A mezzogiorno, nel golfo di Lepanto, le galee si scontrano.
Lo stesso giorno, a Roma, chi non può combattere percorre le strade in processione, recitando il Rosario. È domenica 7 ottobre 1571. Per questo, ogni 7 ottobre, la Chiesa celebra la Madonna del Rosario.
Roma impiegherà due settimane per sapere chi ha vinto.
Ma quella preghiera è molto più antica della battaglia. È nata tra mani che tenevano il conto delle loro preghiere con dei sassi, e a essa è legato anche il nome di San Domenico. Chi la recita fa una cosa molto semplice: guarda Gesù insieme a sua Madre, grano dopo grano.
Nel luglio del 1917, in un paese del Portogallo, una Signora promise a tre pastorelli che a ottobre avrebbe detto loro chi era.
Come ha fatto una preghiera che si contava con i sassi ad avere un giorno tutto suo?
Sassi, Padre Nostro e una corona di rose
Nel deserto d'Egitto, nel quarto secolo, un sasso cade sulla sabbia. E poi un altro. A lasciarli cadere è un eremita di nome Paolo, un uomo ritirato nella solitudine per pregare. Si è proposto di recitare trecento preghiere al giorno. Per non perdere il conto, raccoglie trecento sassolini e ne lascia cadere uno ogni volta che termina una preghiera. E così, con qualche sasso, la preghiera comincia a essere contata.
Sette secoli dopo, nella grande abbazia di Cluny, in Francia, la preghiera dei monaci sono i salmi, i centocinquanta canti della Bibbia che la Chiesa recita fin dall'antichità. Li cantano in coro, di giorno e di notte. Ma nell'abbazia vivono anche dei fratelli conversi, e la maggior parte non sa leggere. Come faranno a recitare centocinquanta salmi? Quando muore un confratello, recitano per lui cinquanta Padre Nostro al posto dei salmi. È come un salterio per chi non sa leggere, fatto di preghiere brevi, ripetute e contate.
Maria è venerata fin dai primi secoli. Ma nel dodicesimo secolo il popolo comincia a ripeterle, più e più volte, le parole con cui l'angelo l'aveva salutata. L'Ave Maria entra così nel conto. Alcuni la recitano in ginocchio. Di sant'Alberto si racconta che si inginocchia cento volte al giorno, e ogni volta dice un'Ave Maria.
In Inghilterra, la regola di alcune donne che vivono rinchiuse in una cella accanto a una chiesa propone loro cinquanta Ave Maria, dieci alla volta. È la decina che ancora oggi si recita.
Ma contare tanto ha un pericolo, quello di pregare in fretta solo per arrivare al numero. Nel Medioevo circola la storia di Eulalia, una donna che recita centocinquanta Ave Maria ogni giorno. Un giorno, dice la storia, la Madonna le chiede di recitarne solo cinquanta, ma adagio. Non conta più il numero, ma ogni saluto.
Per contare non servono più i sassi. Nella Parigi del tredicesimo secolo ci sono intere corporazioni di artigiani che fabbricano cordicelle con grani, che chiamano «paternostri».
Di quello stesso secolo è una leggenda molto amata, che si racconta in tutta Europa. Un giovane monaco recita Ave Maria. Dalle sue labbra la Madonna coglie boccioli di rosa, uno a uno, e ne intreccia una ghirlanda per il proprio capo.
Per quell'immagine la preghiera si chiama rosario, che vuol dire corona di rose, come i fiori con cui i fedeli incoronano le immagini di Maria. La preghiera nata dai sassi nella mano di un eremita porta ormai un nome di fiori. Secoli più tardi, intere città vedranno incoronare le loro immagini della Madonna del Rosario.
Manca il nome che la tradizione legherà per sempre a questi grani. Per le strade della Francia del sud predica in quel tempo un frate castigliano, Domenico di Guzmán.
San Domenico, un certosino e un predicatore
Domenico va di paese in paese a parlare di Cristo a chiunque voglia ascoltarlo. In quelle terre si sono diffusi gli albigesi, un movimento che si è allontanato dalla fede della Chiesa.
Per secoli, nella festa del Rosario, la Chiesa ha letto questa storia, «come viene tramandato». Mentre gli albigesi infierivano sui sacerdoti del Signore, Domenico alzò gli occhi al cielo, verso la Vergine Maria. E ricorse a un modo semplice di pregare: il Rosario, chiamato anche Salterio della Vergine. Lei gli chiese di predicarlo ai popoli, come difesa contro le eresie e i vizi.
Il frate lo diffuse. E i fedeli, con il saluto dell'angelo sulle labbra e infiammati da quelle preghiere, cominciarono a trasformarsi in uomini nuovi.
È la scena che tanti quadri avrebbero poi raffigurato: la Madonna che mette il rosario nelle mani di Domenico. Ma i grani restano solo questo, grani. Ciò che darà loro un'anima nascerà molto più tardi, nella cella silenziosa di un monaco.
All'inizio del quindicesimo secolo, nella certosa di Treviri, in Germania, vive un giovane monaco di nome Domenico di Prussia. È un certosino, un monaco che passa quasi tutta la vita in silenzio, solo nella sua cella. Il suo superiore gli consiglia di recitare ogni giorno cinquanta Ave Maria. E al giovane viene un'idea semplice, scrivere cinquanta brevi frasi sulla vita di Gesù, una per ogni Ave Maria.
Così ogni Ave Maria apre una scena della vita di Gesù, dalla sua nascita alla sua risurrezione. Sono i misteri, che si contemplano un'Ave Maria dopo l'altra. Il conto è diventato sguardo.
Resta da mettere tutto in ordine. Una cinquantina d'anni dopo, un frate domenicano, Alano della Rupe, conosce nelle Fiandre quelle frasi dei certosini e se ne innamora. Le ordina in quindici gruppi di dieci Ave Maria, le decine, e fonda delle confraternite, gruppi di fedeli che pregano insieme e si aiutano. E dovunque passa racconta la storia della Madonna e di San Domenico. Dalla sua voce, quella storia passò ai conventi, alle confraternite e a tutta la Chiesa.
Nel 1569, a Roma, un papa che da giovane era stato frate domenicano mette per iscritto quella stessa storia in una bolla, un documento solenne con il sigillo papale. La firma per una Chiesa che vede «scossa da eresie» e «afflitta da tante guerre». Si chiama Pio V, e governa una Roma che guarda con paura l'avanzata della flotta ottomana.
Lepanto: quelli che non potevano combattere
Contro quell'avanzata, Pio V ha riunito diversi regni e repubbliche cristiane in un'alleanza: la Lega Santa. Le loro galee si radunano nel Mediterraneo al comando di don Giovanni d'Austria. Prima che prendano il mare, il Papa gli manda la sua benedizione e un consiglio che non ha nulla di strategico: lasciare indietro i soldati di cattiva condotta.
L'anziano vestito di bianco si prepara a modo suo: digiuna tre giorni alla settimana e passa ogni giorno molte ore in preghiera. Ha fatto pregare in tutte le chiese di Roma.
Ai romani, che non possono salire su una galea né impugnare un'arma, chiede di recitare il Rosario. Mentre l'armata della Lega va in cerca della flotta ottomana, in città i grani del Rosario scorrono tra le dita.
La prima domenica di ottobre, verso mezzogiorno, le due flotte si incontrano presso le isole Echinadi, all'ingresso del golfo di Lepanto. Combattono per circa tre ore. Alla fine vince la Lega.
Il prezzo è alto. Si calcola che la flotta cristiana perda circa settemilacinquecento uomini e diciassette navi, e che tra i ventimila e i trentamila turchi vengano messi fuori combattimento.
Sulle galee ottomane remavano, incatenati ai banchi, cristiani ridotti in schiavitù. Si calcola che tra i dodici e i quindicimila di loro, quel giorno, escano liberi dalle catene.
A Roma, quella stessa domenica, le confraternite del Rosario escono in processione, mentre lontano da lì si combatte in mare.
I primi biografi di Pio V raccontano che quel giorno, a battaglia finita, sta sbrigando alcuni affari con il suo tesoriere, Bartolomeo Busotti. All'improvviso il Papa si alza. Apre la finestra. Guarda il cielo per un istante. Poi si volta verso di lui: «Non è il momento degli affari; affrettatevi a ringraziare Dio, perché la nostra flotta ha appena vinto i turchi».
Ma nessun messaggero conferma ciò che il Papa ha detto alla finestra. Roma non sa nulla. I giorni passano, e nel palazzo l'attesa si fa dolorosa.
Sei giorni dopo la battaglia, l'unica notizia che raggiunge la città è che le due flotte sono vicine l'una all'altra. Nient'altro. Chi ha vinto, chi è morto, se si è arrivati a combattere: nessuno può dirlo.
Il Papa ordina di pregare giorno e notte in tutti i monasteri di Roma. E lui è il primo a farlo. Le notti si susseguono, con interi conventi in veglia a pregare per uomini che forse non sono più in vita.
Nella notte tra il 21 e il 22 ottobre, un corriere entra finalmente in città. Lo manda il nunzio a Venezia, il rappresentante del Papa presso quella repubblica. Porta la notizia della vittoria.
Il corriere la consegna al cardinale Rusticucci, che segue per il Papa gli affari di Stato. Non aspetta il mattino: fa svegliare il Papa.
L'anziano ascolta. E scoppia a piangere di gioia. Ciò che gli sale alle labbra è una frase del Vangelo.
«Nunc dimittis servum tuum in pace». Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace. Sono le parole del vecchio Simeone quando prese tra le braccia Gesù Bambino.
Pio V si alza dal letto. Si inginocchia e rende grazie a Dio. Poi torna a coricarsi, ma non riesce più a dormire.
Ora che la città sa, il Papa mette insieme le due cose. La battaglia è stata vinta la prima domenica di ottobre. Quello stesso giorno, le confraternite recitavano il Rosario per le strade di Roma.
Per Pio V la vittoria ha una sorgente: la Vergine Maria, che il suo popolo invocava grano dopo grano mentre altri combattevano. Fa suonare le campane. E ordina che ogni anno, in quell'anniversario, si ricordi la Madonna della Vittoria.
Così nasce la festa. La preghiera di chi non poteva combattere ha ormai il suo giorno.
Pio V non farà in tempo a celebrare il primo anniversario. Muore la primavera successiva, e oggi riposa a Santa Maria Maggiore, la grande basilica della Madonna a Roma. Sarà il suo successore a cambiare il nome di quella festa.
Dal nome di una vittoria al nome di una preghiera
I vincitori non si attribuirono la vittoria. A Venezia, sotto un dipinto della battaglia nel Palazzo Ducale, il Senato della repubblica fece scrivere: «Non la nostra potenza e le nostre armi, né i nostri condottieri, ma la Madonna del Rosario ci ha aiutati a vincere».
Nel 1573 i domenicani si rivolgono a Gregorio XIII, il successore di Pio V. Il Papa stabilisce che la prima domenica di ottobre si celebri la festa del Rosario nelle chiese che hanno un altare del Rosario.
La festa di una vittoria porta ormai il nome di una preghiera. Quel nome tornerà a risuonare, secoli dopo, in un campo del Portogallo.
A quel tempo la Madonna del Rosario ha già attraversato l'oceano. Nel Nuovo Regno di Granada, la terra che oggi è la Colombia, il pittore Alonso de Narváez l'ha dipinta su una tela di cotone tessuta da mani indigene. Ai lati della Madonna e del Bambino ha messo sant'Andrea e sant'Antonio di Padova.
La tela finisce in una cappella di Suta con il tetto di paglia. Più di dieci anni di umidità la lasciano sbiadita e confusa.
Anni dopo la portano a Chiquinquirá, ma è così rovinata che la lasciano abbandonata in una stanza che un tempo era stata un oratorio. In paese viene ad abitare una donna nata a Siviglia, María Ramos. Ripara il vecchio oratorio e appende la tela al posto d'onore della cappella, anche se quasi non si distingue che cosa rappresenti.
A Chiquinquirá si racconta, e la Chiesa colombiana lo custodisce come la propria storia, che il 26 dicembre 1586 María Ramos esce dall'oratorio. Proprio in quel momento passa di lì una donna indigena, Isabel, con il suo bambino. Guarda dentro e le grida:
«Guardi, guardi, Signora!».
María volge gli occhi verso il dipinto. L'immagine è circondata da vivi splendori. I colori sono tornati, con tutta la loro luce. Non c'è più uno strappo, non c'è più un buco.
Oggi la Madonna del Rosario di Chiquinquirá è la Patrona della Colombia, e i domenicani custodiscono quella tela.
La festa avrebbe continuato a crescere a ogni vittoria. Nel 1716 il principe Eugenio sconfigge di nuovo i turchi, in Ungheria, presso la fortezza di Peterwardein. È la mattina della festa della Madonna della Neve.
A Roma, Clemente XI vede in quella data l'intercessione della Madonna ed estende la festa del Rosario a tutta la Chiesa.
Ciò che era cominciato per le strade di Roma si celebra ormai in tutto il mondo cattolico. Ma un quadro del Rosario dovrà ancora viaggiare sul più povero dei carri. Nella seconda metà dell'Ottocento, accanto alle rovine di Pompei, vive un avvocato che si era allontanato dalla fede.
Pompei: l'avvocato e il quadro sul carro
Quell'avvocato si chiama Bartolo Longo. È già tornato alla Chiesa dopo essere passato per lo spiritismo, la pratica di evocare gli spiriti. Dal 1872 amministra le terre della contessa De Fusco nella Valle di Pompei, dove i contadini vivono sparsi tra masserie e casolari.
Il ritorno non gli ha portato la calma. Il 9 ottobre di quell'anno, la tempesta dell'anima gli tormenta il cuore e il corpo più del solito. Esce di casa e cammina senza meta. Arriva nell'angolo più desolato della valle, quello che i contadini chiamano Arpaja, come se lì abitassero le arpie dei miti antichi.
Non c'è nessuno.
Si ferma di colpo. Gli sembra di sentire una voce amica che gli sussurra: «Se cerchi salvezza, propaga il Rosario. È promessa di Maria».
Longo alza la fronte e le mani al cielo. Grida alla Madonna che, se davvero ha promesso a san Domenico che chi propaga il suo Rosario si salva, allora anche lui si salverà, «perché non uscirò da questa valle senza aver propagato il tuo Rosario».
Nessuno risponde. Intorno, un silenzio di tomba. Ma all'improvviso scende una grande calma. In lontananza suona l'Angelus, la preghiera che le campane annunciano a mezzogiorno. Cade in ginocchio in quel campo deserto per recitarlo. Quando si rialza, sente una lacrima sulla guancia.
Da quel giorno gira la valle di casa in casa. Bussa alle porte dei contadini e regala loro rosari e medaglie. Siccome sono di metallo, a quella povera gente sembrano preziosi, e li accettano volentieri. Ma molti sanno a stento recitare l'Ave Maria.
Con gli anni vuole dare loro qualcosa di più. Nel novembre del 1875 nella valle si tiene una missione popolare, alcuni giorni di predicazione per la gente dei campi. Longo non vuole che finisca senza lasciare loro un quadro della Madonna del Rosario, perché ogni sera si riuniscano a pregare davanti all'immagine.
Per trovarlo va a Napoli. In una piazza, accanto alla bottega di un pittore, incontra il domenicano Alberto Radente, il frate che lo aveva accompagnato nel suo ritorno alla fede. Entrano insieme. Un piccolo quadro della Madonna del Rosario costa quattrocento franchi. «È troppo!», dice il frate. Già in strada, gli racconta di averne comprato uno vecchio da un rigattiere, per tre franchi e quaranta, e di averlo regalato anni prima a una religiosa, suor Maria Concetta De Litala.
Longo va a chiederglielo. Appena lo vede, gli si ferma il cuore. La tela è tarlata. Proprio sopra il capo della Madonna ne manca un palmo intero.
La suora non lo lascia andare via a mani vuote: «Prenda questa immagine; vedrà che riuscirà a strappare un'Ave Maria».
Il quadro misura un metro per un metro e quaranta e in treno non ci sta. Angelo Tortora è il carrettiere di Pompei: svuota le stalle delle famiglie ricche e vende il letame ai contadini. Accetta l'incarico. Sistema il quadro sopra il carico che ha già sul carro. E non vuole essere pagato: gli basta aver portato la Madonna.
Così la Madonna del Rosario entra nella Valle di Pompei. Su un carro di letame.
Quel pomeriggio Il quadro resta in un angolo, dietro l'altare.
Pochi mesi dopo guarisce una ragazza in punto di morte, Clorinda Lucarelli, e la sua guarigione viene presa come il segno che l'opera è gradita alla Madonna. A maggio si posa la prima pietra di un tempio per quel quadro relegato in un angolo. Sette anni più tardi, un papa scrive a tutti i vescovi del mondo.
Ottobre, il mese della Regina
Quel papa è Leone XIII, e ciò che chiede alla Chiesa intera porta il nome di un mese: consacra l'intero mese di ottobre del 1883 alla Regina del Santissimo Rosario.
Per quel mese chiede che in ogni parrocchia si recitino cinque decine e le litanie, la serie di invocazioni alla Madonna, durante la messa o davanti al Santissimo esposto sull'altare. La festa era già di tutta la Chiesa. Ora la preghiera ha anche il suo mese.
Quello stesso ottobre, il giorno 14, ventimila pellegrini si radunano nella valle dove Bartolo Longo aveva bussato alle porte, una per una, con i rosari in mano.
Tutti guardano la stessa tela. È quella che anni prima era arrivata sul carro e aveva passato la sua prima sera in un angolo, dietro l'altare. Davanti a lei recitano insieme, per la prima volta, la Supplica alla Regina del Santo Rosario, la preghiera che a Longo è sgorgata dal cuore.
Ventimila voci concludono con le stesse parole: «O Rosario benedetto di Maria, catena dolce che ci rannodi a Dio».
Quel voto gridato ad Arpaja non resta solo parole. Negli anni seguenti, Longo costruisce accanto al santuario un orfanotrofio. Dalle carceri, sono i detenuti stessi a chiedergli di prendersi cura dei loro figli, e per loro apre un'altra casa. Per accudire le orfane fonda lui stesso una congregazione di suore domenicane. A Pompei, la preghiera contata sui grani diventa pane, tetto e scuola.
Mancava ancora un passo per il giorno della festa. Per secoli era stata celebrata la prima domenica di ottobre, e per questo cambiava data ogni anno. San Pio X, nel 1913, la fissa al 7 ottobre, lo stesso giorno in cui le galee si erano scontrate a Lepanto. È il giorno che la Chiesa custodisce oggi nel suo calendario come memoria della Madonna del Rosario.
Da allora quel giorno non si sposta più.
Quattro anni dopo, in un paese del Portogallo, tre piccoli pastori sentono la campana dell'Angelus e si mettono a recitare il Rosario.
Fatima: il nome promesso per ottobre
Il campo dove pregano si chiama Cova da Iria, vicino a Fatima. Lucia, Francesco e Giacinta vi portano il gregge.
Quel 13 maggio 1917 vedono una Signora. Tiene tra le mani un rosario dai grani bianchi.
È Lucia a parlare con lei, ed è attraverso Lucia che arrivano le sue parole. Quel giorno sono una richiesta: «Recitate il rosario tutti i giorni, per ottenere la pace per il mondo e la fine della guerra».
Su chi sia, neppure una parola.
A luglio, nello stesso luogo, la Signora torna a chiedere la stessa cosa. Che continuino a recitare il rosario ogni giorno in onore di Nostra Signora del Rosario, per ottenere la pace, «perché solo Lei vi potrà aiutare». Il titolo è già risuonato. Ma lo pronuncia come chi parla di un'altra persona.
Lucia le chiede chi sia.
La risposta resta sospesa: «A ottobre dirò chi sono, che cosa voglio, e farò un miracolo che tutti vedranno, perché credano».
In paese non tutti credono ai bambini. Il parroco dubita di ciò che raccontano. L'amministratore del comune cerca di convincerli a lasciar perdere. E un giorno 13, proprio quando avrebbero dovuto tornare, non possono andare alla Cova da Iria: sono agli arresti.
Ma i tre continuano a tornare. Ottobre è sempre più vicino, e con ottobre, la promessa.
Il 13 ottobre 1917 è una giornata fredda e grigia. Piove senza sosta. Nella spianata aspettano tra le cinquanta e le settantamila persone, fradice, con gli occhi rivolti a tre bambini.
Lucia chiede alla Signora che cosa vuole.
E la Signora dice, finalmente, il nome che aveva promesso a luglio: «Voglio dirti che facciano qui una cappella in mio onore, che sono la Signora del Rosario, che continuino sempre a recitare il rosario tutti i giorni».
È il nome della festa nata il giorno di Lepanto.
Ciò che chiede poi non riguarda lei, ma suo Figlio, Gesù. Con un'espressione più triste dice: «Non offendano più Nostro Signore, che è già molto offeso».
Apre le mani e le fa riflettere sul sole come in uno specchio di luce. Mentre si innalza, la sua stessa luce continua a proiettarsi su di esso. I bambini vedono allora, accanto al sole, San Giuseppe con Gesù Bambino, e la Vergine vestita di bianco, con il manto azzurro. San Giuseppe e il Bambino sembrano benedire il mondo, tracciando con la mano segni di croce.
Giù, la folla fradicia alza il viso al cielo e vede un'altra cosa. Il sole gira. Cambia colore.
Tredici anni dopo, la Chiesa dichiara degne di fede quelle apparizioni. Francesco e Giacinta oggi sono santi. Fatima e il Rosario non indicano due Madonne diverse: sono due nomi della stessa Maria.
La Signora aveva chiesto una cappella in quel campo. Lontano da lì, a Cadice, un'altra sua immagine aveva la sua casa da secoli.
Ciò che si salva dal fuoco
La sua storia come Patrona comincia nel 1755, quando il terremoto di Lisbona scuote anche Cadice. I gaditani corrono spaventati alla porta del convento di Santo Domingo. Chiedono ai frati domenicani di portare in processione la loro Madonna del Rosario per fermare la forza del mare. Nove giorni dopo, la città la proclama sua Patrona.
Quasi due secoli dopo, l'11 maggio 1931, un gruppo di facinorosi appicca il fuoco alla chiesa e al convento. Prima di fuggire, i frati riescono a salvare ciò che possono.
Portano via il Santissimo, il pane consacrato dell'Eucaristia. E della statua della loro Patrona, due soli pezzi: le mani della Madonna e il Bambino.
Il resto della statua lo divora il fuoco.
Dodici anni dopo, uno scultore sivigliano diventato frate domenicano scolpisce per Cadice una nuova immagine della sua Patrona. Le mani che reggono il rosario sono quelle che i frati hanno strappato al fuoco. Il Bambino che tiene in braccio è lo stesso Bambino.
Sedici anni dopo l'incendio, il cardinale arcivescovo di Siviglia posa la corona sul capo della Madonna. È un'incoronazione canonica, compiuta con l'autorizzazione del Papa.
Oggi è ancora nella sua nicchia, al centro dell'altare maggiore di Santo Domingo, con quelle mani e quel Bambino.
La ghirlanda di rose che ha dato il nome alla preghiera è ora una corona vera sul capo della Madonna di Cadice.
Come tante immagini del Rosario, questa Madre sostiene suo Figlio. E la preghiera che si recita davanti a lei ripercorre la vita di quel Bambino.
Guardare Cristo con gli occhi di Maria
Una mano fa scorrere un grano, e poi un altro. Un Padre Nostro, dieci Ave Maria, e poi si ricomincia. Detto così, sembra poca cosa. Ma ogni decina si ferma davanti a un mistero della vita di Gesù, e chi prega lo guarda insieme a sua Madre.
A Nazaret, una giovane ascolta un angelo e risponde di sì. A Betlemme, quella stessa giovane avvolge in fasce il figlio appena nato e lo depone in una mangiatoia.
Anni dopo, la Madre sta in piedi accanto alla croce e vede morire suo Figlio. Al terzo giorno, Gesù risorge. E a Gerusalemme, in mezzo ai discepoli raccolti in preghiera, scende il fuoco della Pentecoste.
Le Ave Maria scorrono sotto, come un battito. Lo sguardo, invece, resta sul volto di Cristo. È lo sguardo di Maria, che custodiva tutto questo e lo meditava nel suo cuore. Chi recita il Rosario impara da lei a guardare così suo Figlio: piano, una scena dopo l'altra.
Per secoli quei misteri sono stati quindici, tanti quante le decine che imitavano i centocinquanta salmi: i gaudiosi, i dolorosi e i gloriosi. Nell'ottobre del 2002 Giovanni Paolo II firma una lettera sul Rosario e con essa apre un Anno del Rosario per tutta la Chiesa. Propone inoltre una novità, che lascia alla libera scelta di ciascuno: cinque misteri della luce, presi dalla vita pubblica di Gesù.
Nel Giordano, Gesù entra nell'acqua per essere battezzato. A una festa di nozze a Cana, sua Madre si accorge che il vino è finito, e lui trasforma l'acqua in vino. Per le strade annuncia che il Regno di Dio è vicino e chiama alla conversione. Su un monte, il suo volto si trasfigura davanti a tre discepoli. E nell'Ultima Cena prende il pane e lo dona come suo Corpo: è l'Eucaristia.
Alla fine della lettera, Giovanni Paolo II la affida alle mani della Madonna. È la Madonna di Pompei, quella del santuario costruito da Bartolo Longo, l'avvocato della valle desolata.
È la stessa tela tarlata che arrivò in cima a un carro di letame. I presenti sorrisero vedendo quello «sgorbio», e la sua prima sera la passò relegata in un angolo, dietro l'altare.
Davanti a essa ora si prostra, in spirito, un papa.
E l'avvocato che l'aveva affidata a un carrettiere attende ancora l'ultima parola della Chiesa.
Questo ottobre
Bartolo Longo invecchiò accanto a quel quadro. Morì a ottantacinque anni nella stessa valle dove un giorno, solo e tormentato, aveva promesso gridando alla Madonna che non se ne sarebbe andato senza aver propagato il suo Rosario. Il voto era compiuto.
Leone XIV lo dichiara santo in piazza San Pietro, il 19 ottobre 2025., il 19 ottobre 2025.
L'anno seguente, alla fine di settembre, lo stesso papa recita l'Angelus a Lourdes. Lì l'Immacolata apparve a santa Bernadette con il rosario. Da quel luogo, Leone XIV chiede a tutti i fedeli di recitare il Rosario per tutto il mese di ottobre, con un'intenzione precisa: che cessino le guerre.
Come in quella domenica di Lepanto, la preghiera torna nelle mani di chi non può fermare una guerra. Questo ottobre, tutta la Chiesa è invitata a prendere in mano il rosario per la pace.
In Italia, il santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei porta quella stessa intenzione scritta nella pietra: la sua facciata, inaugurata nel 1901, è dedicata alla pace universale.
La preghiera che cominciò con delle pietre in mano ha il suo giorno perché, la domenica di Lepanto, quelli che non potevano combattere la recitarono per le strade di Roma. E dà il suo nome alla Madonna perché, grano dopo grano, guarda con lei il volto di suo Figlio.
Vergine Maria, Madre di Gesù, tu che custodivi nel tuo cuore ogni parola e ogni gesto di tuo Figlio: insegnaci a guardare con te il suo volto, grano dopo grano, nella gioia e nel dolore. Tu che hai accolto la preghiera di chi non sapeva leggere, di chi non poteva combattere e dei bambini sotto la pioggia, ricevi anche la nostra. Ottienici la pace per il mondo e per le nostre case, e questa dolce catena ci unisca sempre a Dio. Regina del Santissimo Rosario, prega per noi. Amen.





