Più di centomila persone riempivano Piazza San Pietro con candele e fiaccole, e i riflettori erano ancora spenti. Dietro una tenda, papa Giovanni XXIII, l'anziano che chiamavano il Papa buono, si affacciò a guardare. Al suo segretario disse: «Darò la benedizione, ma non parlerò».
E parlò.
Quella mattina aveva aperto il Concilio, la grande assemblea dei vescovi del mondo. Quella sera disse che la sua persona non contava niente. Chiese ai genitori di dare ai loro bambini, tornando a casa, una carezza da parte del Papa.
Quel modo di essere padre non l'aveva imparato a Roma.
La collina dei mezzadri
Quel padre aveva cominciato come uno dei tanti figli. A Sotto il Monte, un paese di collina in provincia di Bergamo, nella Lombardia di fine Ottocento, la famiglia Roncalli viveva da mezzadri. Lavorava una terra che non era sua e divideva il raccolto con il padrone. Erano tante bocche sotto lo stesso tetto. A capo della casa c'era un prozio, Zaverio.
Lì nacque Angelo Giuseppe Roncalli, il 25 novembre 1881, e quello stesso giorno fu battezzato nella parrocchia del paese.
La sua prima fede ebbe due volti. Il primo era quello di Zaverio, il padrino contadino, da cui ricevette la prima e più fondamentale educazione alla fede. L'altro era quello del parroco, don Francesco Rebuzzini. Sotto la sua guida, il bambino della collina ricevette un'impronta di Chiesa che non si sarebbe più cancellata.
Prima di essere padre di qualcuno, di padri lui stesso ne ebbe due. Un contadino gli diede la fede in casa, e un prete di paese lo formò per la Chiesa.
Nel 1892, ancora bambino, lasciò la collina ed entrò nel seminario di Bergamo, la casa dove si formano i futuri sacerdoti. Lì, a quattordici anni, cominciò a riempire dei quaderni di appunti spirituali, con i suoi propositi e la sua preghiera messa per iscritto. Quei quaderni lo avrebbero accompagnato per tutta la vita e, dopo la sua morte, sarebbero stati pubblicati con il titolo Il giornale dell'anima. Da allora si affidò con costanza a un direttore spirituale, un sacerdote che accompagna da vicino la vita interiore di un altro.
Poco dopo entrò nell'Ordine Francescano Secolare, quello di chi vive la regola di San Francesco in mezzo al mondo, senza entrare in convento, per seguire con semplicità il Vangelo di Gesù Cristo.
Un sacerdote e scrittore spagnolo che lo ammirava raccontava con affetto una sua abitudine. Angelo si proponeva le cose solo per dodici ore, e il giorno dopo rinnovava il proposito. Con questo spirito aveva scritto, giovanissimo, un decalogo. È quel decalogo che oggi molti conoscono come il «Solo per oggi».
I quaderni continuarono a riempirsi. E presto una borsa di studio avrebbe portato il seminarista della collina fino a Roma, dove sarebbe diventato sacerdote.
Segretario, maestro e cappellano
A Roma, il giovane borsista del Pontificio Seminario Romano dovette lasciare i libri per un anno e prestare il servizio militare. Poi tornò sui banchi.
Nell'agosto del 1904, in una delle due chiese gemelle di Piazza del Popolo, si prostrò con il volto a terra davanti all'altare mentre si cantavano le litanie dei santi. Quando si rialzò, il ragazzo della collina apparteneva per sempre a Gesù Cristo e alla sua Chiesa. E da quel giorno lo accompagnò un desiderio, quello di prendersi cura delle anime da vicino, come pastore.
Ma il suo primo incarico non fu una parrocchia. L'anno dopo, il nuovo vescovo di Bergamo lo prese come segretario, e con lui percorreva le parrocchie della diocesi nelle visite pastorali. Al suo fianco, per nove anni, imparò il mestiere di pastore e accumulò una grande esperienza di anime. Nello stesso tempo insegnava in seminario.
E studiava un vescovo che secoli prima aveva visitato quella stessa diocesi, San Carlo Borromeo. Roncalli pubblicò gli atti della sua visita a Bergamo.
Nel giugno del 1914 arrivò la prima prova della sua obbedienza. A Roma, dove aveva accompagnato il rettore del seminario, il cardinale De Lai lo trattenne qualche minuto: «Professore, per favore, stia attento quando insegna la Scrittura». Roncalli non aveva mai insegnato Scrittura.
Gli scrisse per ribadire la propria fedeltà. La risposta del cardinale arrivò per lettera, e finalmente spiegava l'avvertimento. Gli avevano riferito che leggeva Duchesne, uno storico della Chiesa, e che propendeva per una scuola che svuotava il valore della tradizione. Roncalli prese la penna e rispose. Quell'informazione non veniva da nessuno che lo conoscesse bene. Di Duchesne aveva letto soltanto una quindicina di pagine. Si difese con la verità e senza una parola di ribellione. Non aveva ancora un motto, e già obbediva in pace.
Poi l'obbedienza lo portò in guerra. Nel 1915 l'Italia entrò nella Prima guerra mondiale, e quel professore fu richiamato come sergente di sanità. L'anno seguente divenne cappellano militare, il sacerdote che accompagna i soldati, negli ospedali delle retrovie. Lì, ciò che aveva imparato accanto a un vescovo veniva messo alla prova accanto ai letti dei feriti.
Finita la guerra, nel 1921, papa Benedetto XV lo chiamò a Roma per lavorare nell'Opera della Propagazione della Fede, l'istituzione che sostiene le missioni in tutto il mondo. Obbedì, e non rimase chiuso in un ufficio. Percorse molte diocesi d'Italia per organizzare gruppi che sostenessero le missioni. E quella chiamata lo avrebbe portato ancora più lontano, in un paese che non conosceva.
Obbedienza e pace in terre lontane
Quel paese era la Bulgaria. Nel 1925 papa Pio XI lo nominò visitatore apostolico, l'inviato del Papa che deve conoscere da vicino una Chiesa lontana e prendersene cura. Per quella missione fu ordinato vescovo a Roma. Nel suo stemma mise come motto ciò che già stava vivendo, e a cui sarebbe rimasto fedele per tutta la vita:
«Oboedientia et pax», obbedienza e pace.
In aprile arrivò a Sofia. I cattolici del paese erano pochi e vivevano sparsi, e lui andò a visitare le loro comunità una a una. Con le altre comunità cristiane coltivò rapporti di rispetto. Quando nel 1928 la terra tremò, accorse a portare aiuto alle vittime del terremoto.
Furono anni di piccoli passi, di un lavoro che quasi non si vedeva. Lì patì incomprensioni e le sopportò in silenzio. In quel silenzio imparò ad abbandonarsi sempre di più a Gesù crocifisso. Era questa la pace del suo motto.
Poi gli chiesero di più. Fu nominato delegato apostolico in Turchia e in Grecia, cioè l'inviato del Papa presso i cattolici di quei paesi. La Turchia si era appena proclamata Stato senza una religione ufficiale, e il delegato fece in modo che i cattolici non si sentissero esclusi nella loro stessa terra.
In Grecia cercò di avvicinarsi al Patriarca e ai metropoliti, i vescovi ortodossi delle grandi città. Tra ortodossi e musulmani, il suo modo di stare in mezzo alla gente fu sempre quello del rispetto e del dialogo. La pace del motto era diventata rapporto con chi aveva un'altra fede.
Poi scoppiò la Seconda guerra mondiale, e la Grecia fu devastata dai combattimenti. Ora la pace doveva farsi aiuto. Il delegato si mise a cercare notizie dei prigionieri di guerra. E mise in salvo molti ebrei con un foglio. Era il visto di transito della Delegazione Apostolica, un documento ufficiale dell'inviato del Papa che permetteva loro di attraversare il paese.
In piena guerra, quel documento apriva una strada.
Alla fine della guerra, l'obbedienza lo portò a Parigi. Nel dicembre del 1944, con la Francia appena liberata, Pio XII lo nominò nunzio, il rappresentante del Papa presso uno Stato. Il paese cominciava allora a separare sempre di più la propria vita pubblica dalla fede. Il nunzio aiutò i prigionieri di guerra e andò pellegrino ai santuari di Francia.
In mezzo alla diplomazia, ogni giorno riservava molto tempo alla preghiera e alla meditazione. Lo sosteneva un desiderio semplice, quello di essere sacerdote in ogni circostanza.
Dopo quasi trent'anni fuori dall'Italia, il desiderio del giorno della sua ordinazione stava finalmente per compiersi. Lo attendevano anime da curare, a Venezia.
Mi chiamerò Giovanni
Nel 1953 Pio XII lo creò cardinale e, pochi giorni dopo, lo nominò patriarca di Venezia, l'antico titolo del vescovo di quella città. Aveva settantun anni. Dopo tanto tempo passato tra ambasciate e uffici, tornava a prendersi cura direttamente dei fedeli, e quel ritorno gli diede una grande gioia.
A Venezia venerava due santi pastori, San Lorenzo Giustiniani e San Pio X. Come segretario aveva un giovane sacerdote, Loris Capovilla, che lo avrebbe accompagnato fino alla fine.
Ogni anno, per riposare, tornava a Sotto il Monte, sulla collina dove era stato battezzato.
Nell'ottobre del 1958 morì Pio XII. I cardinali si riunirono in conclave, l'assemblea a porte chiuse in cui eleggono il Papa. Al quarto giorno, l'eletto fu il patriarca di Venezia. Aveva quasi settantasette anni.
Quando gli chiesero se accettava, cominciò con un versetto della Bibbia: «ho tremato e ho paura». Ciò che sapeva della propria povertà, disse, bastava a confonderlo. Ma accettava, perché nei voti dei suoi fratelli cardinali vedeva «il segno della volontà di Dio». E chinò il capo «al calice dell'amarezza e alla pazienza della Croce».
Poi disse in latino come voleva chiamarsi:
«Vocabor Ioannes», mi chiamerò Giovanni.
Per lui era un nome dolce, perché era stato quello di suo padre. E soave, perché era il nome dell'umile parrocchia dove era stato battezzato. Lo portavano innumerevoli cattedrali, a cominciare da quella del Laterano, la cattedrale del Papa a Roma. Ricordò che ventidue papi si erano chiamati Giovanni, e che quasi tutti avevano governato per poco tempo. Da lì gli venne il suo numero, il ventitreesimo.
Ma amava quel nome soprattutto per i due Giovanni più vicini a Cristo. Uno era il Battista, «testimone invitto della verità». L'altro era il discepolo amato, che durante la cena posò il capo sul petto del Signore. Alla fine chiese a Dio, se così a Lui piaceva, la forza «fino all'effusione del sangue».
Diventando padre di tutta la Chiesa, aveva preso il nome di suo padre e quello del fonte battesimale.
Aveva appena ricordato che quasi tutti i papi di nome Giovanni erano durati poco. Tre mesi dopo, davanti a un piccolo gruppo di cardinali, pronunciò una parola che nessuno di loro si aspettava.
Una luce all'improvviso e un pastore per le strade
Il Papa era andato alla basilica di San Paolo fuori le Mura, nella festa della Conversione di San Paolo. Era il 25 gennaio 1959. Lì, davanti ai cardinali, pronunciò la parola che gli era sbocciata all'improvviso nel cuore e sulle labbra. Disse Concilio ecumenico, l'assemblea di tutti i vescovi del mondo insieme al Papa.
Per lui fu «un tocco inatteso, uno sprazzo di superna luce, una grande soavità negli occhi e nel cuore».
La decisione era sua. Prima ne aveva parlato in privato con pochi, tra cui il suo segretario di Stato, il cardinale Domenico Tardini. A quella parola seguì un fervore che si destò in tutto il mondo, e poi vennero tre anni di preparazione.
In quegli anni il vescovo di Roma scese per le strade. Entrava nelle carceri, negli ospedali e nelle parrocchie della città, e a tutti portava il suo sorriso. In uno di quegli ospedali, con indosso la sua mantella rossa, si fermò accanto a un bambino. Il bambino lo guardò e gli chiese se fosse Babbo Natale.
La domanda gli strappò un sorriso enorme.
La gente di Roma cominciò a chiamarlo il Papa buono, e quel nome non gli si sarebbe più staccato di dosso. Era la stessa gente che un giorno sarebbe tornata a riempire la piazza, questa volta per lui.
Dietro quel sorriso c'era una preghiera. Durante la Messa, davanti all'altare dove si rende presente il sacrificio di Gesù Cristo, era solito pregare: «Padre celeste, Padre della misericordia, accetta la preghiera del tuo servo». Cominciava dai propri peccati e dalla salute della sua anima e della sua casa. Poi allargava il cerchio e pregava per i governanti, i vescovi e le anime consacrate, per i peccatori e i tribolati, e per le anime del purgatorio. E terminava chiedendo la luce della fede per chi non la conosce e per i fratelli separati, i cristiani che non sono in comunione con Roma.
In quell'anno dell'annuncio, durante alcuni giorni di ritiro, pensava sempre a un papa dell'Ottocento, Pio IX, «di santa e gloriosa memoria», e voleva, imitandolo nei suoi sacrifici, «essere degno di celebrarne la canonizzazione». Era un desiderio che sarebbe rimasto sospeso a lungo.
Intanto, i tre anni di preparazione sarebbero sfociati in un solo giorno dell'ottobre 1962. Prima di viverlo, il Papa volle metterlo nelle mani della Madonna.
L'11 ottobre: il mattino e la luna
Il Papa andò a Loreto, il santuario della Madonna vicino al mare Adriatico, come pellegrino. Andava a venerare il mistero dell'Incarnazione, quello di Dio che si fa uomo nel grembo di Maria. Era un uomo di ottant'anni che, pochi giorni prima della grande apertura, si inginocchiava dove si inginocchiano i pellegrini.
Poi arrivò l'11 ottobre 1962. Quell'anno, nel calendario della Chiesa, era la festa della Maternità divina di Maria. Oggi, ogni 11 ottobre, la Chiesa celebra la memoria di San Giovanni XXIII.
Al mattino, la navata di San Pietro era piena di vescovi venuti da tutto il mondo. Sedevano su lunghe tribune, da una parte e dall'altra, e al centro c'era il sepolcro di Pietro. Tra loro c'erano anche osservatori di altre confessioni cristiane, presenti per ascoltare.
«Gaudet Mater Ecclesia», «gioisce la Madre Chiesa». Con queste parole cominciava il discorso con cui il Papa aprì il Concilio Vaticano II.
Prima di guardare avanti, nominò quelli che mancavano. C'erano pastori che non potevano essere lì perché erano in carcere per la loro fedeltà a Cristo. Davanti a tutta l'assemblea, confessò il suo dolore per loro.
Poi parlò di coloro che, nei tempi moderni, «non vedono che prevaricazione e rovina». Disse che gli pareva giusto «dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti».
Spiegò anche quale fosse il lavoro che li attendeva. Non si trattava di ripetere ciò che la Chiesa aveva sempre creduto, ma di esporlo di nuovo. «Altra è la sostanza dell'antica dottrina… e altra è la formulazione del suo rivestimento».
Chiamò la Chiesa con uno dei suoi nomi più antichi, la Sposa di Cristo, e disse: «Ora tuttavia la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che quella della severità».
E prestò alla Chiesa le parole di Pietro al mendicante che chiedeva l'elemosina alla porta del tempio. L'apostolo non aveva né oro né argento da dargli, eppure gli disse di alzarsi e camminare.
Parlò di un «triplice raggio» di unità, tra i cattolici, con i cristiani separati e con chi non è cristiano. Paragonò quel giorno a un'aurora, la prima luce che annuncia il mattino. La luce che gli era giunta all'improvviso a San Paolo, tre anni prima, era ormai quella di un'intera assemblea.
Concluse con Maria. La invocò come aiuto dei vescovi, la stessa Madre che aveva appena visitato a Loreto.
Al calare della sera non era prevista nessuna celebrazione, e i riflettori della piazza erano ancora spenti. Eppure la gente si radunò a poco a poco con candele e fiaccole, fino a superare le centomila persone.
In alto, nel Palazzo Apostolico, Loris Capovilla, il segretario che accompagnava il Papa fin da Venezia, gli chiese di guardare attraverso le tende. Giù non si distinguevano i volti. A rivelare la folla erano il mormorio e le fiamme, migliaia di piccole fiamme nel buio.
L'anziano diede un ordine semplice: «Apri la finestra, darò la benedizione, ma non parlerò».
La finestra sulla piazza si aprì. La figura bianca apparve nel riquadro di luce, e la benedizione dovette aspettare.
«Cari figlioli… sento le vostre voci». Parlò senza fogli, come si parla alla famiglia dalla porta di casa. «La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero».
Poi si soffermò sul cielo di quella notte. «Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera».
Poi parlò di sé. «La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, diventato padre per volontà di Nostro Signore».
E lo disse anche nella lingua della Chiesa: «Fratres sumus», siamo fratelli.
Invocò la Vergine Immacolata, di cui quel giorno la Chiesa celebrava l'eccelsa prerogativa. Ricordò Efeso, l'antica città dove un concilio proclamò Maria Madre di Dio. La stessa Madre del mattino era ora nella piazza al buio.
Prima di benedire, chiese qualcosa da portare a casa.
«Tornando a casa, troverete i bambini; date loro una carezza e dite: questa è la carezza del Papa».
«Forse troverete qualche lacrima da asciugare…». E aggiunse: «Sappiano gli afflitti che il Papa è con i suoi figli».
Allora diede la benedizione che si era affacciato a dare. Augurò a tutti la buona notte. E sull'assemblea che aveva appena aperto lasciò un'ultima frase. Il Concilio, disse, «è incominciato e non sappiamo quando terminerà».
Quel mattino aveva parlato ai vescovi del mondo come successore di Pietro. La sera, da una finestra, il figlio della collina parlò alle famiglie di Roma come un padre.
Due settimane dopo, il buio che spaventava milioni di famiglie non era più quello di una piazza.
«Pace, pace!»
Questa volta non c'erano né finestra né piazza. C'era un microfono di Radio Vaticana e, dall'altra parte, il mondo intero. Erano i giorni della crisi di Cuba, quando molti temevano che scoppiasse una guerra.
Il Papa cominciò con una preghiera di Neemia, una preghiera dell'Antico Testamento: «O Signore, sia il tuo orecchio attento alla preghiera del tuo servo».
Il Concilio si era appena aperto, e già «nubi minacciose» oscuravano l'orizzonte e seminavano il panico nelle case. E prestò la sua voce a chi non aveva nessun microfono. Ripeté il grido dei bambini e degli anziani: «Pace, pace!».
Si rivolse allora a chi poteva decidere. «Noi supplichiamo tutti i governanti di non restare sordi a questo grido dell'umanità». Chiese loro di fare tutto il possibile per salvare la pace. E chiamò saggezza una cosa molto concreta, promuovere trattative e accettarle in qualsiasi momento.
Ai battezzati chiese di unire le loro preghiere, perché la pace doveva poggiare sulla giustizia. Poi benedisse quanti avrebbero lavorato per la pace nel nome del «Principe della Pace», Gesù Cristo.
Il motto che aveva scelto diventando vescovo, obbedienza e pace, non restava più soltanto nella sua anima. Era diventato supplica per le famiglie del mondo.
Intanto, dentro il Concilio, crebbe una forte tensione. Un sacerdote e giornalista spagnolo che visse quei giorni a Roma racconta che cosa accadde a uno dei grandi testi preparati prima dell'assemblea. Più della metà dei vescovi votò contro, ma senza arrivare ai due terzi. Sembrò che l'assemblea stesse per spaccarsi in due.
La sera prima di intervenire, il Papa anticipò la sua visita al Collegio Pio Latino Americano. Lì recitò a memoria una preghiera alla Madonna, la stessa che diceva da bambino.
La mattina dopo prese la sua decisione. Creò una commissione mista, con uomini dell'una e dell'altra parte, per scrivere un testo nuovo. Nessuno doveva uscirne umiliato.
La sua parola più ampia arrivò per iscritto. Già nel 1961 aveva pubblicato un'enciclica, una lettera del Papa alla Chiesa e al mondo, intitolata:
«Mater et magistra», «madre e maestra».
Nel 1963 ne pubblicò un'altra, con un titolo che riassumeva la supplica di quell'autunno:
«Pacem in terris», «pace in terra». Non la riservò ai cattolici. La rivolse a tutti gli uomini di buona volontà.
La lettera sulla pace uscì in primavera. Poche settimane dopo, le malattie che si portava dietro da tempo cominciarono ad aggravarsi.
Io li amo, loro mi amano
L'uomo che aveva parlato al mondo da una finestra e davanti a un microfono non usciva più dalla sua stanza. Le sue giornate si erano ridotte a un letto, a pochi volti familiari e alla preghiera.
Da quel letto, nei suoi ultimi momenti, affidò alla Chiesa il suo testamento. Stava tutto in una sola frase: «Ciò che più vale nella vita è Gesù Cristo benedetto, la sua santa Chiesa, il suo Vangelo, la verità e la bontà».
Giù, la piazza era di nuovo piena. Lo stesso spiazzo che una sera d'ottobre si era illuminato di candele e fiaccole ora si riempiva di gente venuta per lui.
Accanto al letto, in ginocchio, c'era Capovilla, il suo segretario da tanti anni. Volle che il Papa sapesse che cosa accadeva là fuori: «Santo Padre, qui nella stanza siamo in pochi, ma se vedesse la Piazza!».
Alla piazza piena il morente rispose così: «È naturale che sia così, muore il Papa, io li amo, loro mi amano!».
Otto mesi prima aveva mandato la sua carezza alle case di Roma. Ora quelle case gli restituivano il gesto.
Poco prima della fine, Capovilla gli chiese perdono per non essere stato l'uomo che lui meritava. Il Papa prese le mani del suo segretario tra le sue.
«Loris, lascia andare queste cose…». «Ciò che conta è che abbiamo fatto il nostro servizio secondo la volontà del Signore». E continuò: «Non abbiamo raccolto le pietre che ci hanno lanciato, abbiamo sofferto insieme, abbiamo amato e abbiamo perdonato».
L'obbedienza che aveva scelto come motto diventando vescovo, quasi quarant'anni passati ad andare dove lo mandavano, alla fine stava tutta nella parola servizio.
Morì la sera del 3 giugno, il giorno dopo Pentecoste, la festa in cui la Chiesa celebra la venuta dello Spirito Santo. Se ne andò in un profondo abbandono in Gesù.
Capovilla rimase lì fino all'ultimo istante. Quello che vide morire non era un vecchio. Era un bambino.
Prega per noi
San Giovanni XXIII, figlio della collina di Sotto il Monte, tu hai servito con obbedienza e pace là dove ti hanno mandato e, da una finestra, hai inviato la tua carezza ai bambini e la tua consolazione agli afflitti. Ottienici da Dio, Padre della misericordia, la grazia di riconoscere che ciò che più vale nella vita è Gesù Cristo benedetto. Aiutaci ad amare e a perdonare nelle nostre case e ad asciugare qualche lacrima vicino a noi. Prega per noi. Amen.





