San Francesco d'Assisi
Quest'anno, quasi quattrocentomila persone hanno prenotato ad Assisi per passare davanti ai suoi resti. Andavano a vedere un uomo che, otto secoli fa, accolse la propria morte con gioia.
Nelle sue ultime settimane, ormai quasi cieco, chiese al medico di non nascondergli nulla. Quando seppe quanto gli restava, alzò le mani al cielo e chiamò la morte sorella.
Da giovane era stato il figlio ricco di un mercante. Vedere i lebbrosi gli sembrava una cosa amara, finché il Signore non lo condusse tra loro.
Di lui si raccontano un lupo, uccelli che ascoltavano, il primo presepe e una preghiera per la pace. Non tutto questo risale davvero a lui. I suoi compagni raccontarono ciò che accadde davvero, e anche ciò che videro nel suo corpo quando morì.
Che cosa accadde a quel ragazzo, tra il ribrezzo di allora e questa gioia che ancora oggi riempie Assisi?
Assisi, una città in guerra
Quel ragazzo crebbe in una città in lotta con se stessa. Ad Assisi il popolo e i borghesi avevano preso le armi contro i nobili, e alcune famiglie nobili attraversarono la valle per rifugiarsi a Perugia, la città rivale. Più in basso vivevano i lebbrosi, i malati tenuti in disparte negli ospedali fuori dalle mura, come quello di San Salvatore delle Pareti.
Era figlio di Pietro di Bernardone, un ricco mercante di stoffe, e fu fatto prigioniero nella guerra contro Perugia, verso il 1202. Lo avevano battezzato con il nome di Giovanni, ma suo padre lo chiamava Francesco. Era il ragazzo delle feste e delle canzoni, quello che spendeva senza contare e cuciva ritagli di panno pregiato sulla stoffa comune.
Passò un anno in carcere, e lo liberarono perché era malato. La convalescenza fu lunga. Quando finalmente uscì fuori città, appoggiandosi a un bastone, la bellezza della campagna non lo rallegrava più come prima.
Eppure, quando un nobile di Assisi si armò per andare in Puglia, dove Gualtieri di Brienne comandava le truppe del papa, Francesco vide la sua occasione. Voleva che un conte di nome Gentile lo facesse cavaliere. Si vestì con quanto di più costoso riuscì a trovare, anche se poco prima aveva regalato i suoi abiti nuovi a un cavaliere povero.
Quella notte sognò che qualcuno lo chiamava per nome e lo conduceva in un palazzo pieno di scudi e di armi splendenti. Chiese di chi fosse tutto questo, e gli fu risposto che era suo e dei suoi soldati. Al mattino, a chi voleva sapere perché fosse tanto contento, rispondeva: «So che diventerò un grande principe».
A Spoleto si ammalò e, nel dormiveglia, sentì una voce che gli chiedeva: «Chi può esserti più utile, il signore o il servo?». Francesco rispose: «Il signore». La voce insistette: «E allora perché abbandoni il signore per il servo?». E lui chiese: «Signore, che cosa vuoi che io faccia?». La voce gli disse: «Ritorna nella tua terra, e là ti sarà detto ciò che devi fare». Non riuscì più a dormire per tutta la notte.
All'alba tornò a cavallo verso Assisi in tutta fretta, felice. Rinunciò alla spedizione in Puglia. Cominciò a ritirarsi a pregare da solo in una grotta vicino alla città, tra lotte interiori e una gioia nuova. Agli amici parlava per enigmi di un tesoro e di cose grandi e nobili che avrebbe compiuto nella sua terra.
Nessuno gli aveva ancora detto che cosa dovesse fare. La risposta lo aspettava lungo la strada, fuori dalle mura, dove vivevano i lebbrosi che aveva sempre evitato.
L'amaro e il dolce
Fino ad allora, se scorgeva da lontano le casupole dei lebbrosi, si turava il naso. Quando faceva loro l'elemosina, la mandava per mezzo di un altro e voltava la faccia. Un giorno, mentre pregava, sentì che doveva disprezzare ciò che aveva amato, e che «in ciò che prima ti faceva orrore proverai grande dolcezza e immensa soavità».
Poco tempo dopo cavalcava nei dintorni di Assisi e incontrò un lebbroso. Dovette vincere se stesso. Scese da cavallo, gli mise una moneta nella mano e gliela baciò. Il lebbroso gli restituì il bacio di pace. Francesco rimontò in sella e proseguì per la sua strada.
Vedere i lebbrosi gli sembrava estremamente amaro. E il Signore stesso lo condusse tra loro.
Tommaso da Celano, un frate che lo aveva conosciuto, aggiunse anni dopo un particolare: quando si voltò a guardare, in aperta campagna, il lebbroso non c'era più.
Pochi giorni dopo tornò all'ospedale dei lebbrosi con molto denaro. Li radunò tutti e a ciascuno diede l'elemosina baciandogli la mano. Quando ne uscì, vederli e toccarli non gli ripugnava più: ciò che era amaro gli si era cambiato in «dolcezza d'animo e di corpo». Col tempo sarebbe rimasto a vivere con loro, a lavarne i corpi e a curarne le piaghe.
Ormai cambiato dentro, un giorno passò accanto a San Damiano, una vecchia chiesetta che minacciava di crollare, e sentì di dover entrare a pregare. Ciò che accadde lì lo custodirono nella memoria quelli che vissero con lui. In ginocchio davanti all'immagine del Crocifisso, la sentì chiamarlo per nome: «Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va' dunque e riparala».
Tremando, rispose: «Lo farò molto volentieri, Signore».
Lo prese alla lettera: quella chiesa di pietre sconnesse. Uscendo trovò il sacerdote seduto lì accanto e gli diede del denaro perché non mancasse mai l'olio nella lampada davanti al crocifisso. La voce gli aveva parlato una volta sola, di una casa che crollava; le tre chiamate e la «Chiesa in rovina» di tanti santini compaiono solo in racconti più tardi. Ma per Tommaso da Celano quella casa era più grande di quattro mura: era la Chiesa che Cristo aveva acquistato con il suo sangue. Francesco cominciò dall'edificio.
Da quel giorno portò la Passione di Cristo impressa nel cuore. Una volta, lungo una strada della valle, piangeva a gran voce. Un uomo lo sentì e gli chiese perché piangesse. «Piango la passione del mio Signore», gli rispose. Quella Passione, i suoi fratelli l'avrebbero vista un giorno nel suo corpo.
Ma riparare una chiesa costava denaro, e lui non aveva nulla di suo. L'unica cosa a portata di mano erano le stoffe di suo padre. Si fece il segno della croce, caricò sul cavallo le stoffe colorate e partì per Foligno.
Padre nostro che sei nei cieli
Al mercato di Foligno vendette le stoffe, una dopo l'altra. Poi vendette anche il cavallo e tornò a San Damiano.
A San Damiano offrì il denaro al povero sacerdote. L'uomo non osò accettarlo, per paura della famiglia del ragazzo. Francesco lo gettò nell'incavo di una finestra.
Quando lo seppe, Pietro di Bernardone radunò amici e vicini e uscì a cercare il figlio.
Francesco si nascose per un mese in una grotta nota soltanto a uno di casa. Lì pregava piangendo.
Quando finalmente risalì ad Assisi, magro e sporco, quelli che lo conoscevano gli gridavano «pazzo» e gli tiravano fango e sassi. Suo padre gli si avventò contro come un lupo sulla pecora. Lo trascinò a casa e lo tenne chiuso per molti giorni in un luogo buio, tra ragionamenti e percosse; c'era chi ricordava anche le catene.
Un giorno il padre dovette partire per un viaggio. La madre, che non approvava ciò che faceva il marito, andò dal figlio e gli parlò con dolcezza. Vide che non avrebbe ceduto, e lo lasciò andare.
Al ritorno, il padre la coprì di insulti.
Allora si rivolse alla legge. Sporse querela davanti ai consoli, i magistrati della città, e questi gli risposero che il figlio, mettendosi al servizio di Dio, non era più sotto la sua autorità. Pietro di Bernardone portò la causa davanti a Guido, il vescovo di Assisi.
All'inizio del 1206, il vescovo convocò Francesco. Gli chiese di restituire il denaro, che forse non era stato guadagnato onestamente, e lo incoraggiò: «Figlio, abbi fiducia nel Signore, agisci virilmente e non temere».
Francesco passò in una stanza accanto. Si tolse tutti i vestiti, ci mise sopra il denaro e uscì nudo davanti a suo padre e a tutti i presenti. Sotto quegli abiti colorati aveva portato un cilicio, una ruvida camicia di penitenza. In un racconto di quel giorno si spogliò in silenzio. In quello dei suoi compagni, disse che d'ora in poi voleva dire «Padre nostro, che sei nei cieli», e non «padre Pietro di Bernardone».
Il padre raccolse i vestiti e il denaro, e se ne andò.
I presenti piangevano di compassione. Il vescovo abbracciò il ragazzo e lo coprì con il suo mantello. Da quel giorno fu il suo protettore.
Senza nulla di suo, con addosso pochi stracci, Francesco si inoltrò nel bosco cantando in francese le lodi del Signore. Alcuni briganti gli sbarrarono la strada e gli chiesero chi fosse.
«Sono l'araldo del gran Re», rispose.
Lo picchiarono e lo gettarono in una fossa piena di neve. Ne uscì con un balzo e riprese a cantare.
Lavorò per un po' come sguattero in un monastero. A Gubbio, un amico gli diede una tonaca. Con quella addosso tornò ad Assisi, alle pietre che aveva promesso di rialzare.
Questo è ciò che voglio
Pietra su pietra, rialzò i muri di San Damiano, poi quelli di un'altra chiesa e infine quelli di una piccola cappella abbandonata nella valle, dedicata alla Vergine Maria: la Porziuncola. Il cuore gli ardeva di devozione per la madre di ogni bontà, e lì si fermò. Vestiva ancora da eremita, con una cintura ai fianchi, i calzari e un bastone per il cammino.
Un giorno del 1208, durante la messa, ascoltò il Vangelo in cui Gesù manda i suoi apostoli ad annunciare il Regno. Alla fine chiese al sacerdote di spiegarglielo. Gli inviati non dovevano portare né oro, né borsa, né bastone, né calzari, né due tonache.
«Questo è ciò che voglio, questo è ciò che cerco».
Si scalzò all'istante. Lasciò il bastone. Sostituì la cintura con una corda e indossò una ruvida tonaca a forma di croce. L'Altissimo stesso gli rivelò che doveva vivere secondo la forma del santo Vangelo. E gli rivelò anche il saluto da rivolgere a tutti: «Il Signore ti dia pace».
Quell'uomo scalzo cominciò ad attirare altri. Bernardo da Quintavalle, un ricco di Assisi, vendette i suoi beni e lo seguì, e con lui Pietro Cattani. Pochi giorni dopo arrivò Egidio, un uomo semplice e retto. Ne arrivarono altri, e quando furono dodici, Francesco propose loro di andare a Roma a raccontare al papa ciò che il Signore cominciava a fare con loro. Scelsero Bernardo come guida per il cammino.
A Roma, nella primavera del 1209, il cardinale Giovanni di San Paolo li accolse e consigliò a Francesco di farsi monaco o eremita. Vinto dalla sua costanza, lo condusse davanti a Innocenzo III, un papa potente.
A qualche cardinale quella forma di vita parve nuova e superiore alle forze umane. Il papa temeva che una vita simile risultasse troppo dura per quelli che sarebbero venuti dopo, e gli chiese di pregare per sapere se fosse volontà di Dio.
Francesco tornò, e nell'Ordine si raccontava ciò che disse allora al papa. Era una parabola: un re aveva avuto dei figli da una donna povera e bella del deserto, e li nutriva nel suo palazzo. E concluse: «Io sono, signore, questa donna poverella». Il papa ricordò allora un sogno: la basilica del Laterano stava crollando e un religioso piccolo e disprezzato la sorreggeva con le spalle. I frati di San Domenico raccontavano lo stesso sogno con il loro fondatore.
Innocenzo III approvò la forma di vita di Francesco: «Andate con il Signore, fratelli, e, come Egli si degnerà di ispirarvi, predicate a tutti la penitenza». Francesco si inginocchiò e gli promise obbedienza, e i dodici ricevettero la tonsura, la rasatura in cima al capo che distingueva i chierici. Quando nella Regola, quella forma di vita messa per iscritto, Francesco sentì le parole «e siano minori», diede un nome alla fraternità: Frati Minori, i più piccoli, quelli che non comandano.
Tornati nella valle, si sistemarono in un tugurio abbandonato a Rivotorto, così stretto che a stento ci stavano seduti. Francesco scrisse sulle travi il nome di ciascun fratello.
Un giorno passò lungo la strada l'imperatore Ottone, con un grande seguito, diretto a ricevere la corona. Francesco non uscì a vederlo. Lasciò uscire soltanto un frate, perché dicesse all'imperatore che quella gloria gli sarebbe durata poco.
I frati chiesero a Francesco di insegnare loro a pregare. Insegnò loro il Padre Nostro e una preghiera per ogni chiesa e ogni croce che avessero incontrato: «Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese… perché con la tua santa croce hai redento il mondo».
Una mattina un contadino arrivò con il suo asino e lo spinse dentro il tugurio. I frati se ne andarono alla Porziuncola.
A quella cappella della Madonna, una notte del 1212, sarebbe arrivata una giovane di Assisi di diciotto anni.
Chiara e i fratelli uccelli
Si chiamava Chiara. Era la notte che seguì la Domenica delle Palme. Nella piccola cappella promise obbedienza a Francesco. Chiara era nobile. La sua famiglia era stata una di quelle che, negli anni della guerra tra concittadini, si erano rifugiate a Perugia. La figlia di quella casata adesso sceglieva di vivere povera.
Prima di trovare il suo posto passò per due monasteri. Lo trovò a San Damiano, la chiesa di cui Francesco aveva rialzato le pietre con le sue mani. Lì nacque l'Ordine delle Sorelle Povere.
Mentre loro restavano tra le mura di San Damiano, i frati partivano a due a due per le strade, portando il saluto di pace. Francesco predicava per la valle di Spoleto.
Vicino a Menavia vide in un campo uno stormo di colombe, cornacchie e taccole, e corse verso di loro. Gli uccelli non si alzarono in volo. Parlò loro come parlava alla gente: «Fratelli miei uccelli, dovete lodare molto il vostro Creatore e amarlo sempre». Essi allungarono il collo, aprirono le ali e rimasero a guardarlo. Lui passò in mezzo a loro sfiorandoli con la tonaca, e li benedisse.
Lo raccontavano lui stesso e i frati che quel giorno erano con lui.
Ad Alviano le rondini non lo lasciavano predicare. Ordinò loro di tacere, e tacquero.
Tutte le creature le chiamava sorelle. Un giorno vide una pecora che camminava mansueta in mezzo a un gregge di capre, e la riscattò, perché gli ricordava Cristo.
La gente, però, cominciò a chiedergli più che parole. Tommaso da Celano, il frate che lo conobbe, raccolse via via i racconti dei testimoni. A Toscanella un cavaliere supplicò Francesco per il suo unico figlio, che era zoppo. Il santo resistette. Poi pregò, impose la mano sul bambino, e il bambino si mise a correre.
A San Gemini dispose tre frati negli angoli di una casa e ordinò al demonio di uscire da una donna. Uscì con grande fragore. E Francesco, temendo di essere stato ingannato, se ne andò di là pieno di vergogna.
A Gubbio, la città dove un vecchio amico gli aveva dato una tonaca, guarì le mani rattrappite di una donna, che tornò a cercarlo portandogli una ricotta.
E proprio da quella città sarebbe venuta la storia che di lui si racconta di più: quella di un lupo.
Come pecore in mezzo ai lupi
La storia del lupo, quella che tanti hanno sentito, non la raccontarono quelli che vissero con lui. Compare più di un secolo dopo la sua morte, nei Fioretti, i racconti raccolti dai frati delle Marche, e ancora oggi la si racconta ai bambini.
A Gubbio c'era un lupo enorme che divorava gli animali, e anche gli uomini. La gente usciva armata come se andasse in guerra, e alla fine nessuno osava più varcare le porte della città. Francesco volle andare a cercarlo. Gli abitanti cercarono di dissuaderlo, ma lui ci andò lo stesso.
Il lupo gli corse incontro a bocca spalancata. Francesco tracciò in aria il segno della croce e gli parlò: «Vieni qui, frate lupo! Io ti comando, da parte di Cristo, che tu non faccia male né a me né a nessuno». Il lupo chiuse la bocca e si accucciò ai suoi piedi come un agnello.
Francesco gli rimproverò tutte quelle morti. Poi gli offrì la pace: la città gli avrebbe dato da mangiare, perché aveva fatto il male per fame, purché non facesse più del male a nessuno. Il lupo gli mise la zampa nella mano. Lo seguì mansueto fino alla piazza e ve la rimise, questa volta davanti a tutto il popolo. Visse due anni a Gubbio. Entrava nelle case senza che i cani gli abbaiassero, e morì di vecchiaia.
La gente di Gubbio lo pianse.
Ma il pericolo vero, quello che Francesco cercava da anni, non aveva niente di leggendario. Verso il 1211 volle passare in Siria per annunciare Cristo ai musulmani, desiderando morire martire. I venti contrari lo gettarono sulla costa della Dalmazia, dall'altra parte dell'Adriatico, e poiché i marinai non volevano prenderlo a bordo, tornò ad Ancona nascosto sulla loro nave.
Nel 1219 si imbarcò di nuovo ad Ancona e arrivò a Damietta, sul delta del Nilo, in piena crociata: l'esercito cristiano teneva la città sotto assedio. Un giorno seppe che i crociati stavano per dare battaglia, e il Signore gli fece capire che l'avrebbero persa. Se lo diceva, lo avrebbero preso per uno sciocco; se taceva, gliel'avrebbe rimproverato la coscienza. Si consigliò con il suo compagno, che gli rispose: «Padre, non è certo adesso che comincerai a farti prendere per uno stolto». Francesco andò ad annunciare ai crociati la sconfitta, e lo derisero. Durante il combattimento fece alzare il compagno perché guardasse. La prima volta non vide nulla; la seconda, neppure. Alla terza vide tutto l'esercito cristiano darsi alla fuga. Francesco pianse per loro, soprattutto per gli spagnoli, decimati dal loro stesso coraggio.
Allora attraversò le linee verso l'accampamento del sultano, con un compagno. I soldati lo catturarono e lo percossero. Al-Kamil, sultano d'Egitto, lo ricevette con onore e lo ascoltò volentieri.
San Bonaventura, il frate che scrisse la sua vita una generazione più tardi, raccontava che, sulla strada per l'accampamento del sultano, Francesco era insieme a frate Illuminato. Vedendo due pecorelle lungo il cammino, gli disse: «Confida, fratello, nel Signore, perché si compie in noi la parola del Vangelo: Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi». Davanti al sultano, quando gli chiesero chi lo mandasse, rispose che lo mandava Dio stesso, per mostrare loro la via della salvezza.
E, secondo lo stesso Bonaventura, Francesco arrivò a proporre al sultano di accendere un grande fuoco per entrarvi insieme ai sacerdoti del sultano. Uno di loro, già anziano, al sentirlo si ritirò. Francesco si offrì allora di entrarvi da solo, se il sultano avesse promesso di convertirsi con il suo popolo. Al-Kamil non osò, per paura di una rivolta, e gli offrì doni preziosi che Francesco rifiutò. Ci fu anche un testimone estraneo all'Ordine. Giacomo da Vitry, un vescovo che si trovava nell'accampamento crociato, raccontò che Francesco predicò per alcuni giorni ai musulmani, con poco frutto, e che il sultano lo fece riaccompagnare sano e salvo all'accampamento cristiano.
Non ci fu nessuna conversione, né il martirio che era andato a cercare. Francesco tornò a una fraternità che ormai non entrava più in nessuna capanna, e dove alcuni cominciavano a stancarsi della povertà degli inizi.
Una notte di Natale a Greccio
Nel 1220, tornato in Italia, lasciò il governo dei frati nelle mani di un vicario, Pietro Cattani, uno dei primi che lo avevano seguito. Il cardinale Ugolino, vescovo di Ostia, divenne protettore dell'Ordine.
Non comandava più i frati, e con sé stesso non si concedeva la minima vanagloria. Una volta, essendo malato, aveva mangiato un po' di pollo. Appena ristabilito, arrivato alla porta di Assisi, ordinò a un frate di legargli una corda al collo e di trascinarlo per la città come un ladro, gridando a tutti che era un ghiottone. E quando la gente lo lodava, chiedeva a un frate di insultarlo, e agli insulti rispondeva: «questo è ciò che deve sentirsi dire il figlio di Pietro di Bernardone».
Alla Porziuncola, un frate raccontava poi quello che vi era successo un giorno. Francesco chiamò fra Leone, il compagno che gli faceva da segretario: «Frate Leone, scrivi». «Eccomi pronto».
Non è vera letizia, dettò, che entrino nell'Ordine tutti i maestri di Parigi. Né i prelati, né i re di Francia e d'Inghilterra. Né che i suoi frati convertano tutti gli infedeli. Né che lui stesso guarisca i malati e faccia molti miracoli.
La vera letizia, continuò a dettare, è questa. Torna da Perugia in piena notte d'inverno. C'è tanto fango e tanto freddo che sull'orlo della tonaca gli si formano ghiaccioli che gli feriscono le gambe fino a farle sanguinare. Bussa a lungo alla porta. Da dentro, un frate chiede: —Chi è? —Frate Francesco. —Vattene; non è ora decente per andare in giro di notte. Non entrerai. Lui insiste. —Vattene, tu sei un semplice e un ignorante; ormai non vieni più con noi; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te. —Per amore di Dio, accoglietemi per questa notte. —Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là.
Se ha pazienza e non si turba, conclude, «in questo è la vera letizia e la vera virtù e la salvezza dell'anima».
Nel novembre del 1223 papa Onorio III approvò la Regola che i frati osservano ancora oggi. Mancava meno di un mese a Natale.
Circa quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò Giovanni, un nobile di Greccio a cui voleva molto bene: «Desidero celebrare la memoria del Bambino che è nato a Betlemme». Voleva vedere con i suoi occhi come fu adagiato in una mangiatoia, sul fieno, tra il bue e l'asino.
Quella notte di Natale arrivarono frati da molti luoghi, e gente del posto con ceri e fiaccole. Portarono il fieno, il bue e l'asino, e Greccio divenne una nuova Betlemme. Francesco, in piedi davanti alla mangiatoia, sospirava colmo di gioia. Sulla mangiatoia si celebrò la messa. Lui era diacono, il ministro che nella messa proclama il Vangelo; lo cantò e predicò. Quando chiamò Gesù «il Bambino di Betlemme», la parola gli uscì come il belato di una pecora, e si passò la lingua sulle labbra, assaporandola.
Uno dei presenti, un uomo virtuoso, vide nella mangiatoia un bambino come senza vita, e Francesco che lo risvegliava. Tutti tornarono a casa pieni di gioia. Quel fieno, in seguito, guarì animali e aiutò donne nei parti difficili, e sopra la mangiatoia furono consacrati un altare e una chiesa. Il presepe che tante famiglie preparano ogni Natale custodisce la memoria di quella notte.
Nove mesi dopo, Francesco salì su un monte della Toscana con una sola domanda per Dio.
La Verna
Quel monte era La Verna, un eremo di roccia e di bosco che il conte Orlando gli aveva offerto anni prima. Lì Francesco trascorse la Quaresima di San Michele: quaranta giorni di preghiera in onore dell'arcangelo.
Per sapere che cosa Dio volesse dalla sua vita, prese il libro dei Vangeli e lo aprì. Lo aprì tre volte. E tutte e tre le volte la pagina gli parlò della Passione di Cristo.
A metà settembre del 1224, nella solitudine del monte, vede qualcosa sopra di sé. È un uomo con sei ali, come un serafino. Ha le mani distese e i piedi uniti, confitti a una croce. Due ali si levano sopra il suo capo, due si aprono per volare e due gli coprono il corpo.
Francesco si sente avvolto da uno sguardo pieno di bontà, e vederlo crocifisso lo atterrisce.
Si alza triste e lieto al tempo stesso.
E mentre cerca di capire ciò che ha visto, nelle mani e nei piedi cominciano ad apparirgli i segni dei chiodi. Nei palmi e sul collo del piede spuntano delle teste rotonde. Dall'altra parte escono le punte, ripiegate, come se qualcuno le avesse ribattute. Nel fianco destro gli si apre una ferita che versa sangue e gli arrossa la tonaca e le brache.
Sono le stimmate: i segni della Passione di Gesù Cristo in un corpo umano. La Passione che portava nel cuore da San Damiano si è fatta carne in lui.
Da allora si coprì le mani e i piedi, e nascose a tutti quelle ferite. Solo pochi arrivarono a conoscerle finché era in vita. Frate Elia, che ora guidava i frati come vicario, riuscì a vedere la ferita del fianco. Fra Rufino, un altro dei suoi compagni, la toccò senza volerlo un giorno, mentre gli faceva delle frizioni. Per il dolore, Francesco gli scostò la mano.
Scese dal monte con la ferita custodita sotto la tonaca. Gli occhi, poi, gli dolevano ogni giorno di più: sopportava a malapena la luce.
Il Cantico nell'oscurità
Non poteva più percorrere le strade a piedi, e predicava in groppa a un asinello. Il cardinale Ugolino, protettore dell'Ordine, e frate Elia, che guidava i frati, gli ordinarono di farsi curare gli occhi. Ma faceva troppo freddo per cominciare la cura, e bisognò aspettare.
Viveva a San Damiano, dove stavano Chiara e le sue sorelle, in una celletta fatta di stuoie. Da più di cinquanta giorni non sopportava la luce del sole di giorno né il bagliore del fuoco di notte. I dolori non lo lasciavano dormire. Al buio, i topi gli correvano addosso e saltavano sulla sua tavola mentre mangiava. Lui e i suoi compagni pensarono che fosse una tentazione del demonio.
Una notte, preso da compassione per sé stesso, pregò: «Signore, vieni in mio aiuto nelle mie infermità, perché possa sopportarle con pazienza». E udì una voce che gli parlava di un tesoro così grande che, al suo confronto, la terra intera trasformata in oro sarebbe stata nulla. La voce gli chiedeva di rallegrarsi e di vivere in pace, «come se tu fossi già nel mio regno».
Al mattino riunì i suoi compagni. Voleva comporre una nuova lode del Signore per le sue creature, che ogni giorno servono tutti senza che nessuno ne renda grazie a Dio. Si sedette, si raccolse un momento e cominciò:
«Altissimu, onnipotente bon Signore…». E proseguì: «Laudato si', mi' Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate Sole».
Le diede una melodia e la insegnò ai frati. Voleva che fra Pacifico, che nel mondo era stato il re dei versi, la cantasse per i paesi insieme ad altri frati, come giullari del Signore. La intitolò Cantico di Frate Sole, perché il sole è la creatura più bella e quella che più somiglia a Dio.
A comporlo fu un uomo che non poteva più guardare il sole.
Su, in città, il vescovo aveva scomunicato il podestà, il magistrato che governava Assisi: lo aveva escluso dalla comunione della Chiesa. Il podestà rispose facendo bandire che nessuno vendesse né comprasse più nulla dal vescovo. L'odio cresceva.
«È una grande vergogna per voi, servi di Dio, che nessuno si dia pena di ristabilire tra il vescovo e il podestà la pace e la concordia», disse Francesco. Aggiunse al Cantico una strofa per quelli che perdonano per amore di Dio. Mandò un frate a chiedere al podestà di recarsi al vescovado con i notabili della città, e altri due a cantare là.
I due frati cantarono il Cantico davanti al vescovo, al podestà e a tutta la gente. Il podestà si alzò in piedi, giunse le braccia e le mani e ascoltò piangendo, come se fosse il Vangelo. Alla fine disse che non solo perdonava il vescovo. «Perdonerei l'assassino di mio fratello o di mio figlio», aggiunse. E si gettò ai piedi del vescovo, che lo rialzò e gli chiese perdono per il proprio carattere, pronto all'ira. I due si abbracciarono. I testimoni lo considerarono un grande miracolo.
Molti oggi recitano sotto il nome di Francesco la preghiera «O Signore, fa' di me uno strumento della tua pace». Comparve senza firma in una rivista francese nel 1912, e un frate cappuccino la stampò poi sul retro di un santino di san Francesco: così diventò sua per il mondo, anche se non era uscita dalle sue labbra. La pace che Francesco fece ad Assisi ebbe la forma di una canzone.
Al Cantico mancava ancora una strofa. Nella valle di Rieti, un medico gli cauterizzò le tempie, bruciandogliele per tentare di salvargli gli occhi, ma neppure così riuscì a fermare la malattia. Nella primavera del 1226, a Siena, Francesco cominciò a vomitare sangue.
Ben venga mia sorella morte
Frate Elia, il suo vicario, accorse a Siena appena seppe come stava. Al suo arrivo Francesco si riprese abbastanza da poterlo seguire alle Celle di Cortona.
Lì gli si gonfiarono il ventre e le gambe. In quei mesi, quasi cieco, dettò il suo Testamento. Cominciò dai lebbrosi: «Essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi. E il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo». Ricordò la fede che il Signore gli aveva dato nelle chiese e nel Corpo e nel Sangue del Figlio di Dio. E ricordò quei primi giorni, quando ai frati bastavano una tonaca rattoppata e il saluto «Il Signore ti dia pace».
Chiese anche che i frati vivessero in case povere, che non domandassero privilegi alla Curia romana e che non aggiungessero glosse alla Regola per spiegare come la si dovesse intendere. Gli faceva male vedere che alcuni si allontanavano dalla semplicità degli inizi. E chiarì che quel testo «non è un'altra Regola»: non veniva a cambiare quella approvata dal papa, ma a ricordare ai frati come osservarla fedelmente.
Chiese di tornare ad Assisi, e la città fu lieta di accoglierlo. Un frate gli domandò che cosa preferisse sopportare, quella malattia o un martirio. Rispose che desiderava soltanto la volontà di Dio, anche se tre giorni di quel male gli erano più duri di qualsiasi martirio.
Lo ospitarono nel palazzo del vescovo. Lì, giorno e notte, faceva cantare le lodi che lui stesso aveva composto. Fuori, gli abitanti sorvegliavano il palazzo per paura che, se fosse morto, qualcuno portasse via il suo corpo in un'altra città. Elia si preoccupava di che cosa avrebbe detto la gente di un moribondo che cantava. Francesco gli chiese: «Lasciami, fratello, gioire nel Signore e cantare le sue lodi in mezzo alle mie infermità».
Andò a trovarlo un medico amico di Arezzo, Buongiovanni. Francesco gli chiese che cosa pensasse della sua idropisia, il liquido che gli gonfiava il corpo. Il medico eluse la risposta.
—Fratello, dimmi la verità; io non sono un vile che teme la morte.
Il medico gliela disse: alla fine di settembre, o il 4 ottobre.
Francesco stese le braccia, alzò le mani al cielo ed esclamò: «Ben venga mia sorella morte».
Fece chiamare frate Angelo e fra Leone perché gli cantassero di sorella morte. Cantarono il Cantico piangendo. Prima dell'ultima strofa, lui aggiunse dei versi nuovi: «Laudato si', mi' Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare».
Poi, ormai senza vista, incrociò le braccia per benedire i frati che aveva davanti. «Su chi tengo la mano destra?», domandò. La teneva su Elia.
Allora chiese di essere portato alla Porziuncola. Lungo la strada li fece fermare e benedisse la città. Di quella cappella della Madonna aveva detto molte volte: «Guardate, figli miei, di non abbandonare mai questo luogo».
Chiese di essere deposto nudo sulla nuda terra. Si coprì con la mano sinistra la ferita del costato e disse: «Io ho fatto la mia parte; la vostra, ve la insegni Cristo». Il guardiano, il frate responsabile di quel luogo, gli prestò per obbedienza una tonaca, delle brache e un cappuccio, perché nulla di ciò che indossava fosse suo.
I frati piangevano. Francesco si fece portare un pane, lo benedisse, lo spezzò e ne diede un pezzetto a ciascuno. Volle che gli leggessero il Vangelo di Giovanni, là dove Gesù sa che è giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre. Fece cantare le lodi, e lui stesso intonò come poté il salmo «Con la mia voce grido al Signore». Alla fine chiese che gli mettessero addosso un cilicio e lo cospargessero di cenere.
Morì al calar della sera di sabato 3 ottobre 1226, sulla nuda terra, tra i suoi fratelli. Aveva circa quarantaquattro anni.
Quel passaggio da questa vita a Dio, i francescani lo chiamano il transito.
E coloro che vegliavano il suo corpo avrebbero visto finalmente ciò che aveva nascosto per due anni.
Quello che videro all'alba
Uno dopo l'altro si chinavano su di lui. Nelle mani e nei piedi aveva chiodi di carne, scuri come il ferro. Nel costato c'era la ferita che si era coperto con la mano. Ecco che cosa videro i suoi frati nel suo corpo quando morì.
La sua carne, prima bruna, era diventata bianca, e le membra restavano flessibili. Gli baciavano le piaghe, e la gioia si mescolava al pianto. Uno dei frati raccontò di aver visto la sua anima salire come una stella sopra una nuvola bianca.
Il giorno dopo lo portarono su ad Assisi. Il corteo si fermò a San Damiano, la chiesetta che lui aveva riparato con le sue mani. Lì vivevano Chiara, la giovane che una notte delle Palme era arrivata alla Porziuncola, e le sue sorelle. Dalla finestrella da cui ricevevano la comunione lo guardarono e piansero: «Padre, Padre, che cosa faremo?». Gli baciarono le mani ferite. Poi portarono via il corpo, e la finestrella si chiuse.
Lo seppellirono nella chiesa di San Giorgio. Quello stesso giorno, sotto il feretro che lo aveva portato, una bambina con il collo storto guarì.
Quella guarigione fu letta ad alta voce, insieme a molte altre, ad Assisi, nel luglio del 1228. Le ascoltava papa Gregorio IX, lo stesso Ugolino che da cardinale aveva protetto i frati. Quel giorno proclamò santo Francesco. Pochi giorni dopo fissò la sua festa al 4 ottobre, il giorno in cui Tommaso da Celano, il frate che scrisse la sua prima vita, collocava la sua morte.
Pochi anni dopo portarono il suo corpo nella nuova basilica e lo nascosero nel profondo. Per quasi sei secoli rimase nascosto.
Nel 1818, dopo settimane di scavi, lo ritrovarono.
Quasi mezzo secolo fa, uno studio dei suoi resti rivelò un uomo di un metro e cinquantasette, con i piedi deformati.
Quest'anno ricorrono otto secoli dalla sua morte, e la Chiesa li celebra con un Anno di San Francesco.
In Italia, di cui è patrono dal 1939 insieme a santa Caterina da Siena, da quest'anno il 4 ottobre torna a essere festa nazionale.
Quattro frati portarono l'urna trasparente fino ai piedi dell'altare della Basilica inferiore. Le prenotazioni per passarle davanti si contarono a centinaia di migliaia.
I pellegrini passavano davanti a un uomo piccolo che aveva chiesto di morire senza nulla di suo, nemmeno la tonaca. Quel ragazzo che non sopportava di guardare i lebbrosi, Cristo lo condusse tra loro, e da lì Francesco arrivò, cantando, fino alla nuda terra. Quale delle nostre amarezze potrebbe diventare dolcezza? La sua cominciò a cambiare su una strada, il giorno in cui scese da cavallo.
San Francesco d'Assisi, fondatore dei Frati Minori e patrono d'Italia, che hai trovato dolcezza dove prima c'era solo amarezza, che sei rimasto senza nulla, affidato alle mani di Dio, e hai accolto la morte come una sorella: ottienici dal Signore un cuore che sappia farsi vicino a chi soffre, lodarlo in tutte le sue creature e attendere in pace il giorno del nostro transito. Prega per noi. Amen.





