomi e le loro date.
Com'è che il prezzo di un prigioniero è diventato un nome della Madre di Dio?
Moneta dopo moneta
Alla fine del dodicesimo secolo, il Mediterraneo separa regni cristiani e musulmani in guerra fra loro. Ci sono battaglie. Ci sono razzie, assalti rapidi per saccheggiare una costa e portare via la gente. E ci sono corsari che piombano sulle navi. Ogni attacco lascia persone catturate, da una parte e dall'altra: musulmani prigionieri in terre cristiane, cristiani prigionieri nel Nord Africa.
Il prigioniero è bottino. Viene venduto come schiavo. Viene messo al remo di una galea o ai lavori forzati. Viene rinchiuso in una segreta. Patisce la fame.
Per la Chiesa, però, c'era un pericolo più profondo della fame. Lontano da casa, un prigioniero cristiano poteva rinnegare: abbandonare la propria fede per pressione o per paura.
Esistevano strade per tirarli fuori di lì. In Aragona operavano gli exeas, e in Castiglia gli alfaqueques, agenti che negoziavano le liberazioni. Dall'ultimo terzo del dodicesimo secolo, per i prigionieri poveri la via abituale era la redenzione, cioè pagare un riscatto attraverso degli intermediari. In Francia lavorava già, con uno scopo simile, l'Ordine della Trinità, nato con san Giovanni de Matha.
Dopo la grande vittoria cristiana di Las Navas de Tolosa, nel 1212, arrivano anni di trattati e di tregue che rendono più facili i riscatti. Ma i corsari restano in mare, e un salvacondotto, il permesso scritto per viaggiare sotto protezione, può non valere niente. Nella Corona d'Aragona, le campagne del re in Maiorca e a Valencia coincidono con la fioritura delle opere di carità nate intorno all'anno 1200.
A Barcellona, i cronisti della Mercede collocano nel 1203 gli inizi di un uomo di nome Pietro Nolasco. Dal padre, Bernardo, aveva imparato il mestiere di mercante. Con altri laici, gente senza abito né voti, percorreva la Catalogna e l'Aragona raccogliendo elemosine, e ogni anno riscattava prigionieri. Era un commerciante che, invece di merci, comprava persone. Per restituirle ai loro cari.
Nel 1301 un re d'Aragona, Giacomo II, scrisse a papa Bonifacio VIII di quei primi compagni. Disse di loro che «avevano grande devozione a Cristo, che ci ha redenti con il suo prezioso sangue». Redimere era la stessa parola che usavano per il riscatto di un prigioniero. Loro pagavano con monete la libertà di un uomo. Quella di tutti, secondo la loro fede, l'aveva pagata Cristo con il suo sangue.
Si va a chiedere l'elemosina con i salvadanai, con i ceppi, cioè le cassette delle elemosine, e con i sacchi. La si chiede nelle chiese e agli incroci delle strade. Nelle logge, dove i mercanti concludono i loro affari. Nei mulini e nei forni, dove prima o poi passa tutto il paese con il suo grano o con il suo impasto. A chiedere escono aiutanti laici vestiti di bianco. E una confraternita, una fraternità di fedeli, si dedica all'elemosina per i prigionieri.
Poi viene la trattativa. Negoziare un riscatto richiede dai due ai quattro mesi. E ha un prezzo. Nel tredicesimo secolo, un prigioniero costa otto, dieci o quindici lire. Un cavallo ne costa quindici.
Una persona, quanto un cavallo.
Quella fraternità di laici, con i suoi sacchi e i suoi salvadanai, sarebbe diventata un Ordine approvato dal papa. I mercedari fanno risalire quel passo a una sola notte d'agosto.
Una notte d'agosto e le prime carte
Ormai Nolasco aveva alle spalle anni di strade e di riscatti, e il numero dei prigionieri continuava a crescere. Cercò nella preghiera come andare avanti. L'Ordine ha custodito per secoli ciò che accadde dopo. La notte del 1° agosto 1218, Maria, la Madre di Cristo, intervenne in modo speciale nella sua vita. Illuminò la sua intelligenza e mosse la sua volontà a trasformare quella fraternità di laici in un Ordine della Chiesa.
Il giorno dopo, il mercante si presentò al palazzo reale ed espose il progetto. Lo ascoltarono i consiglieri della corte. Il re, Giacomo I, aveva allora una decina d'anni.
Così i mercedari raccontavano la propria nascita. Il 10 agosto, davanti all'altare maggiore della cattedrale di Barcellona, sopra la tomba di Sant'Eulalia, il vescovo Berenguer de Palou accoglie Nolasco e i suoi compagni. Consegna loro l'abito bianco. Consegna loro anche la Regola di sant'Agostino, la norma di vita comune che avrebbero seguito, e la croce della sua cattedrale. Il re bambino dà loro il proprio stemma, i pali d'Aragona, e l'Ospedale di Sant'Eulalia. I primi frati emettono la professione proprio lì.
Con una domanda l'Ordine avrebbe sempre accolto chi bussava alla sua porta: «Vuoi ricevere l'abito di Santa Maria?». La risposta era brevissima: «Sì, lo voglio».
Quei primi frati erano convinti che Maria fosse intervenuta nella loro fondazione. Per questo la chiamarono Madre e Fondatrice.
Le pergamene di quegli anni parlano in un altro modo, con incarichi e con luoghi. La prima che nomina Nolasco è datata a Perpignano, nel 1226, e lo chiama «rettore dei poveri». Poi compare un legato, un lascito che qualcuno destina al riscatto dei prigionieri. Un altro scritto lo presenta come collettore e custode dell'elemosina degli schiavi. Nel 1232 un nobile di Barcellona compra un tratto di spiaggia vicino al porto e gliene fa dono. Lì, in riva al mare, sorgerà la casa di Sant'Eulalia. Nel 1234 Nolasco dirige già un ospedale per i prigionieri.
Il 17 gennaio 1235, a Perugia, papa Gregorio IX firma una bolla, una lettera solenne con il suo sigillo. È indirizzata al Maestro, fra Pietro Nolasco, e ai frati della casa di Sant'Eulalia di Barcellona. Conferma l'Ordine con la Regola di sant'Agostino. È il primo atto di Roma di cui si abbia certezza. La fraternità dei salvadanai è ormai un Ordine della Chiesa.
Quando Giacomo I conquista Valencia, nel 1238, è ormai un uomo. Dona allora a Nolasco alcune case e una moschea trasformata in chiesa. Così il re compare nelle carte dell'epoca: come protettore dell'opera.
Il ricordo della notte e della cattedrale tardò a essere messo per iscritto. Nel 1358 un altro re d'Aragona, Pietro IV, racconta in una lettera al papa la fondazione del 10 agosto, con il vescovo e con Giacomo I. Nel 1445 un frate dell'Ordine, Nadal Gaver, scrive la prima storia dei mercedari. Nelle sue pagine il racconto dell'apparizione viene finalmente fissato per iscritto.
Per l'età di quel re, e perché le prime pergamene portano la data del 1226, l'anno 1218 resta in dubbio. La memoria e le carte raccontano la stessa nascita con orologi diversi.
Nel diciassettesimo secolo alcuni domenicani sostennero che il vero fondatore era stato san Raimondo di Peñafort, un canonico di Barcellona che nel 1218 non era ancora domenicano e che in seguito servì il papa come giurista. Nel 1688 fu completata in cattedrale la pala d'altare della cappella della Mercede, e lì Nolasco compare inginocchiato davanti al re e a Raimondo. Nel 1920 un frate mercedario pubblicò una confutazione di quella tesi.
La memoria e le pergamene raccontano allo stesso modo il lavoro di quegli uomini al di là del mare. Portavano il denaro e pagavano. E quando il denaro non bastava, uno di loro restava in pegno.
Quelli che rimasero
I prigionieri già liberati salivano sulla nave e tornavano a casa anche se il loro riscatto non era stato pagato del tutto. In terre musulmane restava un frate come pegno, finché non fosse arrivato il denaro mancante. L'Ordine ricorda questa pratica come la novità di Nolasco. All'antica usanza di pagare i riscatti, lui e i suoi frati aggiunsero la propria persona.
A Tunisi, nel 1247, fra Pedro de San Dionisio non lavorava da solo. Era arrivato con un altro redentore, Bernardo de Pradas. In due riuscirono a far uscire duecentonove prigionieri. Altri restavano dentro, in grave pericolo di rinnegare la fede, e non c'era più nulla con cui pagare per loro. Bernardo prese il mare con i liberati. Pedro rimase in città, accanto a quelli che erano ancora prigionieri.
I suoi confratelli custodirono il ricordo della fine. Lo arrestarono. Lo trascinarono a bastonate per le strade. Fuori dalle mura, gli tagliarono la testa.
Nella memoria dell'Ordine vive anche fra Teobaldo de Narbona, un francese, insieme al suo compagno, Fernando de Portalegre. Nel 1253 trattavano riscatti in Nord Africa. Avevano dato la loro parola a due uomini potenti di una città di quella costa: avrebbero comprato i prigionieri che quelli tenevano. Ma il denaro fu speso per altri. Per bambini. Per donne. Per religiosi e cavalieri. Centoventinove persone uscirono libere.
I due notabili risposero con una trappola. Pagarono una giovane perché accusasse Teobaldo di averla ingannata con una promessa di matrimonio. La sentenza gli lasciava due vie: rinnegare la sua fede e sposarla, oppure morire sul rogo. Teobaldo morì bruciato e lapidato. Fernando fu bastonato e caricato a forza su una nave.
Nel 1255 papa Alessandro IV chiama questi frati «i nuovi Maccabei nel tempo della Grazia». I Maccabei sono quei fratelli che, nella Bibbia, preferirono morire piuttosto che tradire la loro fede.
Di un altro redentore, Pietro Armengol, i mercedari raccontano qualcosa di sorprendente. Prima di vestire l'abito era stato un brigante. Nel 1266 rimase come ostaggio a Bugia, un porto del Nord Africa. Il denaro non arrivò in tempo. Lo impiccarono.
Il giorno dopo arrivò fra Guillermo de Florencia con il riscatto. Trovò Armengol vivo, «per singolare protezione di Maria». Visse fino al 1304, con il collo storto per sempre.
Il 1° maggio 1272 l'Ordine mette per iscritto in catalano le sue prime Costituzioni, le norme della sua vita. Ne fissano lo scopo: visitare gli schiavi cristiani e liberarli. E chiedono a ogni frate una disposizione.
Che tutti «siano sempre lietamente disposti a dare la vita, se è necessario, come Gesù Cristo la diede per noi».
In quelle stesse pagine l'Ordine riceve anche il suo nome ufficiale. E quel nome comincia con la Vergine Maria.
La Mercede
Quel nome non uscì da nessun ufficio. A darlo fu la gente di Barcellona.
Il 29 aprile 1249 il vescovo della città autorizza i frati a costruire una chiesa dentro la loro casa-ospedale, su quel tratto di spiaggia accanto al porto. La dedicano a Santa Maria. Gli abitanti, invece, la chiamano per ciò che vedono fare lì ogni giorno.
A quel tempo «mercede» voleva dire un'opera concreta di misericordia: riscattare gli schiavi. In catalano, la lingua della strada, «fer mercè» significava liberare qualcuno dalla schiavitù. Per questo la gente chiamò quella chiesa, semplicemente, la Mercede. E la Vergine del suo altare, Santa Maria della Mercede.
È la stessa Vergine Maria, la Madre di Gesù. La novità è il titolo, il nome con cui la si invoca.
Su quel primo altare c'era una Vergine seduta con il Bambino, scolpita nel marmo e dipinta a colori.
Il 3 maggio 1258 il nome nato per strada entra in un documento di Roma. Una bolla di Alessandro IV, una lettera solenne del papa, chiama per la prima volta l'Ordine con il titolo di «Beata Maria della Mercede». Le norme del 1272 lo fissano: Ordine della Vergine Maria della Mercede della Redenzione degli Schiavi. Le stesse norme vestono i frati di lana bianca. È l'abito di Santa Maria.
Ogni giorno i frati recitavano l'Ufficio di Santa Maria, le preghiere della Chiesa dedicate a lei. Il sabato celebravano la Messa della Vergine e cantavano la Salve Regina, con ogni probabilità fin dai tempi di Nolasco.
Nel 1295, a Palma di Maiorca, la Madonna della Mercede prende un'altra forma: scolpita nella pietra, apre il suo manto e ripara sotto di sé un gruppo di persone.
Il 13 settembre 1361 il priore della Mercede di Barcellona commissiona una nuova pala d'altare, con un'immagine della Vergine che sostituirà quella di marmo. È la statua che Barcellona venera ancora oggi. È di legno dipinto a colori e dorato, e misura un metro e quaranta. La Vergine è seduta, con il Bambino sulle ginocchia e il manto chiuso da un fermaglio. Ha il capo scoperto e i capelli raccolti sulla nuca, perché era pensata per portare una corona di metallo. La statua è attribuita allo scultore Pere Moragues.
Tra i frati di Barcellona passò di generazione in generazione una tenera leggenda. Dicevano che, quando loro si addormentavano, la Vergine prendeva il loro posto nel coro. Era lei a recitare il mattutino, la preghiera prima dell'alba, e di notte benediceva le celle.
La chiamavano la Commendatrice del Coro, colei che lo presiedeva.
Un secolo prima di quella statua, nello stesso ospedale sul mare, una giovane di via Montcada aveva chiesto l'abito bianco.
Per mare, lungo i secoli
Si chiamava Maria de Cervelló. Il 25 maggio 1265 emise la professione, la promessa di appartenere a Dio per sempre, e fu la prima religiosa della Mercede. Il suo posto era l'Ospedale di Sant'Eulalia, tra poveri, malati e prigionieri che tornavano dall'altra sponda del mare. Lì servì fino alla morte, il 19 settembre 1290.
Il suo corpo, incorrotto, riposa ancora nella Basilica de la Mercè. Ogni 19 settembre viene mostrato ai fedeli.
Del fondatore, invece, non è rimasto nemmeno il sepolcro. Nel 1767, quando si demolì la chiesa gotica per costruire quella nuova, si scavò nelle fondamenta per cercarlo. Non venne trovato.
I suoi confratelli chiamarono Maria de Cervelló «del Socós», che in catalano vuol dire del Soccorso. Assicuravano che era stata vista, in vita e dopo la morte, accorrere in aiuto delle navi della redenzione in piena tempesta. Per questo i naviganti la considerano loro patrona.
Di una traversata del 1295, alla Mercede si raccontava l'intera storia. I redentori navigano verso Algeri quando li sorprende una tempesta. Si affidano a Santa Maria del Socós e ne escono vivi. Poi arrivano i corsari e si impadroniscono della nave. La scialuppa, con i frati e il denaro del riscatto, resta alla deriva finché non la raccolgono alcune navi genovesi. Ad Algeri riscattano novantasette prigionieri. Loro stessi finiscono in carcere. E tornano a Barcellona con tutti.
Anche in casa ci fu tempesta. Nel 1317 un capitolo, l'assemblea che governa l'Ordine, si spaccò in due. Alcuni volevano a capo un Maestro laico, come lo era stato Nolasco. Altri volevano un chierico, un religioso ordinato sacerdote. Nel gennaio 1318 decise papa Giovanni XXII: nominò Maestro Generale il chierico Raimundo Albert e lasciò i dirigenti laici alla guida delle loro case. Da allora la Mercede è governata da chierici.
Quello stesso anno, nel ricordo dei suoi confratelli, si mette in cammino fra Claudio de Tonelles. Percorre la Linguadoca, il Rossiglione e la Catalogna chiedendo l'elemosina. Porta uno stendardo con la Madonna della Mercede tra due prigionieri inginocchiati e un motto in latino:
«Haec est porta coeli», questa è la porta del cielo. Predica nelle piazze, e la gente finisce per chiamarlo fra Claudio de Portaceli.
Quattordici frati passano ad Algeri. Riscattano trecentoquarantasei prigionieri. Tredici di quei frati non tornano: restano per consolare e servire chi è ancora rinchiuso. Verso il 1334 erano morti lì, tutti.
L'elemosina non bastava mai del tutto. I beni dell'Ordine appartenevano agli schiavi. Nel 1424 la comunità di Barcellona decise di vendere i vasi sacri e i gioielli della sacrestia. Lasciò scritta la ragione: «perché prima bisogna conservare i vasi viventi».
Ogni redenzione aveva il suo rito. I redentori partivano con uno stendardo a due facce. Su una c'era Cristo crocifisso, oppure Cristo che scende al Limbo, il luogo dove i giusti attendevano la sua venuta. Sull'altra, la Vergine copriva con il suo manto i prigionieri. Venivano congedati con una cerimonia di invio.
Il ritorno era una festa. Ai riscattati si tagliavano capelli e barba, si davano vestiti nuovi e un po' di denaro per il viaggio. Sfilavano in processione con lo scapolare bianco della Mercede sul petto, e i redentori chiudevano il corteo. Si cantava il Te Deum, l'inno di ringraziamento. Poi si celebrava la Messa della Madonna della Mercede, con una predica che raccontava la redenzione dall'inizio alla fine.
Con il passare dei secoli, la promessa venne detta ad alta voce. A partire dalle norme del 1588 e del 1692, il frate che emetteva la professione pronunciava il quarto voto: restare in pegno, come ostaggio, se la redenzione lo richiedeva.
Nel 1577, ad Algeri, i redentori Jorge del Olivar e Rodrigo de Arce pagano la libertà di centosei prigionieri. Tra loro c'è un uomo di nome Rodrigo. Per suo fratello chiedono un prezzo troppo alto, e non riescono a liberarlo.
Olivar resta un anno come ostaggio. Diventa amico del fratello che non è potuto uscire. Insieme preparano una fuga, e la fuga fallisce.
Quel prigioniero si chiamava Miguel de Cervantes. Anni dopo avrebbe ricordato i frati della Mercede in due opere teatrali sulla sua prigionia, «I bagni di Algeri» e «El trato de Argel».
Ormai, dall'altra parte dell'oceano, i frati della Mercede camminavano già accanto alle prime fondazioni d'America, e là il nome della Vergine stava per cambiare.
Virgen de las Mercedes
La prima traccia si trova su un'isola. A Hispaniola si racconta da tempi antichi che nel 1495, dopo la prima battaglia di Colombo contro gli indigeni, avvenne il miracolo della Croce e apparve la Madonna della Mercede. In quel luogo, il Santo Cerro, sorse una cappella dedicata alla Mercede per volontà testamentaria di Colombo, stando a quella stessa memoria. I mercedari la considerano il loro primo santuario in America. Nel 1616 la Madonna della Mercede fu proclamata patrona di Santo Domingo.
Il cambiamento arrivò più a sud. Verso il 1536, in Perù, il nome compare per la prima volta al plurale. Dove prima si diceva la Merced, si comincia a sentire las Mercedes.
Sulla bocca della gente, la parola si allarga. Le «mercedes» sono i favori, le grazie che si chiedono alla Madre di Cristo. Così nasce la Virgen de las Mercedes.
Nel 1696 Roma estese la festa della Madonna della Mercede a tutta la Chiesa di rito latino e la fissò al 24 settembre.
Affacciato sul Pacifico, nel nord del Perù, il porto di Paita custodisce una storia tutta sua. La raccontano i suoi fedeli, e il suo arcivescovo, José Antonio Eguren, l'ha ricordata alla sua gente.
Nel 1741 arriva il corsaro George Anson. Saccheggia il porto e lo dà alle fiamme. Cerca di tagliare la testa all'immagine della Madonna. Ma la spada gli diventa molto pesante. Le lascia soltanto una ferita sul collo.
Anson porta l'immagine sulla sua nave. Scoppia una tempesta, e l'equipaggio la getta in mare. Il giorno dopo, gli abitanti la trovano sulla riva. La raccolgono e la portano in processione fino alla sua chiesa.
La ferita sul collo è ancora visibile. Nel 1960 l'immagine di Paita fu incoronata con l'approvazione della Chiesa.
Nel 1812 il generale Manuel Belgrano mette il suo esercito sotto la protezione della Madonna della Mercede. La battaglia di Tucumán arriva il 24 settembre, il giorno della sua festa. Belgrano vince.
Il 5 ottobre invia bandiere e stendardi alla chiesa della Mercede di Buenos Aires e organizza un novenario, nove giorni consecutivi di preghiera in ringraziamento. Il 27 ottobre la nomina Generalessa del suo esercito. E le consegna il suo bastone del comando, l'insegna che distingue chi guida le truppe.
Le repubbliche che stavano nascendo seguirono la stessa strada. Nel 1823 il primo Congresso del Perù la dichiarò Patrona delle Armi della Repubblica. Nel 1851 Quito la scelse come patrona contro i terremoti. Nel 1861 fu dichiarata patrona della Repubblica dell'Ecuador e delle sue Forze Armate, con il 24 settembre come festa nazionale.
In tutta l'America le sue immagini furono incoronate. Quella di Tucumán ricevette la corona un 24 settembre, nel 1912.
Quando Belgrano consegnava il suo bastone, già da tempo nessun frate della Mercede attraversava il Mediterraneo con il denaro di un riscatto. L'ultima redenzione di prigionieri dell'Ordine risaliva al 1779.
Dai prigionieri ai detenuti
Quell'ultima volta partirono due religiosi francesi, Domingo Pablo de Villa e Claudio de Chevillard. Andarono insieme ai trinitari, che anch'essi riscattavano prigionieri. A Tunisi pagarono la libertà di cinquantaquattro prigionieri. Ad Algeri, quella di ventiquattro. Da allora i frati della Mercede non ebbero più nessuno da riscattare al di là del mare.
L'opera non finì con le navi. I frati cercarono chi era ancora rinchiuso, e lo trovarono molto vicino, nelle carceri. In Messico, un provinciale dell'Ordine di nome Burguichani fu prefetto delle carceri. Fino al 1874 aveva accompagnato milledieci condannati a morte. Nel 1895 le norme dell'Ordine inclusero per iscritto il servizio ai detenuti.
A Barcellona, che dal Seicento aveva la Madonna della Mercede come patrona e la cui diocesi l'aveva dichiarata a sua volta patrona nel 1871, la sua immagine si trovava ancora nella basilica vicino al mare.
Nel luglio del 1936, nei primi giorni della guerra civile spagnola, la Basilica de la Mercè andò a fuoco. La statua gotica fu scaraventata sul tabernacolo, il luogo dove si custodisce l'Eucaristia, e poi a terra.
Il 27 luglio entrarono in chiesa Teresa Coll e tre agenti mandati dal consigliere José María España. Dissero che venivano a prendere la cassaforte. Uscirono con la Madonna, coperta da un lenzuolo.
La nascosero nella Capitanía, l'antico convento dei frati. Più tardi passò al museo di Montjuïc. Padre Luis Pelegrí, che aveva promosso quel salvataggio, fu assassinato il 29 marzo 1937.
Durante il restauro del 2021 e del 2022, mentre si puliva la statua, sulla fronte riaffiorò il colpo ricevuto in guerra, riempito di stucco. È ancora lì.
Il 27 aprile 1939 la Madonna della Mercede fu dichiarata patrona delle carceri in Spagna. Quello stesso anno un mercedario cominciò a servire come cappellano, il sacerdote che assiste i detenuti, nel carcere Modelo di Barcellona. Vi rimase vent'anni.
Nel 1969 la festa uscì dal calendario di tutta la Chiesa. Nel 1986 tornò nella Raccolta di Messe della Beata Vergine Maria, e l'Ordine, Barcellona e diversi paesi dell'America continuano a celebrarla. Quello stesso anno san Giovanni Paolo II parlò ai mercedari riuniti in capitolo. Disse che il loro titolo era «un meraviglioso programma di vita che parla di misericordia, redenzione, conversione, perdono».
Nel giugno 2026, durante la sua visita in Catalogna, papa Leone XIV entrò nel centro penitenziario di Brians 1 per incontrare persone private della libertà. Lo accolsero i cappellani e i volontari che le accompagnano. Un mercedario, padre Jesús Bel, gli rivolse alcune parole di benvenuto.
Il 20 settembre 2026 la statua gotica uscì dalla sua basilica e fu portata in processione fino alla cattedrale di Barcellona, dove il vescovo ausiliare David Abadías presiedette la Messa.
Ogni 24 settembre, nelle carceri della Spagna, si celebra l'Eucaristia della Mercede, la Messa in cui Cristo si dona per tutti. Papa Benedetto XV diffuse una breve invocazione alla Vergine: «Piissima Madre della Mercede».
La mercede cominciò come il prezzo pagato per la libertà di una persona. Oggi la si compie con ore di visita, con una parola, con una Messa nel cortile di un carcere.
In ognuna di quelle Messe, la Madre della Mercede resta accanto a chi aspetta di tornare a casa.
Santa Maria della Mercede, Madre del Redentore: i frati che attraversavano il mare nel tuo nome per riportare a casa i prigionieri ti chiamarono Madre. Guarda oggi i detenuti e le loro famiglie, chi è lontano dai suoi cari e chi vive qualsiasi prigionia del corpo o dell'anima. Ottienici dal tuo Figlio, che ci ha redenti con il suo prezioso sangue, la libertà dei figli di Dio e un cuore pronto a fare mercede. Madre della Mercede, prega per noi. Amen.





