Un religioso italiano, bagnato fradicio da capo a piedi, si avvicina al fuoco per asciugarsi. Manca poco a mezzanotte. Si apre una porta, e l'uomo che entra cade in ginocchio davanti a lui. È John Henry Newman. Ecclesiastico anglicano, per anni aveva predicato dal pulpito della chiesa dell'Università di Oxford. Per arrivare in quella stanza aveva lasciato quel pulpito, la parrocchia che amava e amici carissimi. Quella notte chiede di entrare nella Chiesa cattolica.
Il giorno seguente vi fu accolto, ed è per questo che la Chiesa lo celebra ogni 9 ottobre come santo e Dottore della Chiesa. Ancora oggi si pregano i suoi versi «Guidami, luce gentile», che non chiedono di vedere tutta la strada, perché basta un solo passo.
Due guarigioni che la Chiesa ha esaminato e riconosciuto come miracoli portano il suo nome. E quando nel 2008 aprirono la sua tomba, non trovarono ciò che si aspettavano.
Lui e il suo Creatore
Nell'autunno del 1816 Newman era uno scolaro di quindici anni a Ealing, alle porte di Londra. Era il maggiore dei sei figli di un banchiere, e proprio quell'anno la banca di suo padre era fallita. Nel suo paese, la Chiesa d'Inghilterra era la Chiesa di Stato. Il cattolicesimo era considerato una comunione «molto poco inglese», che, si credeva, sopravviveva grazie all'astuzia e all'intrigo. E il ragazzo stesso, per un libro letto in quel periodo, arrivò a credere che il papa fosse l'Anticristo. L'uomo che quasi trent'anni dopo sarebbe caduto in ginocchio a Littlemore si trovava allora al polo opposto.
Ma quell'autunno, in mezzo alla rovina della sua famiglia, un ecclesiastico parlava con lui e gli metteva dei libri tra le mani. Per la prima volta il ragazzo ricevette un credo definito. Fu una conversione interiore, e ne sarebbe sempre stato più sicuro che di avere mani e piedi. Da allora riposò nel pensiero di due soli esseri assoluti, luminosamente evidenti. Erano sé stesso e il suo Creatore.
In quella stessa stagione comprese che Dio voleva che vivesse senza sposarsi.
L'anno seguente arrivò a Oxford come studente. Lì il primo nome che sentì pronunciare con riverenza, più che con ammirazione, fu quello di John Keble, un giovane ecclesiastico del college di Oriel. Un giorno, durante una passeggiata, un amico esclamò: «Ecco Keble!». E Newman lo guardò con timore reverenziale.
Nella primavera del 1822 fu lui a essere chiamato da Oriel. Stava suonando il violino quando arrivò il messaggero. Lo avevano eletto fellow, membro del corpo accademico, con un posto e un sostentamento nel college. «Molto bene», rispose, e continuò a suonare. Appena l'uomo se ne fu andato, buttò da parte il violino e corse giù per le scale. Lungo la strada, i bottegai che già sapevano la notizia gli facevano inchini, e quei volti gli restarono impressi per cinquant'anni.
Lo aspettavano nella torre del college per stringere la mano al rettore e agli altri fellow. Era la prima volta che si trovava nella stessa sala con Keble. Resse a tutto finché Keble non gli prese la mano; allora si sentì «così pieno di vergogna e indegno dell'onore» che avrebbe voluto sprofondare sotto terra. Per la sua elezione suonarono le campane di tre torri, «e ho dovuto pagarle io», confidò a sua madre.
Lì avrebbe incontrato anche un compagno destinato a cambiare il suo modo di pregare. Si chiamava Hurrell Froude, e la sua salute era così fragile che avrebbe finito per portarli entrambi nel sud dell'Europa.
Un compito da svolgere in Inghilterra
Con gli anni, l'amicizia con Froude divenne intima. Newman era ormai sacerdote della Chiesa anglicana e vicario di St Mary's, la chiesa dell'Università. Quell'amico gli impresse nel profondo l'amore per la Vergine. A poco a poco lo portò anche a credere che Cristo sia veramente presente nell'Eucaristia, sotto il pane e il vino.
Quando la salute di Froude cedette, Newman partì con lui e con il padre di Froude verso il sud dell'Europa, in cerca di un clima che gli desse sollievo. Toccarono Malta, Corfù, la Sicilia e Roma. A Roma frequentarono Nicholas Wiseman, un giovane sacerdote del collegio degli inglesi in città. Al momento dei saluti, Wiseman augurò loro di tornare. Newman gli rispose con grande serietà: «Abbiamo un compito da svolgere in Inghilterra».
Poi tornò da solo in Sicilia, e il presentimento di una missione si fece più forte. Si spinse nell'interno dell'isola, e a Leonforte si ammalò di febbre. Il servitore che lo accompagnava lo credette in fin di vita e gli chiese le sue ultime volontà. Newman gliele diede. Ma ripeteva: «Non morirò, perché non ho peccato contro la luce, non ho peccato contro la luce». Non riuscì mai a capire fino in fondo che cosa avesse voluto dire.
Passò quasi tre settimane a letto a Castro-Giovanni. Il mattino in cui finalmente stava per lasciare la locanda, diretto a Palermo, si sedette sul letto e scoppiò in singhiozzi. Al servitore che lo aveva assistito riuscì a dire soltanto: «Ho un compito da svolgere in Inghilterra».
Non morì in Sicilia. La sua tomba sarebbe stata in Inghilterra, e un giorno avrebbe custodito una sorpresa tutta sua.
Sulla via di casa, ancora convalescente, compose dei versi che intitolò «The Pillar of the Cloud», come la colonna di nube che guidava Israele nel deserto. Oggi sono noti con il primo verso, Lead, Kindly Light, «Guidami, luce gentile». Li datò in mare, il 16 giugno 1833.
L'uomo che aveva pianto nella locanda non chiede di vedere la fine della strada. «Custodisci i miei piedi», prega; «non chiedo di vedere la scena lontana: un passo mi basta». E la poesia si chiude con il mattino, quando sorridono di nuovo i volti d'angelo che aveva amato tanto tempo prima e perduto per un poco.
A luglio sbarcò finalmente in Inghilterra. E scoprì che i suoi amici avevano cominciato qualcosa senza di lui.
L'ombra di una mano sul muro
Alcuni amici di Oxford, vedendolo, dubitarono che fosse lui, ed esitarono prima di rivolgergli la parola. Tornava con la gioia della salute ritrovata e della casa ritrovata. Ma portava con sé anche una domanda che lo angosciava da tempo. L'Inghilterra usciva dal grande fermento della riforma politica, e lui non sapeva come impedire che la sua Chiesa venisse «liberalizzata», cioè piegata alle idee del momento.
Keble, Froude e altri già si scrivevano e mettevano insieme i loro consigli. Una domenica di luglio, Keble salì sul pulpito dell'Università e tenne il sermone che sarebbe stato pubblicato come «National Apostasy», «Apostasia nazionale». Newman considerò sempre quel giorno l'inizio del movimento religioso che la storia avrebbe chiamato Movimento di Oxford.
Né lui né Froude avevano una reputazione da perdere: «Froude e io non eravamo nessuno». Un compagno voleva un comitato, con regole e riunioni. Newman non aspettò. Avviò per conto suo una serie di brevi opuscoli, i Tracts for the Times, «Opuscoli per il nostro tempo», e ne fu il curatore e l'autore principale. Quando alcuni amici di Londra vollero sopprimerli, era disposto a cedere. Keble e Froude no. Si arrabbiarono con lui perché aveva acconsentito e insistettero con forza perché continuassero.
Sei anni dopo, quegli opuscoli avevano fatto di lui la figura di maggior spicco del movimento. Da più di due anni aveva messo da parte la polemica con Roma. A metà giugno del 1839, appena cominciate le vacanze di Oxford, si immerse nella storia dei monofisiti. Erano cristiani di quattordici secoli fa, separati dal resto della Chiesa per il loro modo di intendere Cristo. E lì, per la prima volta, gli venne un dubbio sulla solidità della sua stessa Chiesa. In quell'antica disputa vide riflesso il proprio tempo: «Vidi il mio volto in quello specchio, ed ero un monofisita».
A settembre, alcuni amici gli misero tra le mani una rivista con un articolo di Wiseman, che paragonava la sua Chiesa a un altro gruppo antico separato dal resto. Non ci trovò granché. Ma un amico ancora protestante gli indicò alcune parole di sant'Agostino lì citate, e gliele ripeté più e più volte:
«Securus judicat orbis terrarum», il giudizio del mondo intero è sicuro.
Quando l'amico se ne fu andato, quelle parole continuavano a suonargli nelle orecchie.
Gli risuonavano come il «Tolle, lege», «prendi e leggi», che Agostino aveva udito prima di convertirsi. La via intermedia che difendeva per la sua Chiesa, tra Roma e la Riforma, ne uscì «polverizzata».
Lo confidò soltanto a due amici intimi. Poi si calmò, e le sue antiche convinzioni rimasero in piedi.
Ma aveva visto «l'ombra di una mano sul muro». E chi ha visto un fantasma non può vivere come se non l'avesse visto.
Il fantasma sarebbe tornato. Due anni dopo, un suo opuscolo, il Tract 90, avrebbe messo tutta Oxford contro di lui.
Tre colpi
Nel Tract 90, Newman leggeva in senso cattolico i Trentanove Articoli che riassumevano la fede della Chiesa anglicana. Uscì nel febbraio del 1841, e ne seguì un enorme scompiglio. I capi dei college di Oxford, riuniti nel loro consiglio, definirono quella lettura un «sotterfugio».
Newman raccontò a un amico che i capi dei college avevano appena compiuto un atto violento. «Non pensare che questo mi farà soffrire», aggiungeva; «le mie spalle sapranno reggere l'accusa». A Edward Pusey, professore di ebraico e suo amico da quasi vent'anni, assicurò inoltre che, se il vescovo lo desiderava, avrebbe ritirato l'opuscolo. E se glielo avessero imposto, avrebbe rinunciato alla sua parrocchia.
Il suo primo impulso fu obbedire senza dire una parola. Una domenica, il vescovo di Oxford gli fece sapere che voleva da lui una lettera «immediatamente». Lunedì la scrisse. Martedì era in tipografia. Mercoledì uscì. Giovedì era già a Londra. E i Tracts dovevano essere sospesi.
Quell'estate cercò rifugio a Littlemore, un villaggio vicino a Oxford, lontano da ogni polemica. Lì voleva tradurre sant'Atanasio, il grande difensore della fede in Cristo contro gli ariani. Ma tra luglio e novembre ricevette tre colpi che lo spezzarono.
Il primo venne dai libri. Aveva appena cominciato a tradurre, e nella storia di quell'antica crisi «il fantasma tornò per la seconda volta». Il secondo arrivò dai vescovi, che uno dopo l'altro lo censurarono nelle loro lettere pastorali, in una serie di giudizi che sarebbe durata tre anni. Il terzo fu un vescovado per Gerusalemme, preparato dall'arcivescovo di Canterbury. Un vescovo anglicano sarebbe stato consacrato per guidare le comunità luterane e calviniste d'Oriente. Quel colpo distrusse definitivamente la sua fede nella Chiesa anglicana. Inviò una protesta solenne all'arcivescovo e al suo stesso vescovo.
Da allora, come anglicano, era «sul letto di morte», anche se solo a poco a poco l'avrebbe compreso.
In quegli anni andò a trovarlo a Oxford un sacerdote irlandese del seminario di Maynooth, il dottor Russell. Non gli parlò di controversie. Poi gli mandò alcuni sermoni di sant'Alfonso e libri di devozione romani, e lo lasciò in pace. Quell'uomo mite ebbe forse, nella conversione di Newman, più parte di chiunque altro. In quelle pagine, Newman scoprì che la Chiesa cattolica non lascia che nulla si frapponga tra l'anima e il suo Creatore. Tra l'uomo e il suo Dio, tutto è a tu per tu: «Egli solo crea; Egli solo ha redento».
Nell'aprile del 1842 si stabilì a Littlemore con alcuni amici, in un'antica stazione di posta per le diligenze. La stalla divenne biblioteca; il granaio, celle. Pregavano, studiavano e digiunavano.
Nemmeno lì lo lasciarono in pace. Un giorno, varcando la porta di casa, ci trovò dentro un gruppo di studenti. Capi di college giravano a cavallo intorno a quelle povere casette, «come pattuglie montate». «Perché non mi lasciano morire in pace?», si chiedeva. Gli animali feriti si rintanano in qualche buca per morire, e nessuno glielo rimprovera.
Un giornale diede per certo che a Littlemore stesse sorgendo un «monastero anglo-cattolico», con celle, cappella, refettorio e chiostri. Il suo vescovo gli scrisse. Per il momento non lo accusava, ma gli chiedeva una spiegazione. Newman gli rispose per lettera. Non c'era nessun monastero. Non c'era nessuna cappella. Non c'era nessun refettorio, solo una saletta da pranzo. «I “chiostri” sono la mia tettoia, quella che unisce le casette.» Da almeno tredici anni desiderava una vita religiosa più ordinata. E trovava molto crudele che cose sacre, tra lui e la sua coscienza, diventassero chiacchiere pubbliche.
In quel silenzio sorvegliato cominciò a maturare un'altra risposta, che ormai non poteva stare in una lettera. Arrivava l'ora di parlare con i fatti, e quei fatti gli sarebbero costati il pulpito di St Mary's.
Parlare con i fatti
Il primo di quei fatti fu una ritrattazione pubblica delle accuse violente che lui stesso aveva lanciato contro Roma. Uscì dalla tipografia nel febbraio del 1843, dopo tre mesi di riflessione. L'idea del papa come Anticristo, che si portava dietro dai quindici anni, gli macchiò l'immaginazione fino a quello stesso 1843.
Quell'estate, un ospite che da un anno viveva nella sua casa di Littlemore si fece cattolico. Gli aveva promesso di restare tranquillo per tre anni nella Chiesa anglicana. Newman lo comunicò al suo vescovo. Se lo avessero ritenuto responsabile di quella promessa infranta, sentiva di non poter restare al servizio di quella Chiesa.
Andò a Londra a rinunciare a St Mary's, perché a Oxford non poteva farlo legalmente. Chiese di conservare Littlemore. Lì aveva costruito una chiesa e una specie di canonica; ne aveva fatto una parrocchia, e la amava. Non glielo concessero. A un amico confidò la ragione profonda. Credeva che la Chiesa di Roma fosse la Chiesa cattolica, e che la sua non ne facesse parte.
Una settimana dopo la rinuncia, salì sul pulpito di Littlemore. Era l'anniversario della consacrazione di quella chiesa, e fu il suo ultimo sermone anglicano. Tornò allo stesso versetto dei Salmi con cui aveva predicato per la prima volta, diciannove anni prima, quello dell'uomo che esce per il suo lavoro, per la sua fatica fino a sera.
Parlò di Cristo, che si congedò dai suoi discepoli durante una cena. Si addolorò davanti a una «madre» che dà alla luce dei figli e non osa riconoscerli. E, senza nominare se stesso, chiese che nel tempo a venire si ricordassero di chi li aveva aiutati qualche volta, anche se non l'avrebbero più udito, e che pregassero per lui.
Seguirono due anni di attesa. Viveva da semplice fedele anglicano, senza esercitare il ministero e senza partecipare alla Messa cattolica, e lo faceva per principio, perché non era mai riuscito a capire «come un uomo potesse essere di due religioni nello stesso tempo».
A Littlemore, un giorno, gli tornò tra le mani il suo primo quaderno di versi latini, di quando aveva nove anni. Da bambino si faceva il segno della croce entrando al buio, senza sapere chi glielo avesse insegnato. Su una di quelle pagine aveva disegnato una croce e qualcosa che sembrava un rosario. Quella vista gli tolse il fiato.
A Oxford, durante le cerimonie di fine anno accademico del 1845, Pusey continuava a non voler credere che lo avrebbe perso. «Confido che alla fine lo terremo con noi», disse a un amico.
In ottobre arrivò a Littlemore la notizia che un sacerdote passionista italiano, padre Domenico Barberi, sarebbe passato di lì. Newman sapeva già che cosa avrebbe fatto quando se lo fosse trovato davanti.
La notte di Littlemore
Il pomeriggio dell'8 ottobre 1845 Newman prese la penna e scrisse a diversi amici: «Stanotte aspetto padre Domenico, il passionista… Intendo chiedergli di essere ammesso nell'unico ovile di Cristo». Aggiungeva che il padre non sapeva nulla della sua intenzione.
Fin da giovanissimo quel passionista aveva il cuore rivolto ai paesi del Nord e all'Inghilterra, e aveva atteso quasi trent'anni prima di poterla raggiungere.
Poi, nella vecchia stazione di posta, non restava che aspettare.
Mancava un'ora a mezzanotte quando padre Domenico arrivò alla casa. Era bagnato fino alle ossa, e si mise davanti al fuoco ad asciugarsi.
Allora la porta si aprì.
Newman era ai suoi piedi, in ginocchio. Gli chiese di ascoltare la sua confessione e di accoglierlo nella Chiesa cattolica.
Quella notte stessa Newman cominciò la sua confessione generale, quella che ripercorre davanti a Dio i peccati di tutta una vita. Durò molte ore.
Il pomeriggio seguente, nel piccolo oratorio della casa, padre Domenico lo battezzò sotto condizione, nel caso che il battesimo ricevuto da bambino fosse stato dubbio, e lo accolse «nell'unico ovile del Redentore». Erano passati ventinove anni da quell'autunno di Ealing in cui si era scoperto solo davanti al suo Creatore.
Da allora visse in pace, come chi entra finalmente in porto dopo un mare agitato. Le domande difficili non sarebbero mancate, e lui sapeva che diecimila difficoltà non fanno un solo dubbio.
Ma quella pace non gli risparmiò il prezzo. Wiseman lo chiamava accanto a sé, e doveva lasciare Littlemore. A gennaio confidò a un amico: «Puoi immaginare quanto mi senta solo». Da dodici ore gli risuonava dentro un versetto dei Salmi:
«Obliviscere populum tuum et domum patris tui», dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre. Andarsene di lì era «come uscire in mare aperto».
L'ultimo sabato e l'ultima domenica li passò in casa completamente solo, come nei primi giorni in cui l'aveva abitata.
La domenica sera dormì già a Oxford, all'Osservatorio, in casa di un amico molto caro. Diversi amici vennero a trovarlo per l'ultima volta. Venne anche Pusey, lui che sperava di trattenerlo, per dirgli addio.
Andò a trovare il suo vecchio tutor di quando era studente, e salutando lui si congedò da Trinity, il suo primo college, che «non era mai stato scortese» con lui. Davanti alla sua stanza del primo anno, sui muri cresceva la bocca di leone, un fiore selvatico, e per anni l'aveva presa come un segno che sarebbe vissuto nella sua Università fino alla morte.
La mattina di lunedì 23 febbraio lasciò l'Osservatorio. Per trentadue anni, di Oxford avrebbe visto soltanto le guglie, da lontano, come si vedono dal treno.
Wiseman, lo stesso che si era congedato da lui a Roma tredici anni prima, ora lo mandava in quella città a scoprire che genere di sacerdote cattolico sarebbe diventato.
Compagni di grande buonumore
A Roma, Newman rifletté più e più volte su quella domanda. Soppesò diverse strade e alla fine scelse una famiglia di sacerdoti, quella di san Filippo Neri, l'Oratorio. E la scelse pensando all'Inghilterra. In una lettera in latino espose il suo progetto, e in essa parlava delle grandi città inglesi e di Birmingham.
La risposta arrivò alla fine di febbraio dell'anno seguente. Pio IX ne era entusiasta, e non si limitò ad approvare il progetto. Propose che venissero a Roma tutti quelli che potevano. Lui avrebbe trovato loro una casa, avrebbero fatto insieme il noviziato e sarebbero tornati insieme in Inghilterra. A ogni richiesta, il papa rispondeva: «Siano tranquilli, farò tutto».
Per quella vita in comune servivano compagni, e Newman sapeva quali voleva. Uomini di grande buonumore, perché senza brio un Oratorio sarebbe stato «come birra in bottiglia senza tappo».
E serviva una casa. La scelse il papa in persona, Santa Croce in Gerusalemme, «un bel sito». A Newman quel nome piaceva. Lì, dice la tradizione, sant'Elena portò la Croce e terra del Calvario.
Se la Chiesa aveva un centro, loro sarebbero vissuti proprio lì, su terra di Gerusalemme nel cuore di Roma. Erano in sette, e lì cominciarono insieme il noviziato.
Prima di tornare, dovevano diventare sacerdoti. Nella cappella privata di un cardinale, con i compagni come testimoni, Newman e il suo amico Ambrose St John ricevettero in pochi giorni il suddiaconato e il diaconato. Alla fine di maggio furono ordinati sacerdoti insieme.
Due settimane dopo, Newman celebrò la messa nella stanza di san Filippo Neri, alla Chiesa Nuova, la stanza del santo di cui aveva scelto la famiglia. Sapeva ormai che tipo di sacerdote sarebbe stato. Al ritorno in Inghilterra, l'Oratorio mise radici a Birmingham, dove Wiseman lo destinò.
Mancava il compito intuito in Sicilia, e lo trovò a Bilston, un paese inglese. Nel settembre 1849 vi scoppiò il colera. Il sacerdote del posto non ce la faceva più. Portava in spalla fino all'ospedale chi cadeva fulminato.
Newman accorse con Ambrose St John e un fratello dell'Oratorio a dargli una mano. L'epidemia si placò quasi subito dopo il loro arrivo. Ma a lungo si ricordò quella prontezza nell'andare incontro al contagio per un prete che non aveva alcun diritto su di loro.
Presto lo cercarono anche fuori dall'Inghilterra. I vescovi d'Irlanda volevano un'università cattolica a Dublino, e nel 1854 chiamarono lui come rettore. Per essa volle una chiesa che fosse «un grande granaio decorato in stile basilica, con marmi irlandesi». Nella sua abside dorata domina la Vergine, Sede della Sapienza.
Quattro anni dopo lasciò il rettorato e tornò nella sua casa dell'Oratorio di Birmingham, a Edgbaston. Lì, nel 1859, due vescovi gli chiesero un favore. Quel favore avrebbe fatto sì che a Roma qualcuno arrivasse a considerarlo un uomo pericoloso.
L'uomo più pericoloso d'Inghilterra
Il favore riguardava una rivista cattolica, The Rambler. Per evitare che scoppiasse uno scandalo attorno a essa, il cardinale Wiseman e William Ullathorne, vescovo di Birmingham, gli chiesero di dirigerla.
Newman accettò. A maggio scrisse sulle sue pagine che nelle questioni pratiche si poteva ascoltare anche la voce dei laici, come erano stati consultati prima di proclamare che la Vergine era stata concepita senza peccato, l'Immacolata Concezione. Un professore vi sospettò un'eresia. Ullathorne parlò con Newman, gli chiese di lasciare la rivista e gli domandò qualcosa come: «Chi sono i laici?».
Newman obbedì subito. Non aveva mai resistito, né poteva resistere, «alla voce di un superiore legittimo».
Ma l'articolo arrivò a Roma per un'altra strada. Un vescovo inglese lo denunciò, con una traduzione latina difettosa, all'ufficio romano che allora vigilava sulla Chiesa in Inghilterra come terra di missione. Quell'ufficio aveva autorità su Newman. Le obiezioni formulate lì non arrivarono mai a Newman. In mancanza di una sua risposta, il cardinale che presiedeva quell'ufficio lo ritenne disobbediente.
Dalla corte pontificia, un prelato inglese, monsignor George Talbot, scrisse in Inghilterra che su Newman incombeva una nube, e lo definì «l'uomo più pericoloso d'Inghilterra».
In quegli anni Newman confidò a un amico che forse era volontà di Dio che ciò per cui lavorava si compisse cent'anni dopo.
Nel gennaio 1864 l'accusa arrivò ad alta voce, e da fuori. Charles Kingsley, ecclesiastico anglicano, scrisse su una rivista che la verità in sé non era mai stata una virtù del clero romano, e che «padre Newman» lo insegnava. Newman protestò. Kingsley arrivò a rispondere che avrebbe dubitato di ogni sua parola, per paura di cadere vittima di «qualche astuto equivoco».
Newman lo chiamò «avvelenare i pozzi», perché, se lo si accettava, nessuno avrebbe più potuto bere a nulla di ciò che diceva.
In mezz'ora capì che cosa fare. Avrebbe raccontato l'intera storia della sua mente, dal bambino che si faceva il segno della croce entrando nel buio e dal malato che singhiozzava in una locanda di Sicilia fino all'uomo in ginocchio a Littlemore. «Vincerò», disse, «non il mio accusatore, ma i miei giudici».
Così nacque l'Apologia pro vita sua, la difesa della sua vita. Il sospetto di doppiezza non sopravvisse alla sua lettura.
Quell'estate monsignor Talbot passò da Edgbaston a cercarlo, e poi gli scrisse. Lo invitava a predicare la Quaresima nella sua chiesa di Roma, davanti a un pubblico protestante più colto di quello inglese.
Newman declinò l'invito: «Tuttavia, la gente di Birmingham ha un'anima; e io non ho né gusto né talento per il lavoro che lei mi propone».
Tre anni dopo, Ambrose St John, suo compagno di ordinazione e del colera di Bilston, andò a Roma e chiarì che Newman non aveva mai ricevuto le obiezioni. Pio IX chiese all'arcivescovo di Dublino una relazione proprio su Newman, e la relazione risultò molto favorevole. La nube si era dissolta.
Lo attendeva ancora una chiamata da Oxford.
Possibile aver vissuto tanti anni per questo?
Tornò a Oxford alla fine di febbraio, a settantasette anni. Erano passati trentadue anni esatti da quella mattina in cui se n'era andato. Trinity, il college delle bocche di leone sui muri, lo aveva eletto suo primo fellow onorario. Questa volta la città smise di essere soltanto un profilo di guglie viste da lontano, dal finestrino di un treno.
L'inverno seguente, un sabato di febbraio, nella sua casa di Birmingham, un padre dell'Oratorio gli portò in segreto una proposta. Newman e Ullathorne erano entrambi malati, e quel padre faceva la spola tra l'uno e l'altro. Il nuovo papa, Leone XIII, voleva crearlo cardinale. Ullathorne, lo stesso vescovo che gli aveva chiesto di lasciare The Rambler, aveva suggerito il suo nome.
Il giorno dopo Newman aveva già risposto. Lo fece con gratitudine, e con modeste obiezioni contro sé stesso. Da quella lettera umile nacque una voce, e a metà mese The Times pubblicò a Londra che Newman aveva rifiutato la porpora.
Non aveva rifiutato. Volle anzi ricevere la berretta, il copricapo rosso dei cardinali, dalle mani del papa, e non in Inghilterra.
A Roma ci fu un'obiezione. Qualcuno fece notare che non aveva mai ricoperto nessuno degli incarichi da cui di solito provengono i cardinali. Il papa rispose che sarebbe stato lui stesso a creare quel precedente. Newman sarebbe diventato cardinale senza essere mai stato vescovo.
Poco dopo la sua elezione, Leone XIII aveva detto al commendatore De Rossi di aspettare il suo primo cardinale, perché in lui si sarebbe visto che cosa sarebbe stato il suo pontificato. De Rossi lo raccontò a coloro che accompagnavano Newman a Roma.
Verso le undici del mattino, le sale di Palazzo della Pigna erano gremite di cattolici inglesi e americani. Era il 12 maggio 1879. Arrivò il messaggero con la notifica ufficiale, sigillata, che lo creava cardinale diacono di San Giorgio al Velabro, un'antica chiesa di Roma. Newman ruppe il sigillo e la consegnò al vescovo Clifford, che la lesse.
Allora prese la parola lui. Cominciò in italiano e passò poi alla sua «cara lingua materna». Rimase in piedi per tutto il tempo, e la sua voce risuonò forte e chiara.
«È stata una grande sorpresa», disse. Era passato attraverso molte prove, ma ormai erano finite. E davanti a tutti si pose una domanda: «Era possibile che fossi vissuto tanti anni per questo?».
Poi il cardinale tornò alle sue stanze di Birmingham. Dieci anni più tardi sarebbe ancora uscito in carrozza nella neve, perché qualcuno aveva bisogno del suo consiglio.
Il fazzoletto di seta
In una grande fabbrica di Birmingham le operaie erano tutte ragazze. I proprietari, quaccheri, riunivano ogni giorno tutto il personale per leggere la Bibbia e commentarla. Il sacerdote cattolico del posto aveva proibito alle cattoliche di partecipare, e i proprietari vollero sapere che cosa ne pensasse il cardinale.
Era il novembre del 1889 e la neve copriva le strade. Aveva ottantotto anni. Non volle sentir parlare di rimandare a un altro giorno. Salì in carrozza e andò a trovarli. Sulla via del ritorno, disse: «Se posso ancora fare un lavoro come questo, sono felice e contento di vivere ancora». Pochi giorni dopo, nella fabbrica fu destinata una sala perché le cattoliche potessero pregare per conto loro.
Il giorno di Natale celebrò la sua ultima Messa. La vista lo tradiva, e anche le forze. Temeva di perdere l'equilibrio nel prendere il calice con il Sangue di Cristo, e la riverenza vietava un rischio simile. Per questo smise di celebrare.
Non smise però di prepararsi. Imparò a memoria una Messa della Vergine e una dei defunti, e ogni giorno ripeteva l'una o l'altra, con tutte le sue cerimonie. Sperava che la luce più chiara della primavera gli permettesse di tornare all'altare. Quel momento non arrivò mai.
Quando non riuscì più a recitare il breviario, la preghiera quotidiana del sacerdote, disse che il rosario lo compensava ampiamente. Alla fine dovette lasciare anche quello, perché non sentiva più i polpastrelli.
Molti anni prima, quando sembrava messo da parte ed era molto povero, qualcuno gli aveva lasciato alla porta un fazzoletto di seta. Era una persona povera e sconosciuta, e il fazzoletto arrivava con un messaggio di rispetto. Lo conservò per più di trent'anni.
Nell'agosto del 1890, quando si mise a letto in attesa della morte, chiese che glielo portassero e se lo mise. I medici dicevano che poteva benissimo farne a meno. Ricevette gli ultimi sacramenti.
La sera dell'11 agosto, alle nove meno un quarto, morì nella sua stanza dell'Oratorio, con il fazzoletto di quel povero ancora addosso.
Otto giorni dopo lo portarono al piccolo cimitero dell'Oratorio a Rednal, sulle colline vicino a Birmingham. Migliaia di persone si disposero lungo le strade al passaggio della salma. Lo seppellirono, come aveva chiesto, nella tomba del suo amico Ambrose St John, il compagno di Roma e di Bilston.
Sul drappo che copriva la bara c'era il suo motto di cardinale:
«Cor ad cor loquitur», il cuore parla al cuore. Per la tomba aveva scelto altre parole:
«Ex umbris et imaginibus in veritatem», dalle ombre e dalle immagini alla verità. L'uomo che un'estate aveva visto l'ombra di una mano sul muro chiedeva, sulla sua stessa tomba, la verità intera.
Per più di un secolo il cimitero di Rednal rimase in silenzio. Nel 2008 la Chiesa aprì quella tomba.
Dalle ombre alla verità
Sul pendio di Rednal, il 2 ottobre, festa dei Santi Angeli Custodi, chi scavava si aspettava di trovare una bara rivestita di piombo. Era invece di legno, e quella terra era molto umida.
Affiorò la targa di ottone con il suo nome e il suo titolo di cardinale. Affiorarono resti di ottone, di legno e di stoffa. Del corpo non restava quasi nulla. L'Oratorio aveva sempre custodito alcune ciocche dei suoi capelli.
Il sacerdote che seguiva la sua causa ricordò allora alcuni versi di Newman, dal «Sogno di Geronzio», in cui l'anima che lascia il corpo prova una leggerezza che non si può esprimere. E vide in quella terra un segno della Provvidenza. A novembre, quelle ciocche e ciò che era stato trovato nella tomba furono portati nella chiesa dell'Oratorio di Birmingham.
Prima e dopo quella tomba aperta, ci fu chi invocò Newman. Jack Sullivan, un uomo del Massachusetts, era quasi paralizzato da una grave malattia del midollo spinale. Chiese l'intercessione di Newman e, secondo la sua testimonianza, guarì di colpo e del tutto. Poco dopo fu ordinato diacono permanente.
La Chiesa esaminò quella guarigione e la approvò come il miracolo della sua beatificazione. Quando Benedetto XVI dichiarò beato Newman a Birmingham, vicino alle strade dove la folla aveva salutato la sua salma, fu proprio quel diacono a proclamare il Vangelo.
Anni dopo, a Chicago, una madre incinta, Melissa Villalobos, perdeva sangue da sola in casa, senza la forza di chiedere aiuto. Disse: «Cardinale Newman, aiutami». L'emorragia si fermò in quell'istante. Nel pomeriggio i medici videro che la lacerazione che la faceva sanguinare era scomparsa, e sua figlia nacque sana.
I medici consultati dalla Chiesa giudicarono quella guarigione istantanea, perfetta e duratura, e la Chiesa la approvò come il miracolo della sua canonizzazione.
Quando papa Francesco lo proclamò santo in piazza San Pietro, quella bambina di Chicago era lì, a cinque anni.
Nel 2025 Leone XIV lo proclamò Dottore della Chiesa, maestro il cui insegnamento la Chiesa propone a tutti, e copatrono dell'educazione insieme a san Tommaso d'Aquino. Ciò che negli anni del sospetto aveva affidato a Dio perché si compisse cent'anni dopo aveva già pesato nel Concilio Vaticano II. Lì si vide la sua impronta, nell'ascolto dei laici, in una dottrina che cresce senza smettere di essere la stessa e nella coscienza come eco della voce di Dio. La sua memoria, quella di san Giovanni Enrico Newman, fu fissata per tutta la Chiesa al 9 ottobre, il giorno di quel pomeriggio a Littlemore.
A Roma, ogni 25 febbraio, gli Amici di Newman celebrano una Messa nella Cappella Newman del Palazzo di Propaganda Fide, dove egli visse. E a San Giorgio al Velabro una lapide ricorda il suo titolo di cardinale.
Nel piccolo oratorio dove fu accolto si celebra ancora la Messa. Lì, dove un uomo stanco entrò finalmente nell'unico ovile di Cristo, la Chiesa chiede ora con lui di essere condotta dalle ombre e dalle immagini alla pienezza della verità. E ascolta le sue parole di sempre: «Dio mi ha creato perché gli renda un determinato servizio».
La luce che chiese per un solo passo continua a illuminare il cammino di chi prega con lui.
San John Henry Newman, presbitero e Dottore della Chiesa, che hai seguito la luce gentile un passo alla volta, che hai lasciato tutto per la verità in quella notte di Littlemore e hai servito con pazienza la gente di Birmingham, ottienici una coscienza onesta, il coraggio di compiere il passo che Dio ci mostra e la fedeltà nel servizio che ci ha affidato, finché, dalle ombre e dalle immagini, non giungeremo alla verità. Prega per noi. Amen.





